I vini polacchi di Barbara Płochocka e Marcin Płochocki a Winnica Płochockich

In un articolo precedente che v’inviterei a leggere, se non l’avete ancora fatto, avevo accennato anche a questa bella tenuta vitivinicola che si trova nella stessa valle dell’Opatówka, ma già dieci anni prima, quando la Polonia non era ancora nell’Unione Europea, in un momento in cui la produzione di vino sembrava ancora un sogno irrealizzabile e che questo argomento interessasse soltanto a un ristretto gruppo di enomaniaci un po’ snob. Dal 2001 al 2002 ci ritrovavamo tutti come una volta i carbonari, itineranti in truppe cammellate tra Varsavia, Cracovia, Wrocław e Jasło e nessuno allora riusciva ancora a immaginare quanto sarebbe stato veloce lo sviluppo esponenziale di quello che abbiamo avviato con tanta passione osteggiata non poco dalle vecchie norme e dalla burocrazia.

La storia di Winnica Płochockich rappresenta fedelmente quella della moderna vitivinicoltura polacca. Barbara e Marcin Płochoccy si erano diplomati entrambi alla scuola tecnica secondaria di orticoltura. Barbara aveva proseguito gli studi nel campo della protezione ambientale e Marcin in agricoltura, ma sono andati a lavorare in tutt’altre direzioni. La passione per la vita nei campi era però rimasta e avevano cominciato a cercare un terreno o una piccola fattoria da acquistare. Il destino li ha portati a incontrare nel 2002 Roman Myśliwiec, il ”Bacco di Jasło”, proprio mentre era impegnato nel progetto di rinascita della vitivinicoltura della regione Podkarpackie di cui abbiamo scritto molto sia Mariusz Kapczyński su Vinisfera.pl sia io su Enotime.it.
Un mese dopo Barbara e Marcin avevano già piantumato un loro primo e piccolo vigneto di sole 30 are a Glinik Polski, un piccolo villaggio situato nel comune di Tarnowiec del Voivodato Podkarpackie. Come quasi tutti i vitivinicoltori polacchi, hanno cominciato da autodidatti e soltanto come hobby per coltivare sibera, rondo, bianka, seyval blanc, muskat e marechal foch. L’unica coltivazione a scopo enologico commerciale a quel tempo era abbastanza affermata soltanto al confine con la Germania, più per produrre il brandy che il vino, anche se la tradizione vinicola di quella regione di Zielona Góra aveva una tradizione vinicola risalente al Rinascimento.

Negli anni seguenti Barbara e Marcin hanno comunque continuato a occuparsi professionalmente di ben altro. Ogni fine settimana dovevano percorrere però circa 700 km tra andata e ritorno per curare la loro piccola vigna e vi assicuro che le loro strade erano e sono così contorte da far venire il latte alle ginocchia, ma sono riusciti a non scoraggiarsi dall’intento di produrre vino. E così nel 2005 hanno deciso di acquistare un terreno di oltre 4 ettari leggermente più vicino a Varsavia per dimezzare i chilometri di quei viaggi massacranti e lo hanno trovato a Daromin, un villaggio nel comune di Wilczyce del Voivodato Świętokrzyskie, sulla cima di una scarpata in leggera pendenza verso sud, sulle alture sopra la valle dell’Opatówka. Qui si sono messi a coltivare ibridi e incroci con ibridi come sibera, seyval blanc, hibernal, rondo, regent, cserszegi fuszeres, johaniter, solaris, marechal foch, muskaris, cabernet cortis e perfino vitigni a maturazione precoce come riesling, moscato, traminer, zweigelt e pinot noir.

Pur riducendo la distanza e il tempo di viaggio, non potevano però lasciare ancora il lavoro in città. Allora con il vino ancora non si poteva campare perché perdurava assurdamente la vecchia legge che impediva ai vitivinicoltori di vendere il vino e di ripagarsi perciò dalle spese, quindi ogni fine settimana, esattamente come prima… avanti e indietro con una caparbietà davvero ammirevole. Con l’ingresso nell’Unione Europea nel maggio del 2005 le obsolete impalcature di legge ereditate dal vecchio regime sono via via crollate tutte, compresa quella gabbia di orpelli che penalizzavano il vino, anche se per quest’ultima anacronistica stupidaggine burocratica ci sono voluti tre anni e finalmente, nel 2008, il vigneto è stato registrato presso l’Agenzia per il Mercato agricolo con l’agognata licenza di vendita ai ristoranti e ai negozi autorizzati al commercio di vini, liquori, ratafià e birre.
Ricordo di aver festeggiato quando ho saputo che Winnica Płochockich è stata la terza cantina di tutta la Polonia a ricevere la licenza per vendere il suo vino. Una festa, ve lo giuro! E così Barbara e Marcin hanno cambiato vita e hanno iniziato a fare un altro tipo di viaggi, quelli per cercare i primi clienti fra ristoranti ed enoteche, ma devo dire che è stata una fatica convincerli di includere questi vini polacchi nell’offerta al pubblico. Però è stato proprio questo tipo di certosino lavoro di promozione che ha reso i loro vini facilmente riconoscibili in tutto il paese, infatti conservano ancora in portafoglio i clienti conquistati fin dal primo anno di vendite.

Ormai Barbara e Marcin producono vino a tempo pieno da molto tempo. Hanno acquisito conoscenze sulla produzione di vino sia dalla letteratura polacca che da quella straniera e hanno cominciato a viaggiare all’estero per aggiornare la loro formazione. La cosa che mi ha colpito di più è che hanno dimostrato di saperci fare non solo con i vitigni ibridi e gli incroci con le viti selvatiche, ma ci riescono anche con i vitigni più precoci della vitis vinifera, sfondando i pregiudizi di molti altri vitivinicoltori polacchi. Infatti ricevono premi e riconoscimenti in numerosi concorsi enologici con quasi una ventina di etichette diverse tra bianchi, rossi, rosati e vini da dessert piuttosto originali, autentici, puliti, freschi e aromatici che sono riusciti a vincere la diffidenza verso il ”polskie wino” d’uva.
In comune hanno la passione e la formazione e non temono di sperimentare, come stanno facendo con la produzione di vino secondo la tradizione georgiana nei qvevri, le anfore di argilla sepolte nel terreno. Svolgono manualmente quasi tutti i lavori di cura delle vigne con un riguardo particolare per i metodi naturali di coltivazione, la selezione delle uve e la vinificazione. La cantina e il vigneto sono aperti alle visite che possono utilizzare quattro camere doppie, una suite familiare, una grande terrazza e un angolo cottura con una sala per la degustazione. Il luogo poi è molto bello per rilassarsi ed esplorare la zona.

Nel 2010, Barbara e Marcin hanno iniziati i lavori per ampliare l’edificio di Daromin e attrezzare una cantina di dimensioni adeguate alla produzione di vino di alta qualità e dotata di tutte le infrastrutture di contorno, come i servizi igienici per i visitatori, una sala di degustazione con cucina, diverse sale di intrattenimento e ristoro per ricevere gli ospiti interessati al vino e all’enoturismo.
Attualmente Winnica Płochockich dispone di quattro camere doppie e di una spaziosa suite per un’intera famiglia con bambini. Nella stagione da maggio a settembre, ogni sabato dalle 15.00 e alle 17.00 aprono la tenuta e la cantina alle visite guidate. Si fanno degustazioni per singoli clienti e gruppi organizzati, ma è necessaria la prenotazione telefonica prima dell’arrivo, poiché le visite e i soggiorni non sono possibili sempre.
Fanno quasi tutto in famiglia e limitano l’assunzione di dipendenti assunti a tempo determinato nel caso di lavori relativamente più semplici, previa istruzione sul posto, come la cernita e la raccolta dei grappoli. Il figlio Piotr si è laureato all’Istituto di Scienze Alimentari SGGW di Varsavia presso la facoltà di tecnologia alimentare e ha un vivo interesse per l’enologia in generale e per i vigneti polacchi in particolare e penso che continuerà sulla strada aperta coraggiosamente dai genitori.
Sui vini devo dire che anche gli amici che hanno visitato in questi anni Winnica Płochockich ne hanno colto una naturalezza evidente rispetto a quelli dei paesi occidentali che si trovano in commercio, perché corrispondono di più all’andamento delle annate. Quando mostrano questa piccola differenza, però, sembrano più autentici.
I loro vini sono già interessanti, non male. Saranno ancora meglio i prossimi, dato che Barbara Płochocka è riuscita a ottenere un finanziamento dal Fondo Agricolo Europeo per lo Sviluppo delle Aree Agricole nell’ambito dell’attuazione della strategia di sviluppo locale della regione di Sandomierz. Intanto vi descrivo quelli assaggiati, che per un totale di 30.000 bottiglie sono venduti in ben cinquanta località di tutta la Polonia.

Kvevri XV
Questo vino del 2015 è stato fatto da uve di seyval blanc con un’aggiunta di uve johanniter ed è già il secondo che è maturato qui nelle anfore sotterrate fatte arrivare apposta dalla regione Kacheti della Georgia caucasica, seguendo le regole descritte in dettaglio da Sławomir Sochaj e riassunte in un articolo di Wojciech Bosak che ho avuto il piacere di tradurre per Enotime.it. Ma è anche il primo che ha fatto nelle anfore tutto il ciclo di vinificazione, dalla fermentazione alla lunghissima macerazione di un anno e mezzo sulle bucce, perché il precedente era stato macerato e fermentato prima in tini d’acciaio inox. Un vino non perfettamente trasparente perché volutamente non filtrato, ma è stato versato in poco più di un migliaio di bottiglia praticamente così com’è uscito dalle anfore. Secondo il mio modesto parere avrebbe dovuto essere decantato a lungo in vasche di cemento, ma gli spazi e le dotazioni di vasi vinari qui sono ancora limitati, artigianali, Pazienza, cresceranno!
Sebbene mi sia sembrato ancora molto giovane, è davvero impressionante. Ha un colore ambrato chiaro. All’attacco sbocciano delicati aromi di frutta matura gialla che introducono un bouquet di frutta gialla anche secca (albicocche, mele, uvaspina) e sfumature di scorza d’arancia e di spezie dolci. In bocca è succoso, corposo, presenta una buona struttura con un tannino palpabile ma non aggressivo e una grande acidità, anche se nel sapore è ancora corto e si avvertono nel finale alcune note di tè verde e di noci fresche. Il risultato però è già buono. Il tenore alcolico naturalmente sviluppato è notevole per questa latitudine: 13,5%. Da servire fresco, intorno a 14 °C.

Inspira Volcano XVI
Questo vino bianco si fa dal 2012 e quello del 2016 è derivato da un assemblaggio di uve di seyval blanc, sibera e hibernal vinificate separatamente per 12 mesi in tre botti già usate di rovere ungherese, infatti si ispira al modello di vino dei fianchi del vulcano di Somló. L’assemblaggio è avvenuto in vasche d’acciaio inox, ma quando rimaneva ancora un delicato residuo zuccherino naturale per corrispondere maggiormente al gusto polacco e l’affinamento è proseguito per altri 12 mesi sempre in acciaio inox. Come sempre, tuttavia, in questi casi non è facile trovare la chiave di un giusto equilibrio e qui si gioca spesso la carriera di un enologo.
In questo vino, forse grazie all’ambiente piuttosto freddo della cantina che gli ha evitato in seguito delle rifermentazioni in bottiglia, è andata bene. Dato che Marcin è un perfezionista, penso che riusciranno a ottimizzare ancora meglio la tecnica con il controllo delle temperature in vasche moderne, visto che è già passato dal tenore alcolico leggero dell’11,5% che aveva l’annata 2014 a quello più equilibrato del 12,5% attuale. Consiglierei di servirlo freddo, tra 10 e 12 °C.
Un bianco di un bel colore giallo chiaro trasparente e luminoso. All’attacco sprigiona subito profumi di zagare e di skitz di buccia d’agrumi che introducono un bouquet ricco di aromi di pesche gialle, piccole mele bianche papierówka e mango. In bocca si aggiungono note di favo d’arnia e una piacevole acidità, ha una bella struttura piacevole e cremosa e nel finale emergono sfumature di erbe aromatiche e un ricordo balsamico.

Riesling 2014
Di questo vino fatto in purezza da uve riesling senz’alcuna aggiunta di zuccheri c’è già in giro l’annata 2017, ma io sono ancora così ben impressionato da questa prima annata che Winnica Płochockich ha prodotto che desidero dedicarle un appunto particolare perché, quando alcuni famosi degustatori polacchi al suo debutto ufficiale non gli davano vita lunga, il sottoscritto ne vedeva invece un potenziale di maturazione in bottiglia abbastanza per favorirne il miglioramento qualitativo. Che c’è stato, infatti, tanto che Barbara e Marcin non lo hanno messo tutto in vendita e credo che ne abbiano ancora, per studiarne l’evoluzione. È inutile che il guru di turno si pavoneggi in elucubrazioni teoriche da vanesio sotto le luci della ribalta, quando sono proprio i produttori esperti a giudicare per primi con esattezza il frutto delle proprie fatiche.
I due coniugi dal pollice verde hanno aspettato una maturazione piena prima di raccogliere e selezionare i migliori grappoli. La vendemmia è stata fatta a novembre, a rischio neve. Ne è risultato un vino di colore giallo chiaro con riflessi verdolini, dall’attacco fresco e aromatico, con toni di fiori bianchi e frutti gialli che introducono aromi di mele, pesche, ananas. In bocca si sentono pere e vinaccioli con una piacevole dolcezza equilibrata dall’acidità.
Il finale è ancora fruttato, ma sul fondo sapido e tipico dei riesling. Posso dire che forse è solo adesso, dopo 6 anni, che è all’apice del suo sviluppo ed è adatto a frutti di mare, carpaccio e tartare di pesce di mare, ma anche pollame in salse nobili e perfino creme dense di dolci asparagi bianchi all’uovo, burro e parmigiano. Molto leggero il tenore alcolico che è del 10,5%, ma è armoniosamente bilanciato da un’ottima maturazione polifenolica. Consiglierei di servirlo in calici ampi a una temperatura da 12 a 14 °C (d’estate un paio di gradi in meno).

Π 2015
Il nome del Pi greco è davvero emblematico per questo vino fatto da pinot noir in purezza. È un’uva che germoglia e matura precocemente, soffre di colatura nei terreni umidi e particolarmente freddi e qui siamo in Polonia… però in collina, dove la ventilazione porta via subito l’umidità con il primo sole. Tra tutti i 46 cloni di pinot noir conosciuti, si è scelto il più precoce che si è adattato perfettamente al ciclo vegetativo di maturazione permesso dal clima un po’ più freddo che in Borgogna e con escursioni termiche estive inferiori. Mi ero mangiato le dita degustando troppo presto il Pinot Noir 2016 che Marcin ha recentemente imbottigliato in borgognotta e che si è distinto nelle presentazioni al pubblico, perciò stavolta ho aspettato tre anni in più. A questo Π 2015 che era stato imbottigliato precedentemente ancora in bordolese è andata meglio, infatti.
È un vino di colore rosso brillante con riflessi rubino che ho arieggiato per sfumare la nota di vaniglia delle barriques di primo passaggio, così non mi ha disturbato, dato che a me non piace. All’attacco è seducente con un bel profumo di ciliegie e fragoline di bosco che introduce un bouquet di aromi di ciliegie con il nocciolo, mirtillo rosso di palude, more di rovo e confetture di lamponi tra delicate sfumature vegetali. In bocca è leggermente erbaceo e si sente il bosco e il muschio bagnato. Non è un vino pesante, ha una consistenza equilibrata, espressiva, ma leggera, è pulito e fresco. Si assapora un piacevole fruttato di fragole mature che si conferma tra le note di bacche di ginepro e di peperoncino. I tannini sono delicati e molto ben integrati, con una piacevole acidità e ancora un certo potenziale di affinamento in bottiglia. Il finale è leggermente affumicato e speziato. Tenore alcolico del 12,5%.
Perfetto con l’anatra al vino rosso e con carni rosse in parte ben arrostite e poi brasate lentamente nella birra, da servire in calici ampi a una temperatura da 16 a 18 °C.
Mario Crosta
Winnica Płochockich
Daromin 2 , 27-612 Wilczyce (powiat sandomierski)
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sito www.winnicaplochockich.pl
e-mail basia@winnicaplochockich.pl, marcin@winnicaplochockich.pl




