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Festeggio anch’io i dieci anni di biodinamica della Musella Winery & Country Relais

Vigneti della Musella

C’ero stato già a metà novembre del 2003 con lo chef Dariusz Wójcicki di Cracovia, quando eravamo scesi dalla Polonia per andare al Salone del Vino di Torino a coordinare una bella squadra di cuochi e aiuto cuochi italiani diretta dal maestro di cucina Giulio Carlo Ferrero per presentare cinque ricette di diversi Paesi dell’Europa orientale a oltre 160 giornalisti accreditati. Avevamo fatto tappa alla Musella per onorare un invito di Maddalena Pasqua Di Bisceglie che, dopo aver letto un mio articolo sui vini della Moldova mi aveva scritto di essere molto soddisfatta di avere come collaboratori proprio dei Moldavi ed ero curioso di capire meglio quel loro rapporto.

Vigneti nel parco della Musella
Vigneti nel parco della Musella

Nella bottiglia c’è anche il vino, ma soprattutto il sogno e questi onesti lavoratori erano stati fra i primi a giungere in Italia da un altro mondo, quello più povero d’Europa (allora ben 700.000 moldavi su 4 milioni di abitanti erano scappati dalla fame e dalla miseria in cui era caduto il loro Paese con l’indipendenza dall’URSS). Sappiamo tutti che i Veneti hanno un cuore d’oro ed è così che li avevano accolti. Chi governa le vigne sa cosa significa l’integrazione, fondata sul buon lavoro e il rispetto reciproco, ma la Musella era una fra le primissime realtà della vitivinicoltura a ospitare e dare lavoro a cittadini europei orientali, cosa che ho avuto modo di apprezzare da vicino anche alla Fattoria dei Barbi di Montalcino.
La tenuta si trova alle porte di Verona, sulle colline di San Martino Buon Albergo in località Ferrazze. Sono circa 400 ettari in un parco secolare, uno dei complessi paesaggistici più belli e intatti della Regione Veneto, ricco di boschi, corsi d’acqua, laghetti, antichi fabbricati, chiesette, rustici colonici, oliveti e vigneti con al centro una magnifica grande villa seicentesca edificata su preesistenze medioevali. Le fonti più antiche fanno risalire al 1400 le prime notizie della famiglia dei nobili Muselli e la loro tradizione vitivinicola risale a oltre due secoli fa per opera dell’ispirato e appassionato duca Cesare Trezza di Musella che, coltivando la vite esclusivamente nella parte collinare della tenuta, adottò sistemi allora d’avanguardia per l’impianto e la coltivazione dei vigneti. Nel 1990 la tenuta Musella perse l’originale unitarietà e nel 1995 tutti i vigneti e alcuni rustici, tra cui l’antica corte rurale conosciuta come “Le Ferrazzette”, un tempo scuderia della tenuta e ora sede dell’azienda agricola, vennero acquistati dall’Azienda Agricola Musella di Emilio Pasqua Di Bisceglie che proveniva da una tradizione vitivinicola industriale.

Emilio Pasqua Di Bisceglie con la figlia Maddalena e il nipote Enrico Raber
Emilio Pasqua Di Bisceglie con la figlia Maddalena e il nipote Enrico Raber

L’ambiziosa scelta che lo aveva portato alla Musella è stata stimolata anche con entusiasmo della figlia Maddalena, classe 1973, e ben supportata dal nipote Enrico Raber, che dal 1999 fino al 2009 è stato l’enologo dell’azienda. I progetti erano tanti: un bed & breakfast di fascino particolare e tranquillità assicurata, la vendita di prodotti biologici e, per quanto riguarda la produzione vinicola, la sperimentazione di nuovi impianti e la volontà di creare vini naturali e nel contempo importanti. I fruttai per l’appassimento delle uve da cui si ottiene l’Amarone, un procedimento che richiede una ben calcolata ventilazione naturale a garanzia di una sana conservazione delle uve, sono stati saggiamente ricavati dove un tempo si trovava il fienile, sopra l’antica scuderia che è stata riconvertita alla maturazione e all’affinamento dei vini, in locali con temperatura e umidità mantenute costantemente sotto controllo e dove le botti, di capacità diverse, sono allineate tra eleganti colonne di marmo che sostengono le volte dell’originale soffitto. L’ampio locale antistante è stato trasformato in cantina per la vinificazione, dotata di impianti moderni ed efficienti.
L’ambiente della tenuta è protetto da vincoli conservativi paesaggistici (legge n. 1497 del 1939), monumentali (legge n. 1089 del 1939) e ambientali (legge n. 431 del 1985), infatti la tenuta Musella rappresenta per il territorio di San Martino Buon Albergo la componente più pregevole sia dal punto di vista ambientale che paesaggistico e storico, poiché vi si è conservata da sempre un’armoniosa coesistenza dei sistemi ambientali naturali con quelli coltivati. Sui suoi poggetti, in tranquillità e solitudine stupende nella collina che divide Montorio dalla Valle d’Illasi, vi sono bellissimi boschetti di magnolie, lauri cerasi, platani, conifere, bambù, querceti e laghetti di acqua limpidissima in un parco meraviglioso creato già fin dal 1607, quando la famiglia dei Muselli iniziò ad acquistare terreni a nord di San Martino Buon Albergo.

Musella

La Musella è sempre stata gestita come un’unità paesaggistica a sé stante e si è evoluta indipendentemente dalle zone circostanti secondo una propria storia, mantenendo integra la vocazione rurale e sottraendosi al processo di urbanizzazione e industrializzazione che ha invece segnato tutta la collina veronese. Tra il 1654 e il 1709 i Muselli avevano trasformato la residenza di campagna in una villa con giardino all’italiana. Sono state introdotte piante esotiche di grande suggestione paesaggistica come il cedro del Libano, il cedro dell’Atlante, la quercia rossa, l’abete greco, il ginkgo, la palma nana, l’orchidea militare e altre specie di orchidee oggi protette dalla Direttiva Regionale n.1475 del 1982 (anacamptis pyramidalis, cephalanthera damasonium, limodorum abortivum o fior di legna, orchis morio).
Le coltivazioni a olivo e ciliegio a nord si alternano alle praterie aride di elevato valore naturalistico e alle formazioni boschive, a prevalenza di farnia, carpino bianco, carpino nero, frassino da manna (orniello), rovere e roverella e con un sottobosco di specie rare nel territorio italiano, tra cui troviamo orchidea minore, erba storna montanina e lappolina nodosa. A sud si affiancano al bosco i prati umidi lungo il fiume Fibbio che lambisce l’attuale cantina, le coltivazioni della vite e quelle seminative, con alberi di pino nero e zone arbustive, concentrate soprattutto sui terrazzamenti occidentali, dove l’abbandono delle coltivazioni ha permesso l’avvio del processo di naturale rimboschimento. La diversità di ambienti offre accoglienza a numerose specie di uccelli nidificanti o di passaggio, quali passera italiana e cicogna bianca, rapaci come smeriglio, lodolaio, astore, nibbio bruno e poiana, rapaci notturni come il gufo comune, rintracciato nel bosco di pino nero, l’allocco, la civetta e l’assiolo.

Musella

In un paesaggio tanto bello l’agriturismo Musella offre anche ospitalità dal 15 gennaio al 15 dicembre in 8 camere e 3 suites con bagno, televisore, frigobar, aria condizionata e in 4 appartamenti dotati anche di cucina e salotto (alcuni pure di camino oppure di jacuzzi). La prima colazione viene servita in un’ampia veranda con vista sulla corte e ci si può rilassare in due comodi salotti. Si possono praticare pesca a mosca, canoa, golf, mountain-bike, foot-golf, c’è un giardino esterno con accesso alla piscina lungo il fiume, un ampio parcheggio, la ricarica per auto elettriche, un eliporto e si accettano piccoli animali domestici.
La produzione è quella tipica della Valpolicella dell’est. Come mi ha raccontato Maddalena, ”ci sono ancora tre ragazzi moldavi e due signore, poi la squadra si è un po’ equilibrata con italiani vari, dal 2009 facciamo agricoltura biodinamica, quindi i vini sono tutta un’altra cosa e di fatto non li facciamo più, vengono da soli! Rispettiamo quello che viene, li assistiamo da lontano con rispetto. Mio padre ha sofferto questa scelta all’inizio, ma adesso è davvero contento. I miei figli sono ormai due energici adolescenti, crescono spavaldi e stanno bene. Io sono naturalmente entusiasta di aver iniziato fin dal 2002 a trascinare tutta la famiglia nella forma mentis della pratica biodinamica, perché è una scelta di vita e speriamo una fonte di speranza”. Infatti papà Emilio, grazie ai buoni uffici di mamma Graziella, le aveva messo a disposizione quasi 2 ettari di terreno per sperimentare la coltivazione delle uve secondo i metodi biologici, che creano prodotti ottenuti senza il ricorso a sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, pesticidi in genere), senza l’impiego di organismi geneticamente modificati e considerati perciò più naturali e più sani. L’avventura di Maddalena nel biologico non aveva però dato dei risultati incoraggianti nelle prime annate e il padre a un certo punto aveva bloccato la sperimentazione.
Ma lei si era messa seriamente a studiare con santa pazienza e ostinatamente, con un approccio non limitato ai soli metodi biologici, ma per applicare i principi di riferimento della biodinamica, che si può definire anche come ecologia applicata alla progettazione di insediamenti umani eco-sostenibili che prendono spunto dai processi naturali e tentano di riprodurli sulla base della centralità dell’agricoltura e dell’attenzione particolare al territorio secondo tre principi: la cura delle persone, la cura della terra e la condivisione delle risorse.

La biodinamica è un percorso spirituale e filosofico elaborato dalla concezione del mondo del filosofo tedesco Rudolf Steiner, che fin dai primi del ’900 considerava il sistema agricolo come un organismo vivente interconnesso con l’ambiente circostante e con l’universo, cioè fonda la coltivazione sull’antroposofia al fine di creare un sistema in armonia con la terra e l’equilibrio naturale. Così all’inizio del 2008 Maddalena era riuscita a presentare ai suoi genitori analisi, ricerche, studi di settore che accompagnavano un business plan preparato meticolosamente da lei stessa, facendo anche degustare alcuni vini prodotti in regime biodinamico. ”Mio cugino Enrico è stato enologo dal 1999, poi però nel 2009 ha smesso ed è diventato un perfetto, curioso e appassionato viticoltore biodinamico e grazie alla sua sensibilità e alle sue capacità organizzative siamo riusciti a fare un lavoro di riconversione molto preciso e serio, ma con pochi errori, per fortuna, anche perché se sbagliavamo mio padre ci avrebbe fatti tornare indietro”.

Enrico e Maddalena con Alexander Podolinsky
Enrico e Maddalena con Alexander Podolinsky

Il 15 marzo 2017 aveva fatto in tempo a venire in visita didattica alla Musella anche Alexander Podolinsky, il pioniere ucraino della biodinamica scomparso nel luglio scorso a 94 anni che aveva saputo rendere accessibile a tutti l’agricoltura biodinamica secondo le teorie steineriane, portandole a un livello più pratico e affinandole già nella sua prima azienda in Australia, dov’era emigrato nel 1949. Maddalena Pasqua Di Bisceglie è stata capace di portare a buon fine un progetto di trasformazione che riesce a pochi, per giunta senza strappi né conflitti generazionali. Dei 40 ettari vitati che ricordavo ne sono rimasti in produzione molto meno. Oggi hanno “lasciato quelli che erano affittati e non tutte le vigne sono state ripiantate in produzione allo stesso modo di prima, di alcune manca 1 ettaro, di altre 2 o poco meno, di un altro mancano tutti e 4 gli ettari, insomma è difficile essere precisi finché non sarà tutto di nuovo a pieno regime e chissà quando sarà, diciamo che su 30 ettari lavoriamo in effetti oggi soli con 23/25 e poi dipende. Anche la grandine fa il suo, la giovane età pure, o quanto ci mangiano i caprioli 🙄, nuovo flagello di Musella… e abbiamo sperimentato anche la gelata, new entry nella categoria delle sfighe…“.

Musella

La media produttiva è di 65/70 quintali di uve per ettaro, ma dipende anche dalla tipologia; si sa che hanno una resa in vino diversa se sono per il Valpolicella o per il Ripasso o per l’Amarone. È difficile fare anche una media sulla carta e si può dire solo gli ettari e la produzione finale di ogni tipo di vino di ogni determinata annata. La vera svolta, la grande novità, sono i vini di oggi della Musella con la ”tripla A” e che hanno un livello di qualità riconosciuto perfino dalle altre Famiglie Storiche dell’Amarone, l’associazione che ha l’obiettivo di esaltare non solo questo vino, ma tutto il territorio da cui deriva in modo inscindibile e le tradizioni che custodisce. Queste 13 famiglie lavorano incessantemente nell’intera piramide produttiva, composta anche da Valpolicella Superiore, Valpolicella, Ripasso e altri vini del territorio veronese per tramandare di bottiglia in bottiglia i valori dell’artigianato nella vinificazione uniti alla profonda conoscenza, alla perenne innovazione e alla ricerca. Emilio e Graziella possono andar fieri della loro Maddalena e in cuor mio auguro ancora nuovi successi. In gamma oggi ci sono i bianchi Drago Bianco Garganega e Fibio Pinot Bianco, il rosato Drago Rosé Corvina e i rossi Valpolicella Superiore, Valpolicella Superiore Ripasso, Amarone della Valpolicella, Amarone della Valpolicella Riserva, Amarone Senza Titolo, Recioto della Valpolicella.

Drago Bianco Garganega 2017

Drago Bianco Garganega 2017
La prima annata prodotta è stata la 2007. Prodotto da uve garganega in purezza, al 100%, provenienti da viti allevate nel nuovo impianto a spalliera creato nel 2007 in 2 ettari vitati su terreni di medio impasto argilloso (argilla bianca) e tufaceo lavorati in biodinamica certificata Demeter dal 2014. Densità di 6.000 ceppi per ettaro, raccolta manuale a fine settembre, resa massima di 2 kg di grappoli per pianta con ulteriore severa selezione delle uve, produzione media di 60 hl per ettaro dall’uso di solo mosto fiore. Macerazione bucce-mosto per 10 ore, pressatura soffice e fermentazione spontanea tramite pied de cuve a temperatura naturale autunnale. Maturazione di 9 mesi sulle fecce fini con affinamento in contenitori di varie forme e dimensioni in marmo rosso di Verona eccezionalmente usati come vasi vinari. Potevo mettere la mano sul fuoco che il marmo rosso è stata un’altra delle geniali intuizioni di Maddalena, che si è sempre distinta per le sfide enologiche con Enrico Raber.
Ricordo 700 litri di Amarone che aveva vinificato a modo in una simpatica competizione organolettica con altrettanti fatti dal cugino e che al mio amico chef Dariusz Wójcicki erano piaciuti di più. Il marmo rosso di Verona valorizza soltanto le caratteristiche dell’uva garganega poiché è un materiale completamente neutrale e non traspirante, in movimento e in microtrasformazione, quindi vivo e naturale. L’arte del vignaiolo biodinamico è proprio quella di disturbare il meno possibile la trasformazione del frutto in vino e proporgli, dopo il tumulto della fermentazione, dei luoghi e dei contenitori confortevoli per temperatura e silenzio, in assenza di disturbi atmosferici, di vibrazioni e di ossigenazione più o meno forzata, in modo da lasciare che il mosto fermentato si assesti e si sviluppi in vino nel modo più spontaneo possibile. Il marmo rosso ha la stessa composizione minerale della terra in cui crescono le sue vigne, quindi il Drago Bianco si trova a maturare come a casa sua, nell’ambiente che gli è più familiare e gli permette di aprirsi più velocemente e di sprigionare quell’intensità maggiore di profumi che ho subito avvertito. Le bottiglie di quest’annata sono state circa 6.000. Solforosa totale (SO2) 60 mg/l, tenore alcolico 13,5%, acidità totale 5,40 g/l e pH 3,26.
Vino di colore giallo dorato chiarissimo e luminoso. All’attacco sprigiona aromi di scorza d’arancia e nespola matura, ma poi devo rinunciare a parlare di aromi per cominciare a parlare di profumi veri e propri, come quelli che si vendono in profumeria, a partire da pompelmo, corbezzolo, bergamotto, buccia di pesca bianca. Si capisce subito la mano femminile non solo nel bouquet, ma anche in bocca, dov’è molto fresco, fruttato, erbaceo e non fa girare la testa nemmeno una bottiglia intera a stomaco (quasi) vuoto, pur essendo potente. È un gran bel vino dal finale vegetale lungo e persistente. Un vino suggerito con crostoni al burro con acciughe, baccalà mantecato, riso e piselli, bigoli con le sarde, anguille alla salvia e limone, luccio e polenta, latticini e formaggi freschi.

Valpolicella Superiore 2017

Valpolicella Superiore 2017
La prima annata prodotta è stata la 2003. Proviene da uve corvina e corvinone all’85%, rondinella al 10% e barbera al 5% vendemmiate da viti allevate in 55 ettari vitati (27 di nuovo impianto a spalliera, 8 a pergola tradizionale, più 20 a guyot e affittati) impiantati dal 1960 al 2015 e di età media 20 anni. Terreni: nelle vigne Il Perlar e Palazzina è calcareo con prevalenza di argilla rossa ferrosa, nel Monte del Drago è a medio impasto argilloso tufaceo con suoli lavorati in biodinamica certificata Demeter dal 2014. Densità di 6.500 ceppi per ettaro nel guyot e 4.500 nella pergola, raccolte manuali dal 5 agosto al 10 ottobre, resa massima di 2 kg di grappoli per pianta con ulteriore severa selezione delle uve, produzione media di 50 hl per ettaro dall’uso di solo mosto fiore. Le bottiglie di quest’annata sono state circa 110.000. Solforosa totale (SO2) 58 mg/l, tenore alcolico 13%, acidità totale 6,15 g/l e pH 3,26. Fermentazione spontanea e macerazione sulle bucce di 12-15 giorni a temperatura non controllata in vasche d’acciaio inox con rimontaggi periodici. Svinatura, malolattica e trasferimento per 6 mesi di maturazione in botti grandi di rovere da 35 hl e altri 6 mesi di affinamento in vasche di cemento.
Come si capisce dall’ampio e lungo periodo delle vendemmie (due mesi abbondanti), l’annata per i rossi è stata difficile e faticosa. D’inverno le temperature sono scese a -5 °C per qualche giorno, un evento che non si manifestava da almeno 4 anni. Il 21 aprile c’è stata una gelata terribile che ha “bruciato” una marea di ettari in tutta Europa e ne ha danneggiati altri per il severo calo di temperatura in fioritura. Si può calcolare un ammanco di produzione tra il 15 e il 20%. La stagione poi si è aggiustata e si è svolta regolarmente fino a luglio, quando uno straordinario caldo siccitoso ha messo in difficoltà la maggior parte del territorio europeo, ma alla Musella la siccità è stata combattuta dalla vitalità dei terreni coltivati a biodinamica. Le vendemmie sono cominciate perciò in gran parte con molto anticipo, ma si sono concluse senza ulteriori problemi e la qualità finale delle uve rimaste è stata eccellente. Capisco perché Maddalena mi ha confidato che è il “mio figlio preferito, il succo d’uva fermento, puro, succoso, gioia del palato e del mio cuore” e che “ora sto sperimentando la porcellana. Ma il valpolicella lo vedo sempre bene nel suo chalet di legno non tostato, per varie ragioni… comunque ora c’è in ballo il valpo in marmo senza solfiti, working in progress“.
Vino di colore rosso rubino brillante dai riflessi porpora, all’attacco libera un aroma di marasca e ciclamino. Ha un bouquet di frutta rossa con note di visciola, arancia tarocco, tamarindo e sfumature di spezie dolci. In bocca conferma pienamente gli aromi fruttati, è acidulo, pulito, fresco, gustoso, sapido, di medio corpo. Tannini ben domati e morbidi, si sente l’estate con il sole, il fieno e i fiori di campo secchi. È ottimo da bere adesso, ma penso che possa migliorare ancora con l’affinamento in vetro ancora per un po’ di tempo in cantine fredde, umide e buie, anche 10 anni, per la vivace acidità che mostra. Si abbina ai primi piatti con sughi di carne e al pomodoro, alle carni arrostite e brasate, ai formaggi di media stagionatura e suggerirei anche alle anguille e ai pesci abbrustoliti sulla brace, ma va servito e mantenuto un po’ fresco, tra i 16-18 °C e non oltre.

Valpolicella Superiore Ripasso 2016

Valpolicella Superiore Ripasso 2016
La prima annata prodotta è stata la 1995. Come il precedente proviene da uve corvina e corvinone all’85%, rondinella al 10% e barbera al 5% vendemmiate dalle stesse viti allevate negli stessi 55 ettari vitati (27 di nuovo impianto a spalliera, 8 a pergola tradizionale, più 20 a guyot e affittati) impiantati dal 1960 al 2015 e di età media 20 anni. Terreni: nelle vigne Il Perlar e Palazzina è calcareo con prevalenza di argilla rossa ferrosa, nel Monte del Drago è a medio impasto argilloso tufaceo con suoli lavorati in biodinamica certificata Demeter dal 2014. Densità di 6.500 ceppi per ettaro nel guyot e 4.500 nella pergola, raccolta manuale dal 3 settembre al 5 ottobre, resa massima di 2 kg di grappoli per pianta con ulteriore severa selezione delle uve, produzione media di 50 hl per ettaro dall’uso di solo mosto fiore. Le bottiglie di quest’annata sono state quasi 60.000. Solforosa totale (SO2) 74 mg/l, tenore alcolico 14%, acidità totale 5,80 g/l, pH 3,35, residuo zuccherino naturale 2,5 g/l. Fermentazione spontanea e macerazione sulle bucce di 12-15 giorni a temperatura non controllata in vasche d’acciaio inox con rimontaggi periodici.
Il vino è stato poi “ripassato” sulle bucce non completamente pressate dell’Amarone per altri 10-15 giorni. Svinatura e affinamento per 12 mesi in botti usate di rovere da 350, 500 e 3.500 litri. Svinatura, malolattica e trasferimento in botti usate di rovere francese da 350 l, 500 l e da 35 hl per un periodo di maturazione di 12 mesi. Un Ripasso che non fa appassimento delle uve. Come ha precisato Maddalena, è “campione assoluto di eleganza ed equilibrio, un po’ altezzoso, forse perché soffre di gelosia per la mia predilezione per il fratellino, ma davvero quest’annata ha dato il meglio di sé: l’annata della Gioia!”. Infatti l’annata 2016 è stata l’annata perfetta, quella che accade ogni dieci o dodici anni. Inverno e primavera regolari, estate moderatamente calda e con qualche utile pioggia a cadenza molto regolare. Vendemmia senza piogge. Il perfetto equilibrio delle viti in armonia con il terreno, l’ambiente e la genialità enologica di Enrico e Maddalena ha donato alla goduria dei sensi uno dei migliori vini da sempre della Musella, ma anche uno dei migliori Valpolicella dell’est. Chapeau bas!
Vino di colore rosso rubino dai riflessi porpora più scuri, all’attacco è un effluvio di ciliegia cristallina matura di grande finezza. Non fumo, ma mi sono immaginato Churchill con un buon sigaro dolce che se lo gustava in una poltrona di pelle del suo club. Ecco. Il fruttato è ricco e di grande spessore, energico, ma morbido. Molto ben bilanciato tra tannini levigati e piacevolissima acidità. Un vino di gran razza che richiama piccoli frutti rossi sciroppati a iosa, dall’amarena al durone di Verona o mora di Cazzano, dalla confettura di corniolo a quella di prugne dalla polpa rossa. È di buon corpo, sapido, il classico vino da temperatura ambiente da godersi con calma per tutto il pasto, dalla pasta e fagioli ai dolci secchi, passando dalle carni bollite, stufate o in salse nobili fino alla selvaggina. Non so se il direttore editoriale mi consente di scrivere anche che si fonde alla perfezione anche con il rossetto sulle labbra dell’amata. Un gigantesco “òstrega!”… perché è un vino di rara sensualità, quello che definirei a occhi chiusi “da alcova”.

Amarone della Valpolicella Riserva 2012

Amarone Riserva 2012
La prima annata prodotta è stata la 1993. Proviene da uve corvina e corvinone al 70%, rondinella al 20% e oseleta al 10% vendemmiate dalle stesse viti allevate nei soli 27 ettari vitati di nuovo impianto a spalliera impiantati dal 1960 al 2001 e in quell’anno avevano un’età media 20 anni. I terreni nelle vigne Il Perlar e Palazzina sono calcarei con prevalenza di argilla rossa ferrosa e nel Monte del Drago sono a medio impasto argilloso tufaceo. Maddalena dichiara che era “ancora senza certificazione Demeter, ma del periodo in cui la biodinamica si vedeva già agire nel terreno e si faceva già sentire nei vini”. Densità da 5.000 a 7.000 ceppi per ettaro, raccolta manuale da fine agosto a metà settembre, resa massima di 1 kg di grappoli per pianta con ulteriore severa selezione delle uve, produzione media di 7 hl per ettaro dall’uso di solo mosto fiore per circa 15.000 bottiglie. Ottima annata con un inverno freddo e asciutto e alte temperature già a marzo che hanno favorito con largo anticipo la germogliatura e, già a metà di maggio, la fioritura. Le piogge all’inizio estate sono state insistenti e hanno sfoltito molto, favorendo una resa bassa. L’estate è stata calda e asciutta, quasi senza precipitazioni e quindi la maturazione è stata più veloce e la vendemmia perciò è stata anticipata a fine agosto. I grappoli scelti e raccolti in cassette sono stati disposti in una speciale stanza ventilata per essere essiccati secondo il tipico processo di appassimento dell’Amarone. Le uve hanno perso almeno il 35% del loro peso originale concentrando così zuccheri, componenti aromatiche e tannini nobili. In gennaio si è svolta una pigiatura soffice e la fermentazione è partita tramite pied de cuve a basse temperature da 13 a 17 °C con lunghe macerazioni per consentire la massima estrazione del frutto. Il vino è maturato per 24 mesi in tonneaux di rovere francese e in botti di 700, 1.500 e 3.500 litri. Dopo l’imbottigliamento, è rimasto ad affinarsi per almeno un anno prima di essere consegnato. Solforosa totale (SO2) 79 mg/l, tenore alcolico 16%, acidità totale 7,00 g/l, pH 3,35, residuo zuccherino naturale 7,3 g/l, estratto secco 39.8 g/l.
Da una Riserva non mi sarei mai aspettato un vino così vispo e dall’acidità tanto piacevole. Non dimostra né gli anni né il legno che ha. Ha una freschezza notevole. Vino di colore rosso rubino dai riflessi porpora leggermente più scuri del Ripasso. All’attacco ha un gran bel fruttato di visciola, amarena e prugna essiccate, con aromi intensi che si confermano in bocca con una notevole ricchezza di sapore pieno e vellutato dalla diffusa persistenza aromatica. È potente, di gran corpo, solidamente strutturato, con tannini morbidissimi e un finale di grande lunghezza e finezza, quando emergono gli stessi frutti sotto spirito. Non sente il peso degli anni, secondo me sfiderà il tempo come pochi vini al mondo e come pochissimi altri Amarone, oserei dire almeno 20 anni e perfino oltre. Io l’ho degustato appena tolto di cantina e senza scaraffarlo, poi l’ho lasciato ambientare a 20-22 °C in calice da 3/4 di litro riempito per un terzo e non oltre. Con l’aumento della temperatura e dell’ossigenazione si fa sempre più ricco e intrigante e dimostra di essere un imperatore in tavola.
È un vino straordinariamente eclettico e si abbina bene a molte pietanze. Perdonatemi se non posso essere breve, perché fa venire l’acquolina anche con gli antipasti, come i crostini di pane conditi con l’oca in onto o il ragù di fegatini. Ottimo con il risotto all’Amarone con Monte Veronese, le lasagnette al ragù: di carni miste e i bigoli con l’anatra. Eccellente con polenta infasolà, polenta e osèi, pastissada de caval, stracotto d’asina, selvaggina arrosto, lepre in salmì. Se avanza, può essere abbinato a formaggi stagionati come il Monte Veronese, il Piave, il Vezzena. C’è perfino chi lo usa per fare dei dolci casalinghi ammorbidendoci per ore il pane e la polenta avanzati con l’uva passa da impastare con uova, burro, noci e nocciole, o per insaporirne dei cantucci da fine pasto.

Mario Crosta

MUSELLA Winery & Country Relais
Via Ferrazzette, 2 – 37036 San Martino Buon Albergo (VR)
tel. 045.973385, fax 045.8956287
coord. GPS: lat. 45.439765 N, long.11.081595 E
sito www.musella.it
e-mail maddalena@musella.it e relais@musella.it

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it, nonché per alcuni blog. Un fico d'India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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