L’esordio del Buttafuoco Pianlong 2017 Cantina Scuropasso

Una volta bastava il nome Oltrepò e si sapeva cosa si comprava, il nome della zona vitivinicola era già una garanzia ed era perfino inutile aggiungere la parola Pavese, perché non ce n’erano e non ce ne sono altri. Ma quelli erano i tempi dei veri galantuomini e delle vere gentildonne con le scarpe grosse e il cervello fino. Poi da quelle parti sono calati i lanzichenecchi, gli sciamani del marketing che hanno stravolto tutto in nome di un “bonarda style” che ha via via screditato i vini di alta qualità che venivano esportati in bottiglia e non in damigiana, cioè il Buttafuoco, il Sangue di Giuda, il Metodo Classico e alcuni Rossi con i loro aromi generosi e franchi. L’Oltrepò non è stato più quello di una volta e quando non si fa niente per essere il primo, per diventarlo e per restare tale non si diventa mai nemmeno il secondo, ma si scivola inevitabilmente verso l’ultimo posto.
Ed è stato così che chi amava il vino eccellente, quello che ormai era stato relegato a un ruolo secondario dalla “piramide di Panont”, ha cominciato a non fidarsi più dell’etichetta e a cercarlo grazie al nome delle vigne da cui veniva prodotto. Il nome del vigneto era diventato la nuova garanzia. Potrei citare Barbacarlo, Montebuono, Donnino, Montezavo, Cavariola, Solenga, Roncolongo, Pregana, Montarzolo, Pitturina, Acqua Calda, Pizzo Torto.

Per noi che lavoravamo nelle fabbriche milanesi e che il sabato organizzavamo delle gite in una o anche più automobili, pochi soldi ma buoni, quei sabati erano una grande occasione. Ci attirava non solo il vino buono, generoso e sincero, ma tutto ciò che trovavamo in quei paesi abbarbicati in mezzo alle vigne. Si mangiava e si beveva bene senza spendere molto, si portavano a casa prelibatezze campagnole dai profumi meravigliosi e ciò aiutava molto a sopportare lo stress e il lavoro negli altri giorni della settimana perché migliorava la qualità della vita e costava anche poco quando le spese della benzina si dividevano almeno in quattro per macchina.

Eravamo abituati a soprannominare le persone con nomignoli che prendevano subito piede. Mi chiamavano pan e giazz (pane e ghiaccio) perché ero alto e magrissimo, ma poi c’era cremino, il meccanico che aggiungeva lo zabaglione al caffè, u tignusu (senza capelli) e il capo, Giovanni, soprannominato dai pugliesi pa’ Giuan e da tutti gli altri San Giuann sensa ingann, perciò abbiamo imparato anche subito a cercare i vini con il nome della vigna stampato in etichetta. Sulle strade dall’abbazia di Chiaravalle alla Certosa e fino al ponte sul Po incontravamo molte Fiat cinquecento e seicento che tornavano a Milano con la damigianetta ancorata sul tettuccio e che toccavano quasi terra per quanto erano cariche. E non si trattava solo di lombardi, anzi la maggior parte erano meridionali o veneti, umbri, siciliani, sardi, cioè persone che potevano tornare dalle ferie due volte l’anno con un rifornimento notevole dei loro vini, completamente diversi dai nostri e a prezzi vantaggiosissimi. No, noi no, preferivamo i vini dell’Oltrepò e per essere più sicuri soltanto quelli con il nome in etichetta.
Qualcuno dei nostri più intraprendenti colleghi si era addirittura organizzato in cantina un imbottigliamento prima per sé e poi anche per gli amici e andava in Oltrepò ogni due settimane da solo a fare il pieno con le damigiane.

Quanti bei ricordi! «Al bùta me’l fòg!» usava dire la cordialissima e simpaticissima ”Bianchina” del suo gran Buttafuoco (ricordo ancora quello del 1970 bevuto a casa della maestra Fraschini che aveva la casa in cima alla via Colombarone, in vista di Broni), perché ne bastava un bicchiere per arrossare alle donne le gote, a me le orecchie e a nonno Pino il naso. Bianchina è anche il nome della borgata tra Castana e la frazione Palazzina in cui abitava, nel settecentesco palazzo Alberici che aveva una cantina sicuramente più antica, scavata nel sasso e nel tufo e con i muri di mattoni a vista.
La gente del posto chiamava Bianchina quella gran donna del vino che era Bianca Alberici, alla quale nel 1972 fu conferita l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica, seguita presto da quella di Cavaliere Ufficiale e infine da quella di Commendatore. Titoli che alle donne si assegnavano raramente e soltanto per motivi eccezionali, ma nel suo caso era più spesso soprannominata ”la regina del Buttafuoco” perché era una vignaiola che aveva speso la vita a fare buone uve e un vino leggendario nella zona di Castana, a cavallo tra la valle Scuropasso e la Valle Versa, in cui il calore del sole matura i grappoli come in poche altre, perché in primavera e in estate durante il giorno è un autentico forno. È qui che produceva un eccellente Buttafuoco da uvaggio di croatina, uva rara, vespolina (ughetta) e barbera, ma senza moradella, dal vigneto Donnino a Martinasca, trai più ripidi e dal drenaggio perfetto.
Perciò il 7 febbraio 1996 sono stato uno dei primi a festeggiare la nascita del club del Buttafuoco Storico dall’unione dei primi undici giovani viticoltori che, per meritata riconoscenza, permettetemi di nominare: Bruno Barbieri, Davide Brambilla, Giuseppe Calvi, Valter Calvi, Claudio Colombi, Ambrogio Fiamberti, Stefano Magrotti, Franco Pellegrini, Andrea Picchioni, Umberto Quaquarini, Paolo Verdi.

E posso orgogliosamente festeggiare ancora perché un po’ alla volta, si aggiungono altri produttori. Fabio Marazzi è il titolare di quell’azienda Scuropasso che produce fra i migliori Metodo Classico del nostro Bel Paese (prendete nota e non fateveli scappare) in 18 ettari che seguono rigorosamente il protocollo Bio ha tante vigne di piccole dimensioni: 4 vigne per il metodo classico, 1 vecchia per il Riesling, altre vigne che vanno a fare da complemento per Bonarda e Sangue di Giuda e 6 vigne per il Buttafuoco.
Produceva già 2 Buttafuoco DOC, ma non in uno dei Comuni ubicati nel cosiddetto “sperone di Stradella”, però adesso è entrata pienamente in funzione la vigna Pianlong, grazie alla moglie Manuela e alla figlia Flavia che hanno contribuito molto anche alla valorizzazione delle vecchie vigne dell’azienda agricola Moscarino (l’altra figlia Francesca si è vocata alla medicina). Questa vigna si trova a sud del comune di Canneto Pavese, nella cosiddetta sottozona Ghiaie, a 200 metri di altitudine con esposizione a Sud-Ovest. L’impianto è stato fatto a girapoggio nel 1969 ed è stato completato nel 1980.
La superficie è di circa 4.000 m2 e la composizione delle viti è del 50% di croatina, del 25% di barbera, del 12% di uva rara e del 13% da viti di ughetta di Canneto su terreno misto di sabbia e ghiaia con sistema di allevamento a guyot. Inizialmente era una vigna anonima, abbandonata, con piante da togliere e sesto d’impianto da risistemare, che però presentava ancora molti ceppi vecchi di 50 anni dopo la ristrutturazione degli anni ’80, perciò possedeva quella storicità che il disciplinare pretende. Così nel 2017 è stata registrata e iscritta al Buttafuoco Storico e dopo tre anni è stato presentato il suo primo vino alla cui vendemmia ha partecipato anche la figlia Flavia, (la seconda della sua vita), i cui polsi… se ne ricordano ancora.
È nella difficile fase della vendemmia, che si fa esclusivamente a mano e solitamente nella prima settimana di ottobre, che ci si gioca il carattere e l’armonia del vino che ne uscirà. Si adotta infatti il sistema tradizionale dell’uvaggio, in cui le uve di viti diverse coltivate nella stessa parcella vengono raccolte e vinificate tutte insieme nello stesso giorno pigiandole insieme in percentuali prescelte così da ottenere un mosto unico, anche se hanno diversi gradi di maturazione e di sviluppo dei polifenoli nei tannini delle bucce, invece di raccoglierle ciascuna nel proprio momento ideale e, farne vinificazioni separate per provvedere in seguito all’assemblaggio dei singoli vini. Tale tecnica, largamente utilizzata in passato proprio in Piemonte, serve a conferire particolari caratteristiche organolettiche al vino, che risulterà così dotato di un particolare misto di sensazioni olfattive e gustative.

È un sistema che richiede però non soltanto una grande sensibilità ed esperienza nella scelta del giorno della vendemmia da parte di Fabio Marazzi, ma obbliga soprattutto a un maggiore impegno nella gestione di pratiche agronomiche differenziate sulle diverse viti in campo per il controllo del vigore delle viti che si ottiene con un equilibrio duraturo tra i ceppi e la quantità ideale di foglie e di grappoli da produrre (maggiore maestria e abilità nel potare, numero di gemme da lasciare per tralcio, quantità di superficie fogliare, diradamenti vari durante l’anno, ecc.) per puntare sulla qualità della materia e abbassare le rese al livello ideale di circa 70 quintali di uve per ettaro che in vino rendono circa il 45%, ma ne risulta privilegiata la caratteristica speziatura rilasciata così dai tannini dell’uva.
In cantina le operazioni sono quelle classiche del Buttafuoco Storico, con la tradizionale diraspo-pigiatura soffice. La fermentazione alcolica avviene spontaneamente in vasche di cemento con lieviti indigeni e la macerazione sulle bucce si protrae per circa 40 giorni e più (anche 50). Basso uso di solforosa e scelta accurata di tonneaux di rovere francese da 500 e 600 litri in cui il vino sosta per circa 12 mesi. Dopo una breve decantazione in vasche di cemento e un affinamento di circa 8 mesi in vetro il vino è stato presentato a fine novembre del 2020.

Buttafuoco Pianlong 2017
Alla degustazione il Pianlong, nato con la vendemmia 2017 e quindi ”alla prima botta”, si presenta nel calice di colore rosso rubino intenso, scuro, dai riflessi porpora-violacei. All’attacco sprigiona subito i profumi tipici della sua ”giovane” età, quelli delle amarene e delle ciliegie sotto spirito, che richiamano ai sensi uno spiccato vigore e un’esuberante rigogliosità e introducono un bouquet di aromi di more di rovo tra sfumature speziate con tracce di goudron e una piacevolissima nota empireumatica al limite del balsamico. In bocca è generoso, scalda con il suo buon corpo sostanzioso. Il fruttato si arricchisce di corniolo e mirtillo rosso, macis, geranio.
Si avvertono i tannini della buccia dell’uva e dei vinaccioli, un’eccellente struttura e quella spiccata acidità che gli dona una piacevole freschezza nella loro maturità, anche con il tenore alcolico notevole del 14,5%, che mi sembra uscire dalla scorza dei vinchi ancora verdi, quelli che i nonni usavano per legare i tralci o per confezionare le gerle e i cestini. Il finale è sapido, vinoso e amaricante. Suggerirei di servirlo a temperatura di anticantina e di mantenerlo a 16-18 °C, non oltre, per gustarlo meglio. Finché è così giovane non lasciatelo scaldare dall’ambiente! È un vino potente, ma aggraziato, un ragazzotto di campagna vestito della domenica, capace di un’austera eleganza che colpisce maggiormente come l’allegria e la lunghezza della beva. Sarà interessante degustarlo fra qualche anno, quando un periodo ulteriore di affinamento in bottiglia gli permetterà di approfondire quei piacevoli sentori eterei di manto equino che oggi trattiene ancora sottopelle perché non si sono ancora schiusi alla sensualità del mondo e dei quali non parlo per non far arrossire le ragazze.
E qui vorrei tirare le orecchie a chi gli ha dato solo cinque fuochi su sei, perché il sesto fuoco è quello che si pregusta già al sogno della prossima maturità dei sensi e che senz’alcun dubbio scaturirà ammaliante come dalla danza del ventre di una sinuosa odalisca. Ecco, l’ho scritto! Ma chi sa ridere sa anche essere molto serio… so che anche il vino di questa vigna avrà delle potenzialità notevoli di ulteriore miglioramento nelle testa e nelle mani di Flavia nei prossimi decenni. Particolarmente indicato con la pistà ad gràss (pestata di lardo stagionato) spalmata su crostini o fette di polenta, gli agnolotti di manzo al sugo di stufato, il risotto al Buttafuoco, i pisarei e fasò, i ravioli di carni miste al burro e salvia e accompagna bene luganega e gabarò, il bottaggio d’oca (con piedini di maiale e verze), la frittura di frattaglie di maiale con la polenta e i salumi caldi, dai sanguinacci alle mortadelle di fegato. In ogni caso consiglio sempre quelli che vanno in Oltrepò di varcare la soglia di un vero e proprio santuario della naturalità dei sapori tipici oltrepadani, il ristorante Prato Gaio di Giorgio Liberti in frazione Versa 16 a Montecalvo Versiggia, presso il bivio per Volpara (tel. 0385.99726).
Mario Crosta
Cantina Scuropasso
fraz. Scorzoletta 40/42, 27040 Pietra de’ Giorgi (PV)
coord. GPS: lat. 45.020157 N, long 9.252485 E
tel. 0385.85143
sito www.scuropasso.it
e-mail info@scuropasso.it



