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L’Associazione ARCA per la riscoperta del Catarratto

Associazione Regionale Catarratto Autentico
Associati ARCA

Sottovalutato per tanti anni, il Catarratto è una delle varietà a bacca bianca più coltivate in Sicilia, in particolare nella parte occidentale, nelle sue diverse forme, il comune, il lucido e l’extralucido. Un tempo gli ettari vitati con questa varietà erano 90mila, oggi sono diminuiti di un terzo, a favore di altre che sul mercato stanno riscuotendo un grande successo. Ma il territorio si è svegliato e lo ha fatto con il supporto di sei cantine, che partecipano al progetto Valore Catarratto, finanziato dal Comune di Santa Cristina Gela, e tutte aderenti ad ARCA, Associazione Regionale Catarratto Autentico. Nata due anni fa, oggi il presidente è Sebastiano Di Bella, anche titolare dell’omonima azienda, e si propone di riportare la varietà all’attenzione dei riflettori e dei mercati, nonché del pubblico.

Tonino Guzzo, Othmar Kiem e Sebastiano Di Bella
Tonino Guzzo, Othmar Kiem e Sebastiano Di Bella

ARCA, nel nome del valore e dell’identità territoriale
I produttori aderenti sono Caruso&Minini, a Marsala (TP), Castellucci Miano a Valledolmo (PA), Feudo Disisa a Monreale (PA), Azienda Agricola Bagliesi Vito ad Agrigento, Tenute Lombardo a Caltanissetta e Società Agricola Di Bella a San Giuseppe Jato (PA). A guardare la cartina ci si rende subito conto che alcune aziende escono dall’areale di Palermo e Monreale che è il motore di tutto, ma non per un fatto di disgregazione territoriale, ma perché a trovarsi subito d’accordo è stato finora un numero esiguo di produttori. Il primo presupposto per rientrare in ARCA è credere fortemente nel Catarratto, in maniera assoluta, e produrre almeno un’etichetta in purezza. Altro presupposto è poter dimostrare che il suolo dove nascono le uve è su un territorio fortemente vocato. Non esiste un disciplinare interno e nemmeno altre condizioni, e questi primi sei produttori che hanno aderito sono portavoce di una eccellenza che non si è svegliata oggi ma che porta avanti un discorso di coerenza qualitativa da almeno venti anni.

Valledolmo
Valledolmo

La capacità del Catarratto di declinarsi è sorprendente, e se parliamo di una caratteristica che è proprio la freschezza sorprendente, ammettiamo che all’assaggio è un vino di grandi soddisfazioni in termini di acidità. Varietà piuttosto generosa, il comune in particolare arriva nella resa fino a 200 quintali/ettaro, ma in altura diminuisce e diventa molto meno copioso ma anche qualitativamente più apprezzabile, specialmente il lucido con cui si arriva massimo a 90 quintali/ettaro.
Soffre la mancanza di acqua per tempi troppo prolungati di siccità e su questi terreni argillosi trova modo di mantenere le radici sempre fresche, tranne nei periodi più aridi in cui si tende a dare una mano con l’irrigazione. Per alcune aziende si parla di coltivazione di altura perché i vigneti arrivano anche a 900 metri, come nel caso di Lombardo e Castellucci Miano, le escursioni termiche fanno il loro ruolo, ma non è detto che siano queste a determinare la qualità delle uve. Anche la presenza di gesso che tanti decantano, non è sempre reale, in questi territori spesso il gesso è carente, ma l’acidità non ne risente.

L'enologo Tonino Guzzo in vigna
L’enologo Tonino Guzzo in vigna

A dettare qualche parametro per affrontare il catarratto e le sue performance è l’enologo Tonino Guzzo, maestro in questi territori da tanti anni e guida di una parte delle cantine di ARCA. La sua è una visione che prende vita a stretto contatto con la vigna, quando andiamo nei campi per visitare la tenuta di Castellucci Miano in sua compagnia, passa tra i filari e non si ferma di fronte ai tralci di catarratto che scendono a terra. È più forte di lui, li sistema, non curante del resto. Ci mostra come aggiusta il filare per tenere in su il ramo e farlo crescere nella direzione giusta, a completare un parametro fogliare che protegga gli acini. Impariamo che questa varietà tende a scivolare infatti verso il basso e varie sono le tecniche per riportarlo in alto. Fra di loro c’è l’agronomo e titolare di Caruso&Minini, Stefano Caruso, che ci ha spiegato come invece del classico Guyot, in vigna l’apparato fogliare sia sistemato in modo da rimanere sopra i grappoli, per lasciare le uve a diretto contatto col sole, e non incorrere in muffe e malattie.

Evento ARCA a Santa Cristina Gela
Santa Cristina Gela

ARCA e il territorio. Santa Cristina Gela
Senza dilungarsi su tecniche agronomiche di cui le aziende non sono affatto digiune, vorremmo poniamo l’attenzione sulla cura investita nel promuovere l’iniziativa di ARCA con una manifestazione organizzata a proprio a Santa Cristina Gela, nel cuore del quadrilatero regionale appena descritto, il 6 e 7 giugno scorsi, il primo di tanti eventi futuri. Una piazza vestita di banchi di assaggio e di prodotti identitari presentati dalle aziende del territorio, immancabili i cannoli e le sfinci di San Giuseppe, una variazione rispetto al classico cannolo con una pasta fritta ripiena di ricotta preparata al momento. Un percorso narrativo attraverso la preziosa presenza della cultura Arbëreshë, tra Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela, ci ha arricchito di nuove conoscenze e memorie tutte legate a un unico filo conduttore, il territorio e le sue ricchezze.

Arbëreshë. Foto Gaetano Massa
Arbëreshë. Foto Gaetano Massa

Questo appuntamento ha battezzato ARCA in un certo senso come megafono e portavoce di un valore che può essere trasmesso solo da chi ci crede, cosa che è stata ribadita più volte, anche dai produttori nel corso della masterclass. Al catarratto, come abbiamo detto, sono dedicate lavorazioni diverse, perché si presta bene ad essere base spumante grazie alla sua acidità, come vino fermo sia d’annata che da invecchiamento, e infine in versione macerato.
Abbiamo visitato le aziende e assaggiato alcuni vini durante la masterclass, in cui abbiamo avuto modo di testare le effettive potenzialità del vitigno e la capacità di evoluzione nel tempo.

Giovanna e Stefano Caruso. Foto Gaetano Massa
Giovanna e Stefano Caruso. Foto Gaetano Massa

Caruso&Minini
Caruso&Minini ci propone il catarratto in due annate, il Sicilia Doc Naturalmente Bio 2020, con la vecchia etichetta di stampo floreale, ora rinnovata nella 2025, con Sicilia Doc Catalù. L’annata è una esplosione di limone, agrume, erbe fresche, salinità sul lato del palato che insiste a lungo. L’annata 2020 ha una struttura più composta, quieta, le note si avvicendano con maggiore garbo, avvicinandosi a sentori di caramella al miele, ma che poi volge a lievi sentori amaricanti. Le lavorazioni sono tutte in acciaio, quindi l’evoluzione è data dalle caratteristiche varietali.

Arya Metodo Classico 2020

Per la versione spumantizzata, Arya Metodo Classico 2020, 40 mesi sui lieviti, da uve catarratto raccolte nella prima settimana di settembre per mantenere alta l’acidità e conservare il contenuto malico. Si tratta di un Extra Brut ma in etichetta è indicato Brut per una questione di mercato, perché il grado zuccherino e 4,5 gr/litro. Il risultato è uno spumante di grande piacevolezza, dalla bollicina fine, fitta e continua, al sorso appagante, rotondo, esprime le tipiche note di crosta di pane, lievito, senza rinunciare a una sferzata fruttata, agrume, lime.

Arancino Bianco Macerato 2025

In versione macerata il catarratto di Caruso&Minini è Arancino Bianco Macerato 2025, il colore è ramato brillante, naso sottile, espressione di frutta candita, erbe mediterranee. Al palato apre scenari salini e un tocco di tannicità che rendono il sorso gradevole e lungo.

Vini Castellucci Miano

Castellucci Miano
Nella zona di Valledolmo, in provincia di Palermo, arriviamo in un entroterra fatto di antico passato, il paese è un presepe mancato, una sfilza di casette appaiate l’una all’altra sotto un cielo che all’imbrunire rasserena i calori del giorno e si riappacifica con un incedere del tempo più lento. Qui catarratto si traduce Castellucci Miano, ad opera dell’enologo Tonino Guzzo che è un grandissimo fan della varietà, già presente nel Regaleali di Tasca d’Almerita, e poi nel Leone d’Almerita dove, insieme a Chardonnay e Gewürztraminer, andò a sostituire l’Inzolia, uva molto generosa, facile da gestire ma povera di acidità. Quando Tonino arriva a Valledolmo impone il Catarratto, perché i territori sono vocati, suoli ex oceanici, ricchi di sabbie e argille, profondi e ferrosi. Sceglie infine di mettere il vino in una bottiglia renana, tanto per ricordare qualche lontano esempio di bianco invecchiato bene. Contea di Sclafani Valledolmo Doc Miano 2025, annata esemplare. Il naso è tiolico, profumato, citrico, floreale, un olfatto denso di pesca bianca tabacchiera, pera matura, la bocca si rivela minerale, salina, lunga, freschissima. Un assaggio che ci riporta ai Sauvignon di montagna, dove però arrivano erbe aromatiche e mentolate, qui la veste è mediterranea.
Facciamo un salto nella Riserva, con  Contea Sclafani Bianco Valledolmo Doc Shiarà 2023, un vino di grande spessore, ricco di note tostate, frutto maturo nella sua pienezza, lo scenario è materico, masticabile al sorso, viene dalla selezione di 13 micro-vigneti tra i 700 e i 900 metri. Rimane sui lieviti per 18 mesi, con periodiche agitazioni, infine va in bottiglia dove affina per 6 mesi almeno.
Con Sicilia Doc Shiarà 2018 entriamo nella storia di questo vitigno, dalle evidenti note di idrocarburo, il colore ormai dorato brillante, alla sua massima espressione visiva e organolettica. La tostatura qui salta in evidenza, l’evoluzione dei sentori che si fanno balsamici, arriva un salmastro che ricorda l’oliva in salamoia, frutto agrumato candito. Evoluzione perfetta, il sorso impeccabile e teso come una corda di violino che suona ancora benissimo.

Feudo Disisa
Mario Di Lorenzo – Feudo Disisa

Feudo Disisa
A Monreale visitiamo Feudo Disisa, realtà storica del territorio, presente qui da secoli, prima con 700 ettari di proprietà, poi ridimensionati a 400 attuali. Si adagia sui 450 metri dove il vento soffia sempre, tanto che sulla sommità della collina antistante la cantina si erge mastodontica una pala eolica che sembra una creatura del jurassico. Il suo catarratto è il famoso Monreale Doc Lu Bancu, assaggiamo la 2024, il colore è giallo verdolino, tendente dorato, la bocca è fresca e ricca di sapidità salmastra, a seguire una battuta di frutto bianco e sambuco. Lu Bancu 2021 è il vino di un’annata molto regolare, il giallo diventa dorato brillante, il naso sulfureo, minerale, si arricchisce della nota erbacea, come salvia, per finire col sorso lungo e persistente. La varietà si comporta benissimo e mostra una capacità evolutiva da grandi bianchi del nord.

Tenute Lombardo vini

Tenute Lombardo
Con Tenute Lombardo, ci spostiamo a Caltanissetta, suoli profondi, calcarei di marna. Nella versione spumantizzata presenta l’etichetta Terre Siciliane IGP Sua Altezza 650 Brut 2025, metodo charmat. Le dominanti sono il frutto bianco come pera, mela, poi le note agrumate di pompelmo, sorso fresco e agile, leggermente glicerico sul finale che però non stanca, sorretto sempre da una viva freschezza.
Non contenti dello Charmat, Lombardo produce anche il metodo classico. Essendo un’azienda che punta molto sulla spumantizzazione, su 4 etichette il 30% sono di Catarratto e il 60% a sua volta è in versione bollicina. Catarratto d’Altura Nature, 42 mesi sui lieviti, nel calice un elegante colore paglierino dai riflessi dorati. Al naso, offre un bouquet varietale intenso con note di pesca bianca e pompelmo, arricchite da sentori che ne esaltano la freschezza fragrante. Il perlage fine e persistente conduce a un assaggio delicato, fresco e di grande complessità, dove le note agrumate e di frutta bianca si fondono con sfumature di frutta secca e un leggero cenno a crema pasticcera. Per il fermo, Sicilia Doc Catarratto d’Altura 2025, pieno di profumi intensi, un vero esempio di varietà nella sua forma più splendente. Dal nome si intende che le uve sono coltivate a 650 metri, una garanzia per aromi intatti e fragranti di frutta e erbe mediterranee, in un anticipo di complessità che promette bene. La nota di pesca bianca lascia il passo a una tendenza amarognola e alla freschezza che immancabile chiude il sorso.

Sicilia Doc VB59 Superiore Riserva 2023

Azienda Agricola Bagliesi
L’unica azienda parte di ARCA nell’agrigentino è Azienda Agricola Bagliesi Vito. Il Sicilia Doc VB59 Superiore Riserva 2023, rimane 18 mesi sulle fecce e poi va in bottiglia. Il colore è tendente al dorato, naso complesso, teso, intenso, in bocca si apre a sentori fruttati che si ampliano su confettura di albicocche, diventando un sorso materico, ricco di freschezza e vigore. Un gusto pieno che invoglia la beva. Conduzione biologica da 26 anni, dichiara Guizzo che non ha mai visto oidio o altre malattie tra i filari di Bagliesi.

Di Bella

Società Agricola Di Bella
Di Bella, l’azienda del presidente di ARCA, si trova a Monreale, nella Valle dello Jato, e risale al secolo scorso. L0ultima società titolare è fallita nel 2015 ed è stata presa dall’attuale proprietario, Bartolomeo Di Bella, che oggi ha 5 ettari vicino Palermo e altri sette a Noto dove produce Nero d’Avola. Situate a 450 metri su argilla, le uve di catarratto danno vita a Sicilia Doc Esperides 2022. Il vino trattiene le sensazioni di evoluzione, mantenendo al naso la fragranza del frutto esotico, la parte tiolica della varietà, con una scia agrumata al sorso, buccia d’arancia, lievemente amaricante e salina. Fresco e sapido, anche in questo caso il catarratto ci riserva un assaggio convincente.

Feudo Disisa degustazione

Brevi conclusioni
ARCA rappresenta una delle realtà virtuose dell’isola e in generale del mondo vitivinicolo nazionale, andando a mettere insieme forze ed energia in contesti a volte turbolenti. Da una storia frastagliata come quella vitivinicola in Sicilia, incontrare un gruppo seppur piccolo di produttori che credono in un progetto comune è, passiamo il termine, commovente. Rimanere uniti nel nome del Catarratto di qualità che portano avanti, ciascuno individualmente, da anni, non è semplice, nel momento in cui a livello territoriale le aziende si trovano distanti e a comprendere perfino denominazioni diverse. Non accomunate da suoli omogenei, condotte da linee di pensiero più o meno allineate, spinte da visioni talvolta in discussione, riconosciamo nella loro volontà la visione del futuro, non solo il risultato nell’immediato. Semplicemente perché sono cantine che a fine anno registrano il tutto venduto e quindi non hanno necessariamente bisogno di pubblicità. Ma voler recuperare la fama di un vitigno a torto sottovalutato è sintomo del desiderio di far parlare oltre la varietà anche un territorio che, seppur complesso e variegato, può farsi voce di un’identità produttiva vincente.

Susanna Schivardi

Susanna Schivardi

Amante della letteratura classica, consegue la Laurea in Lettere, indirizzo filologico, con una tesi sperimentale sull’uso degli avverbi nei testi arcaici della tradizione classica. Appassionata di viaggi e culture nel mondo, dai suoi studi impara che la tradizione è fondamentale per puntare all’innovazione, e si avvicina al mondo del vino dopo vari percorsi, facendone un motivo conduttore di tante esperienze. Conoscere le aziende da vicino, i territori e la visione da cui nasce una bottiglia, rimane una ricerca alimentata da una curiosità che si rinvigorisce viaggio dopo viaggio. Affianca al vino la pratica di uno sport come l’arrampicata, che richiede concentrazione, forza di volontà e perseguimento di obiettivi sempre più alti. In questo riconosce un’affinità forte con i produttori di vino, che investono vite intere per conseguire risultati appaganti, attraverso ricerca e impegno. Da quattro anni cura la rubrica Sulla Strada Del Vino finora online sulla testata giornalistica gliscomunicati.it, grazie alla collaborazione di Massimo Casali, sommelier da anni e studioso del vino. Attualmente lavora in Rai, ed è giornalista pubblicista dal 2005.

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