Il futuro come tradizione: Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2017 Tiezzi

La vigna Soccorso è quella più vicina al centro del borgo medievale, appena sotto le mura della passeggiata dal cassero della fortezza fino al santuario della Madonna del Soccorso, una vera rarità perché si tratta di una delle poche chiese al mondo (almeno fra quelle costruite fino al 1700) che hanno l’abside rivolto a ovest, il che significa che l’ingresso della stessa avviene da est. Sin dagli albori del cristianesimo era diffusa la tradizione di orientare invece i templi o più in generale i luoghi di culto verso est (versus solem orientem) in quanto per i cristiani la salvezza era collegata proprio a quella direzione cardinale orientale, infatti Gesù aveva come simbolo il sole (sol justitiae, sol invictus, sol salutis) e Gesù di Nazareth è nato sotto ”la stella dell’est”, Sirio, la stella più luminosa del cielo che il 24 dicembre si allinea con le tre stelle più brillanti della Cintura di Orione e che sono chiamate ancora oggi come lo erano già nei tempi antichi: i Tre Re.
Appena lì sotto al podere Soccorso la pendenza è estrema, le coltivazioni sono promiscue e, tra le vigne di sangiovese, c’è anche qualche pianta molto vecchia di moscadello. Trattare con prodotti chimici sistemici in un posto del genere sarebbe un sacrilegio, anche perché con un microclima così ventilato, rinomatamente secco ed equilibrato non ce n’è assolutamente bisogno a 540 metri di altitudine, anche se negli ultimi anni è aumentata un po’ l’umidità che crea problemi più grossi a chi sta più in basso. Nelle vigne del Podere Soccorso si usa anche poco rame e poco zolfo e si vinifica secondo le regole antiche: la fermentazione delle uve in tini di legno, l’affinamento in botti di rovere di Slavonia della capacità da 10 a 40 ettolitri senza controllo della temperatura e senza aggiungere lieviti, senza chiarifica e senza filtrare. Anche se non si usa la parola ”naturale”, di fatto il Brunello della vigna Soccorso è tra i rarissimi vini di cantine di Montalcino iscritte al Consorzio che sono frutto di uva coltivata senza pesticidi e concimi sintetici, raccolta e successivamente trasformata in cantina senza l’utilizzo di nessun tipo di additivo, rifiutando anche tecniche invasive, per rispettare al massimo la salubrità e l’integrità gustativa.

Nel clima torrido che sembra ormai predominare dopo l’uscita dalla recente era di piccola glaciazione durata circa tre secoli, l’annata 2017 sembra quella che ha messo i vignaioli e i cantinieri di fonte alla prova più dura anche rispetto a quella dell’inizio del millennio. Ricordo benissimo che Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, ne abbia recitato addirittura il de profundis quando ha ammesso apertamente che ”parlare di questa stagione mi mette tanta tristezza”, lui che a Montalcino proprio allora ci metteva uno zampino, anzi tre (Dominga, Marta ed Enrica) e addirittura appena sotto dove vivevo e lavoravo io, tanto da dichiarare che ”a fronte di un innalzamento del grado zuccherino riscontriamo comunque un’altissima acidità e questo è molto anomalo”.
Lì per lì ho pensato ”Ma dove ha le palle questo?”, esattamente come la Nazionale che al momento vede ancora con il binocolo i Mondiali in Qatar del 2022, non perché in campo di palle non ce ne abbiano, ma perché i giocatori dopo gli Europei non le avevano più al posto giusto. Che non è in mezzo ai piedi, come sembrerebbe, ma un po’ più su. E proprio di palle bisogna parlare quando si ha a che fare con i commenti sulle vendemmie. Tutti gli anni è la stessa storia, una grancassa di commenti specializzati per paragonarle con quelle del passato. Annata del secolo? La migliore dell’ultimo decennio? Oppure Una tragedia enologica, un horribilis annus?

No, non ci siamo. La sommarietà va combattuta, è il nemico peggiore per l’appassionato di vino, non può appartenere a dei consumatori intelligenti, occhio alle fregature! Quante ne ho prese io, tante ne può prendere chiunque. Una volta un anziano produttore di Barolo nella Bussìa di Monforte, Sartirano, più di 80 vendemmie sulle spalle, mi diceva di avere la fortuna di potersele ancora ricordare tutte. ”Non ce n’è mai stata una uguale a un’altra. Tutte diverse, tutte assolutamente diverse o per un verso o per l’altro” e nessuno dei vini che si ricordava di aver prodotto poteva essere considerato il migliore in assoluto. Anzi, il migliore è sempre e senz’altro… l’ultimo! Perché il genio del vignaiolo e del cantiniere gioca una parte determinante nel rapporto con le altre due componenti che determinano la qualità del vino: la terra e il sole. Se una sola di queste tre prevarica le altre (e in ogni annata cambiano i problemi, anche quelli più spiccioli) c’è uno squilibrio evidente che si rifletterà nel vino.
Questa simbiosi dell’uomo con la natura è una sfida costante, uno studio che non finisce mai, alla ricerca di un rapporto il più possibile armonico che se non si realizza nel vigneto sono guai. Al risveglio della vite in primavera si deve stare attenti di notte alle gelate per essere pronti ad accendere i fuochi fra i filari se occorre difendere le gemme, quindi le potature che possono provocare il mal dell’esca, le legatura, le vendemmie verdi, le sfogliature… è una tensione continua eppure condotta con una calma serafica fino a consegnare al sole qualcosa che sa meravigliosamente di zucchero e di buccia, preparandosi a controllare quand’è il momento esatto, la data fatidica e pregando che le grandinate estive e le piogge del primo autunno non rovinino il miracolo che si ripete ogni anno.

Chimicamente è facile. Tanti zuccheri, tanta acidità, tanti tannini, il laboratorio dell’enologo stabilisce quando cominciare e su quei dati si incomincia a discutere già se l’annata è ottima o pessima, perché questi dati escono dal cancello, si spargono anche fra gli innamorati del vino vicini e lontani, e lì comincia quella che chiamo brutta avventura. Brutta, sì, perché può decidere le fortune o la disfatta di un vino prima ancora che sia cresciuto, che abbia messo i pantaloni lunghi, che abbia lasciato l’azienda per le enoteche e affidato finalmente al mercato.
Cosa che dovrebbe invece succedere soltanto molto tempo dopo per i grandi vini come il Brunello che dopo pochi anni mostrano soltanto la propria adolescenza, non certo la piena maturità, le promesse, ma non ancora il valore. In annate eccellenti c’è sempre qualche vigna che fa un vino deboluccio e in annate da dimenticare c’è sempre qualche vigna che fa un vino insuperabile. Il microclima esiste, non è un’invenzione, ma anche l’arte del vignaiolo che sceglie i grappoli, o addirittura gli acini, dovrebbe farci riflettere. Siamo proprio sicuri che nelle annate peggiori certe cantine non sappiano fare il miglior vino?
Il giudizio sull’annata è da prendere perlomeno con le molle quando è troppo generale per un’intera zona DOC sull’andamento di una vendemmia e di un’annata, perché scendendo nel particolare poi si rischia di scivolare sulla classica buccia di banana e di rinunciare a dei vini stupendi di un’annata difficile per comprare magari qualche marmellata fatta male in un’annata stupenda.

Montalcino, poi, secondo l’ottimo lavoro di ricerca di Kerin O’Keefe per la rivista Decanter, è suddiviso grossomodo in cinque zone pedoclimatiche e anche in queste ci sono differenze di microclima a seconda dell’altezza e dell’esposizione. L’andamento in vigna dell’annata 2017 ha goduto di stagione vegetativa cominciata nei tempi consueti e di una primavera con i parametri nelle medie stagionali e caratterizzata da aprile e maggio miti e molto asciutti, seguiti da un mese di giugno temperato e senza precipitazioni. Poi è arrivato il sole per tutto il mese di luglio che ha determinato un iniziale stress idrico alle piante. Anche l’inizio di agosto è stato caldo, ma nella seconda metà del mese è andata persino peggio con un’area anticiclonica di origine africana che ha determinato temperature torride, ben oltre la media del periodo, protrattesi incessantemente per due settimane e con un picco di calura secca molto elevato per qualche giorno di fila.
La conseguenza è stata un forte stress idrico che ha accelerato i tempi di maturazione. Nella zona sud dell’agro di Montalcino c’è chi ha vendemmiato a fine agosto e ha avuto anche fermentazioni naturali brevissime, dai cinque ai sette giorni. Altri non si sono spaventati e hanno atteso l’inizio di settembre, con due benvenuti giorni di pioggia che hanno riequilibrato i tempi di maturazione, permettendo comunque una raccolta a volte anticipata, ma ottimale.
La vigna Soccorso si trova in altura e in una particolare posizione che guarda a nord-ovest, da dove nel periodo vegetativo della vite arrivano sempre le brezze marine, spesso il venticello ponentino e saltuariamente l’umido maestrale che riescono a incunearsi tra le colline dell’entroterra senese che salgono fin qui dalla costa tirrenica. Qui ci sono viti di sangiovese piantate nel 1999 e coltivate ad alberello per limitare maggiormente la produzione in modo naturale e nel contempo per valorizzare l’aspetto estetico con l’eliminazione di pali di sostegno e fili in questo giardino a gradini delimitati da muretti di pietra deposti a mano, adornato da cespugli di rose in cima a ogni filare, con piantine aromatiche mediterranee a limitarlo, piante di frutti di bosco, alberi da frutto e olivi. È evidente il progetto di un luogo ameno con il pensiero rivolto da Enzo Tiezzi al futuro in campagna della figlia Monica.

Nel 1999 il podere appena rilevato ha dovuto essere rimesso completamente a nuovo, perché era veramente disastrato. Oggi offre perfino un agriturismo con balcone e terrazza dalla vista sul giardino e sul panorama con due camere da letto, un televisore a schermo piatto con canali satellitari, una cucina attrezzata con lavastoviglie e frigorifero, una lavatrice e un bagno con bidet. Il tutto fra vigne dove si fa potatura manuale, diradamento e meticolosa scelta dei grappoli e raccolta delle uve manuale. Ma non crediate che Enzo Tiezzi sia un contadinotto dall’innato conservatorismo e con difficoltà a collaborare con il moderno sviluppo del mondo agricolo, anzi, è proprio tutt’altro.
Enzo Tiezzi è nato a San Quirico d’Orcia nel 1939 e si è sempre dedicato alla campagna. A 19 anni ha iniziato a lavorare a Poggio alle Mura (ora Banfi) proprio nel momento del passaggio da un’agricoltura a trazione animale verso quella meccanizzata e ha speso 14 anni nel bel mezzo di una rivoluzione agraria negli anni ’60, quando si stava formando da dirigente e già seguiva l’esempio del Greppo (Biondi Santi) e della Fattoria dei Barbi (Colombini) vendendo Brunello in bottiglia. Il mio mito Vasco Sassetti lo serviva ancora sfuso all’osteria del Bassomondo. Nel 1973 dirigeva ben due aziende montalcinesi della famiglia Marone Cinzano: Col D’Orcia e Argiano. Già enologo, si era laureato pure in Agraria con una tesi sul Brunello di Montalcino e aveva seguito come consulente il Greppone Mazzi, il Marchesato degli Aleramici, San Giorgio e altre piccole aziende in una vita lavorativa molto intensa a cui ha anche sommato la carica di Consigliere del Consorzio del Brunello, ricoperta per ben 25 anni.
I suoi contributi più importanti al territorio sono arrivati negli anni dal 1982 al 1988 in cui era stato il Presidente del Consorzio del Brunello quando questo vino era ormai già noto in tutto il mondo, però con degli ostacoli seri, che ne frenano lo sviluppo. Il più rilevante era quello economico: il Brunello doveva affinarsi per quattro anni prima di essere venduto, ma nell’attesa di ottenere incassi come potevano fare le aziende, specialmente le piccole, a pagare le spese? Così Enzo Tiezzi aveva avuto un’idea brillante: ribattezzare come Rosso di Montalcino il ”Rosso dai vigneti di Brunello”, che si vendeva bene e a prezzi importanti, e farne la prima ”DOC di ricaduta” d’Italia, con il sostegno incondizionato di Ilio Raffaelli che aveva sbattuto perfino la porta in faccia, rifiutandogli anche il saluto, a uno dei dirigenti provinciali del suo partito che però non capiva il progetto. Così, per la prima volta in Italia, dai vigneti di una DOC si sono prodotti due vini.

Le aziende si pagano tutte le spese con il Rosso di Montalcino e si possono permettere di vendere il Brunello solo quando il prezzo è alto, inoltre, nelle annate difficili si può declassare a Rosso una parte del Brunello, mantenendo comunque sufficienti entrate per far vivere l’azienda. È in questo modo che la qualità qui cresce. Contemporaneamente alla DOC per il Rosso di Montalcino, Enzo Tiezzi è riuscito a ottenere la DOCG per il Brunello di Montalcino, la prima in Italia.
Il suo contributo al territorio è arrivato alla fine del suo mandato di Presidente del Consorzio con il ”Centenario del Brunello”, quando solo due aziende di Montalcino (Biondi Santi e Barbi Colombini) erano già state inserite da Wine Spectator tra i 100 vitivinicoltori più prestigiosi del mondo nella prima New York Wine Experience del 1984, ma mancava ancora una consacrazione del Brunello a livello mondiale. Franco Biondi Santi, Enzo Tiezzi e il Sindaco Mario Bindi avevano avuto l’idea di organizzare questo evento con le bottiglie di cento anni del Greppo Biondi Santi, portando a Montalcino il vertice della stampa di tutto il mondo. Non è stato per niente semplice convincere tutti i produttori a mettere il Greppo Biondi Santi al centro di quella celebrazione del Brunello, superando gli egoismi aziendali, ma ci sono riusciti e il successo mediatico è stato enorme, tanto che il Brunello è stato nominato in ogni giornale del mondo.
La grandezza di ciò che ha fatto il dott. Enzo Tiezzi non sta solo nell’aver avuto idee innovative e valide ma, soprattutto, nell’essere riuscito nell’impresa improba di coinvolgere un intero territorio, centinaia di viticoltori, enti e ministeri nel sostegno ai suoi progetti. Un contributo importante, direi determinante, al decollo dell’economia di Montalcino che si riscattava così dalla miseria e dall’emigrazione dei due terzi dei suoi abitanti dopo l’abolizione della mezzadria e l’apertura dell’autostrada del sole a 45 km di distanza che ha svuotato totalmente la Cassia.
Infine nel 1988 il dott. Tiezzi è andato anche a dirigere tre cantine toscane del gruppo Bertani (Val di Suga a Montalcino, Tre Rose a Montepulciano e San Leonino nel Chianti Classico), dopodiché ha deciso di chiudere la sua carriera passando la terza età a fare il Brunello nella sua azienda, circa 10 ettari in tre punti diversi di Montalcino, sempre sostenuto dalla moglie Maria Vittoria e affiancato dalla figlia Monica e dalla nipote Rachele a cui si dedica affinché possano proseguire a fare dei vini nel massimo rispetto per la natura e per i vitigni.
È per questi motivi che considero il Brunello della vigna Soccorso 2017 come una pietra miliare dell’enologia montalcinese, dato che è proprio questa filosofia di coltivazione e vinificazione che mostra la strada da imboccare per vincere le annate difficili. Non me ne vogliano quelli senz’altro più esperti di me, veri o presunti, ma i motivi per esprimere questo mio modesto giudizio sono davvero tanti e credo che un normale consumatore possa capirli anche meglio, visto che anch’egli, come me, il vino in tavola lo beve e non lo sputa, cioè non limita il suo apprezzamento alla sola anticamera del percorso del nettare di Bacco nel corpo umano. Per non parlare di valutazioni astronomiche date solo alle bottiglie sicure, cioè passate per le mani di sommelier professionisti, che scartano quelle difettose prima di servirle ai giornalisti, e magari dopo altre decine di vini passati velocemente in bocca e sputati senz’alcun effetto collaterale, quello che soltanto pochi al mondo sono in grado di fare con una certa esperienza e autorevolezza senza farsi ingannare dalle apparenze. Il vino è tale non solo per ciò che rivela quando lo si guarda, lo si annusa e lo si gusta, ma soprattutto quando lo si apprezza per ciò che dona all’organismo quando lo si beve, lo si digerisce, lo si evacua e lo si discute, perché perfino berlo da soli è di una tristezza davvero sconsigliabile. Altrimenti diventa una bevanda alcolica come tante altre, non avrebbe una storia, non sarebbe civiltà.

Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2017
Proviene dalle uniche viti di sangiovese allevate ad alberello con alta densità di impianto e che in quell’anno avevano un’età di 12 anni. La vigna si trova a un’altitudine di 500 metri s.l.m. con esposizione Sud-Ovest su terreno limo/sabbioso con inclusioni di scheletro da roccia vulcanica ed è sottoposta ad attente cure agronomiche per favorire una bassa produzione e un’accurata selezione durante la delle uve che è manuale. Questo Brunello di Montalcino è prodotto con i soli metodi tradizionali, dalla fermentazione per oltre 20 giorni in tini di rovere di Slavonia fino alla maturazione per 44 mesi in botti di rovere da 10 a 40 ettolitri, è stabilizzato naturalmente e non viene filtrato all’imbottigliamento. Il vino di quest’annata ha un tenore alcolico del 13,95% (+ 0 – 0,14), un’acidità totale di 5,8 g/l e un estratto secco di 30,6 g/l.
Di colore rubino con riflessi granati, all’attacco diffonde un profumo di more di rovo mature e scatola di sigari dolci con un tentativo di buona pelle conciata, terra da tartufo nero e grafite da fucile. Si apre quindi un bouquet meraviglioso con aromi fruttati di prugna, ciliegia nera, mirtilli rossi, lamponi molto maturi, corniola, intensi profumi di alloro, rosa nera e lavanda. Riscaldandosi pian pianino nel calice si sente ancora il sandalo fra note di sottobosco, arancia rossa tarocco e tracce di pepe bianco. In bocca, centellinandolo, conferma decisamente gli aromi, è avvolgente e rivela tannini giovani e importanti ma molto fini in una beva fine e leggiadra. Finale di ottima lunghezza all’amarena, anche sotto spirito, di persistenza notevole tra sfumature di macis, liquirizia e goudron.
È ancora un vino giovanissimo, diciamo amaricante, ma è già eccezionale perché sfata finalmente un mito. Uno dei motivi per cui si beve ancora oggi poco Brunello è infatti l’assurda voglia di abbinarlo soltanto a qualche pietanza speciale e la sua imponenza in effetti lo rende(va) di beva, e di spesa, non semplice. Invece la mutazione climatica che aveva già prodotto un 2010 e un 2012 pronti subito in quest’annata 2017 sembra confermare l’espressione di un sangiovese tanto schietto e territoriale quanto maggiormente bevibile con molte più pietanze, quindi un vino moderno, adatto alle cucine raffinate quanto al fast food. Un piccolo difetto però ce l’avrebbe. La bottiglia andrebbe stappata con un certo anticipo, perché ha bisogno di respirare e preferirei suggerirvi di lasciarglielo fare con calma, a casa, anche dalla sera prima, per evitare quell’ossigenazione violenta che potrebbe dargli invece la decantazione (l’unica praticabile però nei ristoranti), soprattutto quando è ancora così giovane e godibile sin da subito, senza togliere nulla alla sua capacità di ulteriore maturazione nella cantinetta di casa.
Mario Crosta
Azienda Vitivinicola Tiezzi
località Soccorso, 53033 Montalcino (SI)
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tel. 0577.839004, cell. 347.9565201 e 348.3545480
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