|
Il cibo come sappiamo non rappresenta solo un insieme di principi nutritivi, necessari per mantenere in vita l’organismo umano, e in generale quello degli esseri viventi. Ieri come oggi, esso è l’elemento che mette in risalto le differenze tra un uomo e un altro, e permette di distinguere le diverse culture, prima fra tutte quella religiosa. Non è difficile comprenderne il motivo: ogni religione impone che il rapporto tra Dio e l’uomo si esprima attraverso mediazioni simboliche, e il cibo, tra queste, rappresenta un potente emblema religioso perché è considerato da molti culti un dono divino. Da sempre i fedeli riconoscono nel mangiare e nel bere gesti carichi di un forte significato religioso, che sottende in sostanza ad un tramite con il proprio Dio. In ogni caso, all’interno della sfera spirituale, il cibo non viene consumato per necessità o per gusto, ma per ottenere il fine ultimo, ovvero la salvezza dell’anima. L’importanza sacrale del cibo si esprime in molteplici rituali e secondo il rispetto di diverse regole, a seconda del proprio credo: ci si nutre di un determinato alimento perché questo rappresenta la divinità, oppure la metafora del sacrificio. Come, ad esempio, l’agnello pasquale per i cattolici. E’ cibo che simboleggia la vita che è stata donata, che nutre l’anima. Ma esiste anche un comportamento in un certo senso contrapposto, e sul quale vorrei focalizzare l’attenzione: la pratica del digiuno e quella dell’astinenza da determinati alimenti considerati vietati. Non è affatto semplice attribuire una spiegazione al fenomeno della privazione volontaria del nutrimento, proprio in quanto esistono almeno due tesi portanti, che si possono ritrovare anche in alcuni passaggi della Bibbia e del Corano.
La prima tesi considera il cibo un dono di Dio, e pertanto sacro e positivo nonostante sia interdetto. In questo senso, esso rappresenta uno strumento per avvicinarsi a Dio perché, così come il suo consumo, anche la rinuncia ad esso è carica di valore religioso. Il digiuno simboleggia il sacrificio che l’uomo è disposto a compiere, e diventa anche un mezzo di aggregazione con i membri della stessa religione. In sostanza, l’uomo che si astiene o digiuna non lo fa contro Dio, ma lo fa per favorire la propria concentrazione spirituale, resistendo al fisiologico impulso di nutrirsi. L’esempio più rappresentativo di questa tesi si trova nella religione induista, dove il rifiuto del cibo riveste una delle prassi più importanti dell’agire del fedele. L’induismo, condividendo la dottrina dell’ahimsa (non violenza), privilegia un’alimentazione priva di carne. In realtà, pur essendo auspicato il veganesimo come massima forma di rispetto religioso (quest’ultimo regime, oltre alla carne, vieta anche l’assunzione di derivati, come uova e latte) la pratica più diffusa rimane il vegetarianesimo, che vieta il solo consumo di carne. E’ evidente che gli animali da cui provengono gli alimenti interdetti, essendo considerati sacri, rispecchiano la tesi del cibo “buono” e “positivo”, seppur interdetto. La seconda tesi invece annovera alcuni alimenti in una sorta di categoria “malefica” o “impura”, vietando il loro consumo in quanto potenzialmente in grado di corrompere l’anima dell’uomo, distogliendolo dal legame con Dio. E’ il caso ad esempio della religione ebraica, che prevede numerosi e selettivi divieti, differenziando cibi puri e impuri e avvalorando così la seconda tesi. La kashrut, cioè l’insieme delle leggi alimentari ebraiche, permette ad esempio il consumo degli animali di terra che presentano la caratteristica dello zoccolo spaccato e della ruminazione; quelli che volano purché non siano rapaci, o notturni; oppure quelli di acqua che hanno sia le pinne che le squame.
La religione cattolica invece si allontana decisamente dalle regole ebraiche e induiste. Mentre la legge ebraica ha l’obiettivo di individuare cibi leciti (positivi) e non leciti (negativi), e quella induista li annovera tutti nella sfera sacra pur vietandoli, in generale il cattolicesimo lascia libero il fedele di decidere, in campo alimentare, come meglio crede. Tuttavia, pur non esistendo una vera e propria normativa alimentare, e nessun divieto riguardante cibi o bevande specifiche, sono previsti periodi di astinenza e di digiuno, soprattutto nel periodo liturgico della Quaresima. Infine, alcune severe correnti della religione islamica, rifiutando la minuziosità ebraica e la libertà cristiana, hanno fatto della moderazione la caratteristica più evidente. Il Corano, per il tramite del suo Profeta, prescrive infatti come obbligo religioso il consumo di cibi sani e un corretto stile di vita. Esso vieta il consumo di alcune carni di animali, come il maiale, e impone precisi rituali di macellazione (l’animale deve essere sgozzato vivo e completamente dissanguato) e prevede il Ramadan, ovvero il mese del digiuno, secondo cui dall’alba al tramonto il fedele deve astenersi dal consumo di cibo e bevande. In conclusione, nonostante le molte differenze che caratterizzano il rapporto uomo/alimentazione dal punto di vista religioso, l’incontro attorno al cibo rappresenta per tutti i fedeli un momento di congiunzione tra l’uomo e Dio. Ma questo non è il solo aspetto comune: la società in cui viviamo, sempre più multietnica e multireligiosa, ci permette di conoscere meglio le diverse religioni e come queste influenzano la quotidianità dei credenti. Di conseguenza il raffronto (e il confronto) con i diversi culti non solo arricchisce la nostra cultura personale, ma, a condizione che venga vissuto alla luce di un obiettivo di condivisione e di solidarietà, favorisce il dialogo e accorcia le distanze. Soprattutto a tavola!
|