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Ogm? No, grazie. Ma anche sì

No OGME’ giunto il momento di affrontare il delicato argomento degli ogm nell’alimentazione, ma prima mi corre l’obbligo di fare un paio di premesse. La prima. Non sono uno scienziato, e non so nulla di ingegneria genetica né di medicina né di chimica. Alcune delle informazioni tecniche le ho tratte da un brillante saggio di Dario Bressanini (lui sì, è uno scienziato) dal titolo “Pane e bugie, i pregiudizi, gli interessi, i miti, le paure“, con cui l’autore tenta di fare un po’ di chiarezza sul mondo della sicurezza alimentare, pervaso da disinformazione, pregiudizi, luoghi comuni e leggende metropolitane. La seconda. Io sono contrario alle modificazioni genetiche degli alimenti, per un semplice motivo: sono uno studioso ed un appassionato di cultura dell’alimentazione e delle tradizioni enogastronomiche, e visto che gli ogm rappresentano la quintessenza dell’innovazione e della tecnologia alimentare, ritengo che siano quanto di più lontano da ciò che amo e che mi appassiona.
Ma un conto è guardare la realtà con gli occhi della passione, un altro è accettare passivamente il messaggio che qualcun altro ci vuole imporre. Ed è per questo che ho voluto spogliarmi dei panni di appassionato di enogastronomia, per cercare di affrontare questo tema secondo un approccio più scientifico e quanto più possibile obiettivo.

pannocchia ogmMa torniamo a noi e ai nostri organismi geneticamente modificati, chiarendo innanzi tutto cosa sono. Gli ogm sono degli organismi il cui genoma viene modificato tramite azioni “mirate” con particolari tecniche di ingegneria genetica. È importante sottolineare la parola “mirate”, in quanto quegli organismi la cui sequenza genica si modifica spontaneamente (pensiamo a quante modificazioni genetiche sono avvenute nella storia evolutiva della vita sulla terra, passando da un organismo unicellulare a tutte le forme di vita oggi esistenti in natura), o con altre tecniche che vedremo, non sono definiti organismi geneticamente modificati.
Non è quindi un ogm quella pianta o quel seme il cui genoma viene modificato ad esempio attraverso un irraggiamento con raggi gamma di Cesio 137, e secondo la legislazione vigente può tranquillamente essere messo in commercio. La Direttiva Europea 2001/18/UE infatti vieta l’immissione in commercio soltanto degli organismi geneticamente modificati, e secondo le definizioni dell’art. 2 gli ultimi citati non fanno parte di questa categoria, perché attraverso l’irraggiamento la mutazione che ne consegue non è mirata, bensì casuale.
Questa tecnica di modificazione della sequenza genica è stata utilizzata per produrre ad esempio il pompelmo rosa oppure la varietà di grano “creso”, che oggi viene comunemente utilizzata per la produzione della pasta. Una regola alquanto bizzarra, ma è così.

prodotti ogmOggi la diatriba tra i favorevoli e i contrari all’utilizzo della tecnologia genetica sui prodotti agroalimentari è tutt’altro che vicina alla soluzione. Di studi pseudoscientifici, con un’attendibilità però troppo spesso carente, sui probabili pericoli che potrebbero derivare dal loro uso ne sono stati fatti a centinaia. I motivi di preoccupazione sono diversi. Uno di essi è la possibilità che una pianta modificata geneticamente possa comportarsi in maniera anomala e faccia scaturire quindi conseguenze impreviste arrecando danno alle altre specie viventi e all’intero ecosistema.
È il caso del cosiddetto “flusso genico” che si può manifestare per dispersione dei semi di piante geneticamente modificate, per impollinazione di piante non ogm della stessa specie agraria o di specie affini a quelle ogm, e ancora per passaggio di DNA transgenico da parti vegetali in decomposizione a cellule batteriche del suolo. Di studi autorevoli su tale ipotesi ne sono stati fatti diversi (quello del professor Mick Crowley, pubblicato sulla rivista Nature nel 2001; oppure quello di Michele Morgante nel 2005 pubblicato su Nature Genetics), e tutti sono giunti più o meno alla stessa conclusione: l’impatto sull’ambiente e sull’ecosistema che hanno le coltivazioni ogm è del tutto paragonabile a quello delle altre specie coltivate.

pomodori ogmUn’altra fonte di preoccupazione nei confronti degli ogm è legata alla possibilità che possano recare danno alla salute, in quanto la modificazione del pool genetico degli alimenti permetterebbe l’introduzione nella catena alimentare di prodotti che potrebbero avere effetti collaterali non prevedibili. I motivi di questa preoccupazione sono sostanzialmente due, uno più logico anche se infondato e l’altro completamente campato in aria. Il primo riguarda la resistenza agli antibiotici. Come ci spiega il professor Giorgio Poli dell’Università di Milano, tutte le piante ogm oggi coltivate sono dotate, oltre che del gene di interesse, anche di un gene che conferisce resistenza agli antibiotici neomicina, ampicillina, kanamicina e derivati, per ragioni che evito di riportare. Questa procedura ha destato la preoccupazione che il gene di resistenza possa trasferirsi dalla pianta ogm ai batteri dell’intestino, o peggio nel genoma umano, conferendo resistenza all’antibiotico (oggi comunque di nessun interesse clinico) e determinando quindi inefficacia dell’antibiotico in terapia medica. L’accusa, sempre secondo il professore, manca di realismo scientifico: il fatto che un gene presente in un vegetale possa essere trasferito ai batteri del nostro intestino avrà la stessa rilevanza che può avere l’aggiunta di un bicchiere d’acqua sul livello del mare.
Infatti, esistono nel nostro intestino 100 mila miliardi di batteri. La frequenza di mutazione naturale per resistenza a un antibiotico è di circa 1 su 10 milioni. Possiamo quindi calcolare che, in ogni momento, nel nostro intestino esistono 10 milioni di batteri resistenti ad alcuni antibiotici. Un gene di resistenza all’antibiotico che fosse trasferito dal vegetale ogm ad un batterio intestinale si sommerebbe, semplicemente, agli altri 10 milioni di geni prodotti per mutazione naturale. Ben altra importanza hanno, sulla insorgenza di resistenze agli antibiotici, il noto fenomeno dell’abuso di antibiotici in terapia medica e il non altrettanto noto fatto che il 50% degli antibiotici oggi prodotti nel mondo è usato nell’alimentazione animale. Ma questo è un altro discorso.

Manipolazione pannocchieL’altro motivo di preoccupazione per la salute umana è legato alla potenzialità che gli organismi geneticamente modificati possano contribuire all’insorgenza dei tumori. Negli ultimi due decenni sono stati fatti numerosi studi in questo ambito, e nessuno di questi ha rilevato un nesso di causalità tra l’assunzione di prodotti ogm e lo sviluppo della terribile malattia. Personalmente ritengo che un timore di questo tipo sia privo di fondamento logico per un semplice motivo: ci sono in commercio prodotti la cui cancerogenicità è accertata, mi riferisco alle sigarette, ed altri che hanno una discreta probabilità che lo siano, e mi riferisco alle numerose sostanze presenti ad esempio nei pesticidi (sia naturali che chimici) o in tanti altri prodotti che assumiamo giornalmente (tra cui anche il caffè); com’è possibile che nei confronti di questi prodotti vi sia un livello di allarme di gran lunga inferiore a quello sugli ogm, dei quali nessuno ha riscontrato scientificamente la pericolosità?
Con questo non voglio dire di essere favorevole agli organismi geneticamente modificati, e di auspicare un loro utilizzo senza controlli e senza ricerche. Vi sono sicuramente motivi di preoccupazione più fondati di quelli che ho appena citato, come ad esempio le possibili conseguenze che potrebbero derivare da un eventuale passaggio genetico in specie selvatiche, oppure la riduzione della variabilità genetica e della biodiversità. E su questi punti occorre mantenere un livello di vigilanza elevato. Prima di concludere mi faccio, e faccio ai lettori, un’ultima domanda. Supponiamo che grazie alle biotecnologie si possano usare meno pesticidi, si possano sfruttare suoli aridi e si possano produrre cibi più nutrienti e meno deperibili; siamo così convinti che gli ogm rappresentino un pericolo per l’umanità, e non una risorsa?

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