Velenosi, quando caparbietà e coraggio si incontrano

Pensi Velenosi e pensi Marche. Azienda che compie ormai 41 anni, partendo da una manciata di ettari per finire oggi a 150 di proprietà, due milioni e mezzo di bottiglie, con esportazione in quasi 60 Paesi nel mondo. Numeri importanti che si riempiono anche di una grande qualità.
Frutto di coraggio, l’azienda nasce davvero dal nulla, con la caparbietà e anche un pizzico di incoscienza. I protagonisti Angiolina e Ercole Velenosi, spinti da sana follia e un progetto eroico da realizzare. Corsi serali di agraria, due figli oggi rientrati in azienda, Marianna e Matteo, una cantina che cresce, un export in forte ascesa.

Ma partiamo da dove tutto nasce. Le Marche, regione ancora da scoprire. Questo è emerso dal lungo racconto della titolare dell’azienda, Angiolina Piotti Velenosi, quando ha presentato ben due anteprime e una mini-verticale di Rosso Piceno Doc. Quindi per capire questi, cerchiamo prima di capire il territorio.
Una regione lunga e stretta, un po’ come tutta l’Italia, chiusa tra mare Adriatico e Appennino, attraversata da molti fiumi (come il Tronto), vessata da estati molto calde ma anche da temperature che variano di almeno 15 gradi tra notte e giorno, una barriera di montagne a frenare le correnti fredde ma anche l’arrivo di venti rigeneratori. E poi l’acqua, che di certo non manca, a mitigare le intemperie del clima. E infine la neve, che qui non arriva dalle cime ma dal mare.
Il 70% di collina e 30% di montagne, non esiste pianura, ma solo una lingua di costa lunga 180 chilometri e 126 città turistiche, tra cui uno dei porti più virtuosi e attivi che abbiamo in Italia, San Benedetto del Tronto.

Ascoli Piceno è una città storica magnifica, le tradizioni sono legge e tutto rimanda a un grandioso passato. Chiamata città del travertino è anche sede di ben cento torri, costruite da ogni signorotto nobile locale che volesse dimostrare la sua potenza.
In questa cornice Velenosi è non solo un marchio ma anche un mezzo di comunicazione di tutto un bagaglio che non deve essere dimenticato. I Piceni, popolo orgoglioso, erano già evoluti quando i Romani ancora avevano le vesti dei selvaggi e difatti sebbene conquistati, furono loro tra i primi a “educare” i rozzi conquistatori.
La cantina, partita da 5 ettari, con Falerno Superiore e Rosso Piceno, oggi è anche sede di un edificio all’avanguardia, dotato di una bella barricaia (900 barrique) antisismica, vista la natura dei luoghi, i vigneti sono disseminati lungo il confine con l’Abruzzo, andando anche a travalicarlo, 30 chilometri la distanza, che in realtà concorrono a rendere molto attigue le produzioni. I vigneti si distendono tra Ascoli Piceno, a Monsampolo del Tronto e a Offida, con la vigna Controguerra (16 ettari), proprio accanto alla cantina, da cui si produce la linea Prope, un nome latino per intendere la vicinanza di tutte le micro realtà che compongono l’azienda (appunto la vicinanza tra gli ettari in Abruzzo e Marche). Poi Castorano, singola parcella di nove ettari di Sangiovese e Montepulciano, Castel di Lama, con Montepulciano e vitigni internazionali. In tutto cinque Docg e quindici Doc, Falerio Doc, Offida Docg (bianco e rosso) e Rosso Piceno Superiore Doc, una parte dedicata anche a Lacrima di Morro Doc, e ricordiamo che le piante hanno quasi tutte oltre 50 anni. Infine, un vigneto nella zona di Ancarano (Teramo) e nella zona di San Marcello (Ancona), tra i Castelli di Jesi.
Come ogni buon racconto vuole, iniziamo con la degustazione che merita anche ampie note a margine.

Il primo vino servito è uno spumante, il Brut Grand Cuvée Gold 2013, sboccatura 2024, 11 anni. 70% Chardonnay e 30% Pinot Nero.
Le sperimentazioni sono state tante, ma questa del Pinot è quella che davvero ha fatto dannare di più la titolare. Un Pinot Nero che non è mai veramente uscito, mai espresso come doveva, così è stato utilizzato, e non a torto, per fare lo spumante. Un’esperienza in Francia e poi il cambio di passo con un bravo enologo, Cesare Ferrari, sono stati la chiave. Un’attesa convulsa e davvero faticosa, ma dobbiamo ammettere che ne è valsa la pena.
Il risultato è un vino dalla vivacità cromatica ancora brillante, bollicina fine e molto lieve, un gioco sottile tra frutta fresca, lime, pompelmo, cedro. Affiorano tocchi di brasserie, biscotto, frutta tostata, una parte speziata centellinata, i fiori di acacia, miele, non mancano le note floreali di gelsomino, e infine la frutta bianca, mela, pera kaiser, per terminare su un versante sapido ancora intenso, pietra e roccia. Al sorso è vibrante, con incipit morbido che cede il passo a freschezza e grande verticalità.

La “prima” anteprima è il Falerio Doc Pecorino Montagna 2024. Da vigneto di cinque ettari a 700 metri, tra Acquasanta e Arquata del Tronto. Il colore è giallo oro non troppo intenso, tipico del vitigno e specialmente in zone alte. Immediate le erbe officinali, poi la frutta bianca. Pera kaiser, mela golden, ananas poco matura, fiori gialli, che aprono a una breccia sapida. Un vino di buon corpo e anche morbidezza, un vero intarsio enoico, cesellato. Un Pecorino che si presta a essere plasmato. La sensazione mandorlata in bocca definisce una bella precisione stilistica. Ottima trama e struttura presente. La storia col Pecorino viene descritta dalla titolare come un rapporto difficile, non un amore a prima vista. Il Pecorino è molto marchigiano in questo, non si lascia subito avvicinare, ha bisogno di fiducia, si fa scoprire piano piano, è timido e introverso. Nato ad Arquata è stato riscoperto da un grande enologo, ha avuto successo in Abruzzo ma le sue origini sono marchigiane.

Passiamo all’Offida Docg Pecorino Rêve 2023, dal colore giallo pallido, impattante la parte vegetale, ottima è l’eleganza data da fiori bianchi e struttura olfattiva di pesca bianca matura. Una sottile vena burrosa e vanigliata apre a una bocca sapida, strutturata e di grande acidità. È un vino buono subito ma anche longevo. Docg unica nel panorama marchigiano, nata nel 2011. Rêve nasceva come etichetta per lo Chardonnay, poi per recuperare l’autoctono è arrivata al Pecorino. Una metà passa sei mesi in barrique di primo passaggio, l’altra metà in acciaio, e poi sei mesi in bottiglia. Se ne producono 12mila bottiglie.

Il quarto vino è un vero gioco, si chiama Ludi, dal latino gioco appunto, e l’etichetta è il disegno di quattro figure danzanti che fanno l’occhiolino alla danza di Matisse, e sono i quattro vitigni da cui si fa questo vino. Offida Docg Rosso 2021, inizialmente un supermarche, come lo chiama la titolare facendo il verso ai supetuscan appunto Igt, fatto con Cabernet, Merlot, Syrah e Montepulciano, poi si è trasformato in Docg con prevalenza di Montepulciano, stravolgendo il blend, e destinando appena un 15% a Cabernet e Merlot. 30mila bottiglie, prima vendemmia nel 1998. Il rosso rubino intenso e compatto, con note quasi purpuree e violacee, al naso sprigiona spezie, pietra focaia, piccoli frutti come amarene, ciliegia, mirtillo, mora di rovo, prugna. A seguire soffi balsamici, grafite e liquirizia, bacche di mirto, ginepro. Al gusto è piacevole, morbido, dal tannino ben domato, quasi dolce. Finale con sponda sapida che lo proietta nel tempo. Longevo e integro.

Diamo inizio alla verticale, con il Rosso Piceno Doc Superiore Roggio del Filare 2007. Roggio è un vino iconico, bandiera dell’azienda. Si chiama così da un termine pascoliano che appare in un verso poetico per indicare quel particolare colore che un raggio di sole al finir del giorno crea nei filari, brucia le foglie, che diventano appunto rossastre. Affinato in barrique nuove per 18 mesi, uscito per la prima volta nel 1993, se ne fanno 50mila bottiglie. Ha ottenuto per 19 volte i 5 grappoli Bibenda, e adesso andiamo a scoprire perché.
La 2007 è stata calda e siccitosa, con vendemmia anticipata per colpa di un’insolita afa. Al colore si presenta granato pieno, quasi aranciato, al naso percepiamo note di ossidoriduzione, cenni fungini, una parte di muschio, corteccia, sottobosco, foglia secca, polvere di caffè, cioccolato fondente, incenso, anice stellato. In bocca non c’è cessione, mantiene un’ottima freschezza, molto più giovanile di quanto atteso, si percepisce una nota ematica, grafitosa, ferrosa, il tannino è levigato.
L’annata 2012 è stata poco piovosa, ricca di rovesci nevosi, con un ritardo nel germogliamento, produzione abbondante. Al colore una nota ranciata, granata, al naso è balsamico, sentori di foglia di tè, karkadè, rabarbaro, cenni di confettura, prugna cotta, tostatura. L’acidità al gusto è presente, piacevole, intensa ancora la mineralità, per cedere il passo a liquirizia, eucalipto, sensazioni iodate.

La 2014, unica annata che ha saltato i 5 grappoli (non a caso), è stata molto difficile e ostile, con inverno piovoso e mancanza di venti. Non ci convince del tutto ma vale la pena un’analisi. Il rosso è rubino intenso, molto diverso dalla 2012 (seppur vicine in linea temporale). Qui è più evidente il frutto, un coacervo di note floreali e speziate, per un naso delicato, meno intenso. Il gusto è morbido, ricco di frutto maturo, noce moscata, con tannino abbastanza levigato. Sul finale note balsamiche e caffè tostato, vino muscolare ma non opulento.
Nulla a che vedere con l’annata 2021, davvero equilibrata, e ci troviamo qui con la seconda anteprima della serata. I 14 gradi e mezzo non si percepiscono, le note sono equilibrate tra morbidezza e acidità, il rosso è concentrato, netto e luminoso, le note fruttate sono ben delineate, ciliegia e prugna in primo piano, ribes nero, cenni balsamici, tabacco, lavanda, cioccolato, in bocca frutta rossa, susina matura, vino succoso e invitante, dolce e ricco. Il tannino è reattivo e presente, grande longevità si prospetta per questa 2021 che è forse la migliore della batteria.
Un ringraziamento alla titolare, Angiolina Piotti Velenosi, conosciuta meglio come Angela Velenosi, e alla figlia Marianna che ha condotto parte della presentazione con note tecniche sui vini.
Susanna Schivardi



