I nuovi Dolceacqua di Giovanna Maccario e Goetz Dringenberg

Il Rossese di Dolceacqua o Dolceacqua è stato il primo vino della Liguria a ottenere la DOC, riconosciuta il 28/01/1972, ma modificata il 2/02/2011 e il 7/03/2014 dopo la forte crescita qualitativa del decennio precedente dovuta alle maggiori attenzioni alle fasi di vinificazione che hanno permesso di evitare le riduzioni tipiche del vitigno. Io lo chiamerei Dolceacqua, esattamente come hanno scelto di fare Giovanna Maccario e Goetz Dringenberg anche in etichetta, perché di Rossese ne sono noti ben 7, di cui solo 2 a bacca rossa: quello di Campochiesa nell’entroterra di Albenga e quello di Dolceacqua nell’entroterra di Imperia. Il Rossese di Dolceacqua è considerato coincidente con il francese Tibouren, con un’origine ancora da stabilire tra le colline sopra Imperia oppure nella Francia meridionale.

Siamo infatti a due passi dalla Francia, nell’estremo occidentale della Liguria, anche se il vero confine è quello enologico, non quello amministrativo. Come insegnava lo scrittore locale Francesco Biamonti non è fra l’Italia e la Francia, ma fra la tradizione occitana mediterranea e quella sabauda. Qui le vigne affondano le radici in terreni composti di quell’arenaria calcarea (pietra prealpina sedimentaria che, un tempo in fondo al mare, si è poi compattata formando l’attuale areno-scisto fino ad almeno 1 km di profondità) oppure nello “sgruttu” di argille solidificate e frantumate in pezzetti di lastre e lamelle dagli agenti atmosferici.
La cantina di Giovanna Maccario e Goetz Dringenberg si trova a San Biagio della Cima, un piccolo borgo arrampicato fra vicoletti, caruggi e scale che rendono difficoltoso il transito dei veicoli. La loro piccola cantina si affaccia proprio sulla ripidissima via Torre, appollaiata fra le vecchie case in pietra, e questo li obbliga ancora ad anacronistiche fatiche manuali per la consegna delle uve da vinificare, che avviene in piccole cassette dai tredici piccoli appezzamenti in cui sono frazionati e sparsi gli attuali 4,5 ettari vitati in totale.

Sono tutte parcelle strepitose, a partire da Luvaira, Posaù e Posaù Biamonti a San Biagio della Cima e Curli a Perialdo e altre come Brae, Berna, Sesselli, Opusai, Madonna, ma hanno anche lo svantaggio di essere coltivate ad alberello provenzale su terrazzamenti molto scoscesi, dove è impossibile usare mezzi meccanici e tutti i lavori in vigna sono eseguiti manualmente. Il clima è splendido: il caldo secco scoraggia la peronospora, il vento impedisce il ristagno dell’umidità e quindi il marciume.
La proprietà appartiene a Giovanna Maccario, la figlia unigenita di quel Mario Maccario che aveva iniziato a imbottigliare già nei primissimi anni ’70 del secolo scorso i vini dell’azienda di famiglia, risalente al 1800. Nata a Sanremo nel segno del toro e giovane laureata in architettura al Politecnico di Milano, nel 1991 si era trovata, poco più che ventenne, a doversi occupare delle vigne e della cantina a causa della prematura morte del padre. Giovanna ha poi conosciuto il bavarese Goetz durante una vacanza sulla riviera d’Imperia e nel 2001 ha deciso di condividere con lui l’avventura, la passione, la fatica, la vita in questa terra meravigliosa ma impervia e così hanno fondato insieme la nuova azienda. Molte delle vigne storiche hanno un’età media di 70 anni e alcune particelle hanno ceppi di oltre 100 anni, per una si parla addirittura di 120. Le pendenze sono tutte forti, anche superiori al 40%. Sono riusciti a passare dall’ettaro iniziale fino a 4,5 ettari prendendo terreni in gestione, affitto e comodato da vecchi produttori che per difficoltà simili ormai stavano abbandonando l’attività. Il più recente in gestione, di oltre 1 ettaro che va ad aggiungersi agli altri, si trova sopra Grimaldi, lungo la via Alpe Summa, a 480 metri di altitudine e a 200 metri dalla Francia, ma darà il primo vino solo fra un paio d’anni.

L’azienda è piccola, ma è sana, ha successo anche all’estero, dove esporta metà della produzione in Belgio, Giappone, Norvegia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Svizzera, USA e vuole crescere. Sta piantando un nuovo vigneto, ma la superficie richiesta è maggiore delle concessioni previste dalla regione. In Liguria il parco vitato è molto basso e le concessioni, essendo date in relazione allo stesso, sono piccolissime: aveva chiesto 7.500 mq e dopo la trafila e le lungaggini burocratiche conseguenti ne avevano ottenuti soltanto 1.500 l’anno scorso. Dato che le proprietà più vecchie e quelle che si trovavano abbandonate sono state recuperate tutte e i vini sono fatti con uve al 100% di proprietà, lo sviluppo si fa sempre più problematico.
Giovanna quindi ha deciso di lasciare definitivamente l’architettura per farsi contadina a tempo pieno e impegnarsi anima e corpo nella vitivinicoltura con un genio rinnovatore. Gli spazi molto ristretti e l’impossibilità di allargarli come si deve avevano portato alla demolizione delle vasche di cemento che occupavano troppo spazio in questi locali ristretti. Giovanna e Goetz avevano deciso anche di rinunciare alla maturazione in legno perché in zona non c’era più chi sapeva pulire le botti, ma anche perché i vini derivati dal rossese sui colli di Dolceacqua si affinano meglio in acciaio, essendo freschi, profumati, speziati e quindi l’enologo Livio Sora li vinifica più freschi e fruttati, come li preferisce attualmente il gusto della clientela.

Pochi anni fa hanno deciso di non rivendicare più la qualifica “superiore” per i loro vini Dolceacqua. Siccome i vini di questa tipologia non possono essere immessi al consumo prima del 1° novembre dell’anno successivo a quello della vendemmia e poiché questa data cozza con il periodo preferito dai buyers stranieri per fare gli acquisti, è stato più conveniente evitare questa limitazione. Per un’azienda di queste dimensioni (sulle 25.000 bottiglie in totale, più o meno a seconda dell’andamento delle annate) la decisione è stata una vera benedizione. Ora i vini escono dalla cantina nei periodi più corrispondenti a un mercato che deve già accettare dei costi di produzione (e quindi dei prezzi) piuttosto elevati, date le rese molto basse e le condizioni estreme della viticoltura tutta a mano sui fianchi scoscesi di queste colline, anche se la qualità è decisamente superiore.
Le barbatelle le fanno fare con virgulti tratti per selezione massale dalle proprie vigne a un vivaio di Albenga che le certifica pure. Le vigne sono coltivate secondo i principi dell’agricoltura biodinamica. I vigneti più giovani sono stati piantumati scegliendo i portainnesti che sono più resistenti ai periodi di siccità (in prevalenza Rupestris du Lot e Golia) che sono un pericolo sempre più frequente ed è diventato insopportabile, ma sono attrezzati anche con impianti a goccia per l’irrigazione di soccorso, autorizzata dal Consorzio per evitare pericolosi stress alle viti.
Le vigne più vecchie invece, che resistono meglio grazie ai suoli resi molto più soffici appunto per la scelta di non usare erbicidi né altri prodotti della chimica di sintesi, beneficiano anche dell’inerbimento con lo sfalcio meccanico operato per ben due volte in primavera da piccoli decespugliatori e falcetti manuali.
In cantina vinificano nel modo più naturale possibile l’uva che lasciano fermentare con i propri lieviti indigeni, senza solfiti aggiunti. Gli ultimi anni sono più caldi di una volta, perciò le vendemmie sono state ormai anticipate a settembre, perciò, per impedire al mosto di superare i 27 °C nel momento di massima ebollizione verso il 5° o il 6° giorno ed evitare così riduzioni, sono diventati indispensabili quel controllo e quella termoregolazione che avvengono solo nelle moderne vasche di acciaio inossidabile. Non si producono più le Riserve. Oltre al Dolceacqua di base, che è il vino più diffuso e reperibile in commercio, attualmente vinificano anche separatamente le uve di cinque cru in poche migliaia di bottiglie.

Dolceacqua Curli 2017
Proviene da una vigna di quasi 0,4 ettari che era di proprietà di Emilio Croesi, vignaiolo, partigiano e per 40 anni sindaco di Perinaldo di cui avevo bevuto il 1978. È da considerare il cru vertice, ineguagliabile, tanto che è stato definito da Gino Veronelli come “la Romanée-Conti d’Italia” perché fa il vino con il bouquet più selvatico e i tannini più compatti. Sorprende sempre per la freschezza anche nella maturità, come un gran bel frutto delle viti che crescono emergendo dai boschi incolti della gariga costiera, la tipica distesa di arbusti bassi e cespugli della riviera ligure di ponente con i profumi dei suoi rosmarini e dei suoi pini marittimi.
Il colore è rubino cristallino con riflessi porpora, luminoso nella sua trasparenza che annuncia una beva dissetante e abbondante. L’attacco è fresco, anche nervoso, con un bel fruttato di mirtilli freschi e ciliegie fra gli aromi di rose rosse e le sfumature di menta e anice. In bocca si sente anche il rossetto dei baci più ambiti che annuncia un tannino fitto e di gran piacevolezza. Se lo si lascia ossigenare nel calice, riempirà il palato anche dei profumi di erbe aromatiche su un fondo di mare. Il finale va via liscio e levigato con un bel mandorlato e un tenue ricordo d’inchiostro del calamaio dell’infanzia.

Dolceacqua Brae 2018
Questo vino più leggero è ottenuto da viti situate a circa 500 metri di altitudine sul livello del mare, dove le viti sono allevate ad alberello provenzale su suoli prevalentemente calcarei. È una vigna che gode di buona aria. Qui soffiano quei venti freschi che sono in grado di ridurre il ristagno dell’umidità e garantiscono così un’ottima maturazione e una straordinaria finezza del corredo organolettico dell’uva. C’è molto da lavorare manualmente, sia fra le piccole le terrazze che sulle forti pendenze. Il colore è rosso rubino con dei vividi bagliori porpora. È un vino dal profilo gustoso, succulento, ma fine. All’attacco sprigiona profumi intensi di fragoline selvatiche e di polpa d’arancia tarocco matura, si sente la macchia mediterranea con le sue erbette di campo. Il bouquet si arricchisce di rosa rossa e iris. In bocca è sapido, fresco, con tannini morbidi e la beva è di una piacevole finezza. Una bella armonia di sapori in un vino equilibrato, molto ben bilanciato che ha un bel finale dai toni floreali. Tenore alcolico 12%.

Dolceacqua Luvaira 2017
Proviene da una vigneto di quasi 1 ettaro formato da vigne molto vecchie (alcune del 1890) e vigne più giovani, ma allevate sempre ad alberello su suoli di quella roccia friabile che viene chiamata sgrutto e che ha un drenaggio perfetto, tanto che resistono più di altri suoli alle intemperanze della natura. Si pensa che proprio questo sia il terreno d’elezione del vitigno rossese e anche la scelta di vinificazione è differente per esaltarne la corrispondenza con la natura del posto con aromi e sapori autentici e schietti, da cui si comprende meglio il gran lavoro quotidiano di Giovanna e Goetz su queste terre molto impervie. Questo vino, infatti, è più austero, è vinificato in parte con i raspi, sprigiona le fragranze di finezza eccezionale della vegetazione mediterranea ed è un gran bel risultato della simbiosi fra l’uva rossese e il suo terroir. Il colore è rubino non troppo intenso, piuttosto trasparente. All’attacco un accento balsamico esalta gli aromi floreali e apre un bouquet di profumi che presenta note di more di gelso e piccoli frutti rossi, lampone, melagrana, con un leggero tocco speziato, fine e delicato. In bocca è gustoso, fruttato, di buona struttura, pieno, fresco e persistente. Vino di corpo medio con tannini morbidi, ben levigati eppure vivaci, che sostengono bene la trama di frutta rossa e spezie dolci.

Dolceacqua Posaù 2017
Proviene dal vigneto più caldo, quindi dalla maturazione più precoce, con quasi 1,5 ettari di ceppi esposti a Sud Est in due parcelle con pendenza media intorno al 40% e interamente terrazzati tra i 300 e i 360 metri di altitudine. I suoli provengono dallo sfaldamento di rocce calcareo-arenacee, presentano affioramenti di silice, mica, calcite e vi si trova ancora perfino qualche fossile marino. Le viti hanno età diverse tra i 50 e i 100 anni per una media di oltre 65, sono allevate ad alberello provenzale con più bracci e sono state concimate con letame in pellet. In maggio i grappoli sono stati maggiormente arieggiati con il diradamento fogliare per sfruttare le brezze marine nel combattere l’oidio e ridurre al minimo l’uso di zolfo e rame in polvere fino a metà luglio. Nell’annata 2017, vendemmiata a partire dal 24 agosto, le rese d’uva sono state molto basse e gli acini hanno maturato una maggiore concentrazione di sostanze, eppure il Dolceacqua Posaù 2017 è tra i vini più fini degli ultimi 10 anni, quello dalla beva più scorrevole, un grande vino già ottimo da bere fin da subito ma che si evolverà per almeno una decina d’anni. Di colore porpora brillante e non molto intenso, all’attacco è floreale e speziato, profuma di geranio, elicriso, macchia mediterranea, fiori di campo. In bocca è fresco, iodato, ricorda le brezze di mare che introducono un bouquet di aromi di scorza d’arancia tarocco, corbezzolo, lampone, rabarbaro, timo, su fondo di pepe bianco e tannini morbidi.

Posaù Biamonti 2017
Proviene dalla parcella più piccola e più elevata del vigneto Posaù, da cui si vede il mare. Meno di 0,3 ettari di suoli ricchi di cristalli di calcite dove crescono ceppi centenari che donano un vino più scuro, tannico, sapido.
Il posto è meraviglioso e rende bene l’idea di quella che è giusto definire viticoltura eroica, anche soltanto per le pendenze e per le sferzate dei venti che a volte spostano perfino le persone. Devo confessare che non sono riuscito a berne più di due dita, anzi sono già stato fortunato perché la bottiglia ce la siamo contesa in quindici e devo ringraziare il cielo che non ero fra gli ultimi, quelli più sfortunati. La piccola parcella Posaù Biamonti è proprio in cima alla vigna Posaù descritta più sopra ed è la più impervia e anche la più pericolosa di tutte per lavorarci nelle giornate di vento, però questo fazzoletto di terra produce uve di valore eccezionale proprio grazie alle condizioni pedoclimatiche particolari che possiede. Mi sembra giusto perciò vinificarle separatamente proprio perché il vino che producono è una vera bandiera, un riferimento per tutti i Rossese di Dolceacqua. Ha un colore rubino granato brillante, luminoso. All’attacco si sente il profumo della salsedine. Gli aromi del bouquet sono molto intensi, profondi, con note di ciliegia sotto spirito e piccoli frutti rossi maturi e sfumature speziate. In bocca, alla fragranza del fruttato si aggiunge la polpa di arancia tarocco. La beva è succosa, gustosa, lascia al palato delle belle sensazioni di freschezza e sapidità molto persistenti. È un vino di buon corpo, equilibrato, sapido, con un bel tannino e un finale ammandorlato che preannuncia una notevole longevità.
Mario Crosta
Maccario Dringenberg
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