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La mia “Falce e Carrello”

Falce e CarrelloCi sono tanti motivi per leggere “Falce e Carrello”: il primo è che, volenti o nolenti, al supermercato a fare la spesa ci andiamo, praticamente, quasi tutti. E non c’è neanche bisogno di giustificarsi. Il secondo è che è un buon modo per conoscere attitudini, pensieri e stile di un personaggio che ha fatto, e sta facendo, la storia della cosiddetta GDO (Grande Distribuzione Organizzata) in Italia: Bernardo Caprotti. Nel portafoglio, magari nascosta sotto la tessera del codice fiscale e della patente, in molti, forse moltissimi, hanno anche lei, inossidabile, che se ti dimentichi di porgerla alla cassa, poi imprechi per ore pensando ai punti che ti sei giocato: la tessera del supermercato. Io ne ho due, di vecchia data. Quella di socio Coop e la Fidaty, ideata dell’autore del libro in questione. La prima la detengo dal lontano 1996, la seconda da qualche anno.

Durante gli anni universitari ebbi la brillante idea di trovarmi un lavoretto part-time, di quelli che ti servono per lavarti la coscienza di studente perditempo imbucato in qualche biblioteca e ti consentono di metter via qualche soldo per pagarti le tue cose, non dipendendo così dalla paghetta settimanale dei genitori. Il part-time, di fatto, anche se non contrattualmente, tra ore aggiuntive straordinarie, aperture serali straordinarie, domeniche di apertura straordinaria e festività di apertura straordinaria, si tramutò, nel giro di qualche giorno, in full-time per la gioia di chi con quel lavoro voleva (o doveva) camparci tutta la vita e sperava, il prima possibile, di veder sancito quel ritmo anche sul contratto. Io subivo passivamente, qualche soldo in più male non faceva, anche se trovare il tempo per studiare diventò un po’ più complesso. Il lavoretto era immediatamente diventato un lavoro. Non fare la tessera di socio, essendo dipendente, non sarebbe stato, diciamo, politicamente corretto, anche se nessuno mi obbligò, sicché, già che ero in ballo, mi dotai anche di un bel libretto (rosso) di risparmio della COOP, sul quale facevo depositare direttamente lo stipendio. I miei soldi, praticamente, rimanevano sempre al mio datore di lavoro. Geniale. Come me tanti, ma soprattutto, migliaia, anzi, milioni di soci-clienti e soci-dipendenti. Un capitale non indifferente, punto di accusa fondamentale del libro in questione che, secondo Caprotti, falsa il mercato e consente ad una catena di supermercati di avere un vantaggio economico impossibile da contrastare, utile per non indebitarsi con le banche, denaro sonante e liquido per operare sul mercato, comprare terreni sui quali costruire supermercati o magari per scalare banche (vedi l’affaire BNL, punto sul quale è dedicata una parte del libro).

La Fidaty, del Caprotti, fa il suo ingresso nel mio portafoglio poco dopo il mio licenziamento (qualche mese dopo la laurea): ricordo ancora le battute dei capi-negozio o capi-reparto o vice-caporeparto o capi-corsia (l’organigramma di una multinazionale americana impallidisce al cospetto di quello di un supermercato di provincia con 50 dipendenti e 15 casse), quando, spesso, mi lamentavo: “Prova ad andare in Esselunga e vediamo poi se ti lamenti ancora”. Giravano, infatti, leggende metropolitane di varia natura circa il carattere autoritario di Bernardo Caprotti, tra le quali spiccava quella che fosse solito travestirsi e mascherarsi per aggirarsi indisturbato tra le corsie dei suoi supermercati controllando che fosse tutto come lui desiderava. Altro che Grande Fratello!

Falce e CarrelloVero o falso che fosse, Esselunga era, è, e sempre sarà, il nemico numero uno di COOP, o viceversa. La COOP si fregia dello spirito ottocentesco dei probi fondatori di Rochdale, del fatto che gli utili vengano reinvestiti (altro punto contestato dal libro); Esselunga nasce dall’intuizione di un ricco imprenditore tessile brianzolo, che prima entra in società con un tale di nome Rockefeller e fonda Supermarkets Italiani S.p.A [il 13 aprile 1957, e viene inaugurato il primo Supermarket in Viale Regina Giovanna a Milano, ndr] e poi, in solitaria, crea l’impero della distribuzione che tutti, più meno, conosciamo. Di fatto, entrambe gareggiano sullo stesso campo di battaglia, a suon di offerte, sconti, promozioni, tessere a punti, premi e bollini. Dall’esterno, la percezione della diversità etico-filosofica si nota fino ad un certo punto e forse poco ci interessa mentre stiamo decidendo quale pacco di pasta comprare; ma anche dall’interno, ad essere sinceri, si notava, o quanto meno il sottoscritto, la notava ben poco. Timbravo il cartellino, mi mettevo un camice (prima grigio, in seguito bianco), caricavo, scaricavo, sistemavo. Mi ricambiavo, ritimbravo e me ne andavo. Litigavo per riuscire a cambiare un turno, per spostare una mezza giornata e poter andare in università, per riuscire ad avere le ferie estive quando volevo io, per non dover sempre e comunque lavorare quando c’erano le domeniche e le festività di apertura. Insomma, una normale prassi quotidiana, niente di diverso da quello che penso succedesse anche ai dipendenti Esselunga, ma che io, ingenuamente, pensavo di non trovare altrove. Lotte sindacali? Circa l’avversione, quasi a pelle, che Caprotti ha verso qualsiasi cosa si posizioni a sinistra, forse anche i suoi arti, basta leggere il primo capitolo del libro “Falce e Carrello”: i racconti delle lotte sindacali nei caldi anni settanta e delle sue contromosse, sono descritti con dovizia di particolari nel libro. E in COOP? Negli infuocati anni settanta non saprei, ero troppo piccolo, ma nei flaccidi novanta il nulla, encefalogramma piatto. Niente di cui lamentarsi? Nessuna lotta per ottenere diritti? Tutto perfetto? Non direi. Il problema era semplice: chi ti doveva difendere e magari perorare tue richieste era lo stesso che “sedeva alla destra del padre”, quindi, non era chiaro contro chi protestare e come. Di fatto, nell’unico caso di lotta sindacale nel quale mi avventurai, coinvolgendo qualche sparuto collega, per cercare di ottenere un riconoscimento, che non mi interessava, ma ritenevo comunque legittimo (passare da un contratto part-time a, quanto meno, uno quasi full-time, considerando che la media delle ore passate in quel luogo giustificava tutto questo), ottenni un fallimento totale. Amen. Sapevo che, prima o poi, quanto meno per me, il “militare” sarebbe terminato.

Libretto di Risparmio COOPIl controllore e il controllato, si dice più volte nel libro: in pratica si accusa COOP di riuscire ad aprire supermercati ed ipermercati, facendo ostruzionismo ad Esselunga, attraverso il suo essere non solo un attore della grande distribuzione, ma anche una compagnia di assicurazione, un costruttore e tante altre cose, ma soprattutto un unicum con un partito, il PCI-PDS-DS, oggi PD, condividendo non solo filosofia ed etica di fondo, ma soprattutto uomini e dirigenti. Ex funzionari di partito che diventano funzionari di COOP e viceversa, passando per i posti chiave di istituzioni, regioni, province, comuni, luoghi strategici per ottenere permessi ed agevolazioni che invece altri non hanno. Esselunga in particolare. Per sostenere tutto questo, Il Rokefeller della Brianza, fa il check-up a quattro potenze del mondo cooperativo (COOP Estense, COOP Adriatica, UNICOOP Firenze e COOP Liguria) e dei suoi leader maximi (Mario Zucchelli, Pierluigi Stefanini, Turiddo Campani e Bruno Cordazzo), in altrettanti capitoli, citando casi, situazioni ed allegando fotocopie di mappe catastali, preliminari di vendita, fax, lettere, ritagli di giornali. Seguiranno, dopo questo volume, querele e contro-querele tra i due attori? Sinceramente, a me, oggi, poco importa.

C’è chi è diventato grande girando il mondo con il sacco a pelo, chi partecipando a manifestazioni ed occupazioni: per me vale tutto questo, ma soprattutto aver trascorso tra anni della mia vita rinchiuso in quella scatola di plastica tra i rumori dei muletti e quelli delle casse. Ho capito in anticipo rispetto ai miei coetanei che vivevano nel dorato mondo universitario cosa significasse avere un capo, degli orari, dei colleghi, dei doveri. Ho capito che il passo dal sentirsi orgoglioso di fare lo studente-operaio, per di più in un’azienda di quel tipo, alla disillusione totale nei confronti dei miei presunti ideali era breve, anche troppo. Avrei preferito aspettare ancora un po’. Capii che fuori, dove si vive, giocavano tutti la stessa partita, quella del mercato, e che non c’erano colori che potessero cambiare l’etica di un sistema, il cosiddetto libero mercato, che poi tanto libero non sembra essere, che rimane esclusivamente quella di accumulare capitale. Nient’altro.

La frase da ricordare ovvero la normalità secondo Caprotti:
Benché già allora [tra il 1952 ed il 1965, n.d.a.] il lavoro e l’impresa avessero in me una posizione centrale, conducevo una vita normale: di amici, di weekend al Forte, a Parigi, l’inverno lo sci a Zermatt o a Davos. A Milano qualche prima alla Scala, qualche cocktail e molto “Picco Bar”, insomma, una vita normale“.

Alessandro Franceschini

Bernardo Caprotti
Falce e carrello – Le mani sulla spesa degli italiani
prefazione di G. Alvi
pp. 192
Euro 13,50
Marsilio Editori

Alessandro Franceschini

Giornalista free-lance, milanese, scrive di vino, grande distribuzione e ortofrutta, non in quest'ordine. Dirige il sito e la rivista dell'Associazione Italiana Sommelier della Lombardia, è docente in vari Master della Scuola di Comunicazione dell’università Iulm di Milano, è uno dei curatori della fiera Autochtona e collabora con testate come Myfruit, l'Informatore Agrario e le pagine GazzaGolosa della Gazzetta dello Sport. In passato, oltre ad aver diretto la redazione di Lavinium.com, ha collaborato con la guida ai ristoranti del Touring Club e con la guida ai vini de L'Espresso. È stato uno degli autori dell'Enciclopedia del Vino di Dalai Editore, del volume "Vini e Vignaioli d'Italia" del Corriere della Sera e del libro "Il vino naturale. I numeri, gli intenti e altri racconti" edito dalla cooperativa Versanti.

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