Il Dolcetto secondo Giorgio e Paola Abrigo, ma anche le nocciole, il bestiame e…

Una delle incomprensioni più frequenti e tuttora presenti nell’immaginario comune, riguarda il suo nome: Dolcetto non deriva da una peculiarità del vino (che è decisamente secco e non dolce), ma dell’uva, le cui bacche sono basse di acidità, succose e quindi “dolci”, almeno per il palato piemontese, o comunque di un’insolita dolcezza che un tempo venivano utilizzate proprio per la “cura dell’uva”, una pratica depurativa dettata dall’esperienza popolare.

Il Dolcetto è generalmente fresco e fragrante, adatto ad accompagnare svariate pietanze e non possiede un grande invecchiamento, anche se alcuni produttori più ambiziosi ne propongono versioni di maggior consistenza e longevità superiore.
I Dolcetto di alta collina sono di armoniosa costituzione e di profumo delicato e quelli di Diano d’Alba, che si ricavano dalle omonime e leggiadre ondulazioni, presentano una non trascurabile caratteristica, ossia l’individuazione ufficiale delle vigne più elette (i Sorì) dichiarandole orgogliosamente in etichetta.

E sempre a Diano, nel 1968, nasce l’azienda Abrigo Giovanni, di Giorgio e Paola Abrigo, come impresa agricola policolturale, dove si alleva bestiame (la celebre razza bovina piemontese), si coltivano vari tipi di frutta, tra i quali la nocciola Piemonte I.G.P e soprattutto si coltivano vitigni in primis come naturalmente il Dolcetto, ma anche un po’ di Barbera, Nebbiolo e Favorita. Ora l’allevamento non c’è più, ma tutto il resto prosegue con entusiasmo e dovizia di particolari. La loro filosofia, infatti, parte da un presupposto talmente semplice quanto cristallino: “un’uva sana è il fondamento per un vino sano”.

Lotta integrata, inerbimento naturale con erbe spontanee tra i filari e recupero acqua drenata sono certamente volti a un utilizzo responsabile e scrupoloso del suolo. L’integrità del territorio parte infatti da questi concetti, cosciente anche del fatto – la famiglia Abrigo – che noccioleti, boschi e vigneti non soltanto danno vita a un’invidiabile alchimia, ma fanno parte del patrimonio inestimabile della tanto amata Langa.
VINI DEGUSTATI
Dolcetto di Diano d’Alba Superiore Garabei 2020 DOCG, ovvero la massima espressione del Dolcetto di casa Abrigo ed è il nome che indica la vigna più vecchia, dislocata all’interno della menzione geografica aggiuntiva Sorì dei Crava. Viti ultracinquantenni che poggiano su una collina molto ripida, con terreno povero e asciutto, poco profondo, calcareo, caratterizzati da strati di sabbia più o meno compatta, alternata ad arenarie grigie (sabbie compattate e cementate da carbonati delle acque marine). Da subito assai invitante, profumato, limpidamente fruttato, arricchito da deliziose note di pepe bianco, ha sapore armonioso, equilibrato, di bella chiarezza, dai tannini dolci e infiltranti.

Dolcetto di Diano d’Alba Sorì dei Crava 2020 DOCG, ossia l’iconico vigneto della cascina Crava che si posiziona esattamente al centro di tale Sorì, dal dialetto Piemontese “Solatio”, esposto al sole. Prodotto con la selezione delle migliori uve dell’omonima parcella situata a Diano d’Alba e quindi sugli stessi terreni del suo predecessore. Vinifica anch’esso in vasche d’acciaio con macerazione di circa 7 giorni (3-5 giorni in meno rispetto al Garabei a seconda dell’annata). Fermentazione malolattica spontanea e stabilizzazione tartarica a freddo durante i mesi invernali. Finemente floreale con sfumature fruttate di mirtillo, mora e susina; palato ampio e fresco, sfaccettato, di grana tannica vellutata e considerevole allungo gustativo.
Lele Gobbi




