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Cibo e Cultura

La rivoluzione delle abitudini alimentari

Alberto Sordi è Nando Mericoni in Un Americano a RomaChi non ricorda il film cult di Steno Un americano a Roma? In uno dei pezzi più memorabili della cinematografia italiana Alberto Sordi nei panni di Nando Mericoni – un ragazzo sempliciotto innamorato dell’America – ritorna a casa la sera tardi dopo aver bighellonato tutto il giorno. Entra in cucina con le dita a pistola, si guarda intorno furtivamente, fa il gesto di sparare a un immaginario nemico, e vedendo il piatto di spaghetti che gli ha lasciato la madre, comincia a inveire con accento americano: “Mac’a rownee, questa è robba da carettieri… io non magno mac’a rownee, io so’ ‘mmericano!!”. E dopo aver allontanato il piatto con disprezzo, prende in mano il fiasco di vino e gridando ad alta voce per farsi sentire dalla madre che stava dormendo, accusa: “Vino rosso, io non bevo vino rosso, lo sapete che sono ‘mmericano… gli ammericani non bevono vino rosso!”
Era il 1954, e forse Steno e Alberto Sordi non immaginavano neanche che in quegli anni in Europa stavano giungendo dagli Stati Uniti quei sistemi che avrebbero rivoluzionato per sempre il nostro modo di mangiare. In quegli anni infatti l’agricoltura cominciava ad intensificarsi, la policoltura lasciava il posto alla monocoltura intensiva, i prodotti agricoli venivano sempre più trasformati dall’industria, e la grande distribuzione organizzata cominciava a diffondersi velocemente. L’alimentazione stava divenendo, al pari di qualsiasi altro bene, un grosso mercato di consumo di massa: l’abbondante produzione agricola rendeva necessario l’intervento dell’industria alimentare che riusciva a conferire un valore aggiunto al cibo, e a proporlo all’ingordo consumatore. E tutto questo avveniva in una rete commerciale potente ed estremamente organizzata, quale quella dei supermercati della grande distribuzione.

Fasst Food NationIn pochi anni nelle famiglie italiane ed europee vennero abbandonati molti dei rituali tradizionali legati al cibo e alla tavola. Basti pensare che alla fine degli anni sessanta una casalinga trascorreva più di due ore al giorno in cucina per preparare il pranzo e la cena per la sua famiglia. Venti anni più tardi quel tempo si è ridotto a meno di un’ora, mentre oggi supera di poco i trenta minuti. Tutto questo ha un solo significato: il lavoro culinario si è trasferito dalla cucina all’industria.
Certo, è ovvio che esistono anche delle cause sociologiche che hanno contribuito a questa rivoluzione, come ad esempio il fatto che le donne oggi hanno meno tempo da dedicare alla casa. Ma quello che mi interessa sottolineare in questa sede è che l’industria alimentare e la grande distribuzione organizzata si sono impossessate della nostra tavola e del nostro gusto.
Uno dei tanti elementi, forse il più infausto, che hanno contribuito ad allontanare gli italiani dai fornelli è stato l’affermarsi delle catene dei fast food, fenomeno iniziato nei primi anni ottanta con l’apertura dei primi Mc Donald’s a Roma e a Milano. Importati totalmente dagli Stati Uniti, i fast food hanno cominciato a soddisfare una triplice esigenza dei consumatori: mangiare tanto, con pochi soldi e in fretta. Se consideriamo anche che un hamburger si può mangiare senza le posate, in piedi, oppure guidando o lavorando, capiamo subito il motivo di tanto successo.

Dieta mediterraneaA quale logica risponde una simile rivoluzione dei costumi alimentari? Come ho detto prima, sicuramente da un lato c’è stata una domanda “di tempo” dei consumatori. Il tempo che viene risparmiato in cucina viene dedicato al lavoro, ai figli e allo svago. Dall’altro lato anche la distribuzione ha avuto un ruolo determinante: esigenze logistiche, tecniche ed economiche hanno portato ad una sempre più pressante richiesta di produrre alimenti che fossero stoccabili, economici, non deperibili e facilmente trasportabili. Ed ecco quindi che iniziano a diffondersi le conserve, i cibi in scatola, gli alimenti confezionati carichi di conservanti e via discorrendo.
Quindi ricapitolando, trenta anni fa per mettere a tavola una famiglia di quattro persone, con un menu composto da un piatto di pasta e da una porzione di carne con contorno, si impiegavano quasi due ore di lavoro; oggi lo stesso menu si può preparare con 15 minuti, grazie ai sughi pronti, ai prodotti surgelati e a quelli in scatola. Ok, va tutto bene, ma a questo punto dobbiamo porci due domande. La prima: la qualità del cibo che mangiamo è la stessa di tre decenni fa? La seconda: stiamo andando incontro ad una planetarizzazione delle abitudini alimentari?
Il tempo e lo spazio che mi rimane per concludere questo articolo non voglio impiegarlo per rispondere a queste domande, per non rattristare il lettore. Mi piacerebbe invece che gli spuntasse un sorriso, e spero di riuscirci raccontando la parte finale della scena del film di cui ho parlato all’inizio. Dopo aver scartato l’idea di mangiare spaghetti, Nando Mericoni si appresta a prepararsi un piatto, secondo lui più “americano”: pane, latte, marmellata, yogurt e mostarda. Lo addenta voracemente, ma con il passare dei secondi le masticate si fanno sempre più lente, e sul suo volto comincia a disegnarsi l’espressione delusa di chi ha appena messo in bocca qualcosa di immangiabile. Da lì a sputarlo il passo è breve: “Ammazza che zozzeria!!”. Riprende così il piatto di spaghetti, lo porta davanti a sé, e prima di portarne in bocca una quantità spropositata, recita la mitica frase: “Mac’a rowne, m’hai provocato e io te distruggo…me te magno!!”

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