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Buonissimo il Brunello di Montalcino 2014 del Molino di Sant’Antimo

vigneto Molino di Sant'Antimo

C’è una zona di Montalcino quasi sconosciuta a molti intenditori di vino, perché si trova sulla scarpata verso il fiume Orcia appena sopra la vecchia ferrovia che passa da Monte Amiata Scalo. Sono gli erti fianchi orientali del crinale che dall’incrocio del Bassomondo di Castelnuovo dell’Abate va verso il più tormentato e selvatico dei territori di Montalcino, abbarbicato su suoli formati nel Paleocene (da 60 a 80 milioni di anni fa) dallo sfaldamento di marne friabili stratificate su roccia vulcanica effusiva e corrugati da fossi e rii nascosti alla vista per via delle stradine sterrate che sono spesso soggette anche a frane attive e quiescenti.

 

vigneto Molino di Sant'Antimo

In altura si trovano Tenuta S. Giorgio, Le Ripi e Mastrojanni, tutte lungo l’antica strada carrabile, oggi consorziale della Casarsa, che sale fino a 424 metri s.l.m. e a quello che era il duecentesco castello di Oreto (sui cui resti è stato poi costruito l’agglomerato del podere S. Pio – Loreto) e poi scende al fiume Orcia per risalire al castello di Ripa d’Orcia, ormai interrotta da una frana. Le vigne che degradano da questa poderale verso il fiume sono circondate da ombrosi angoli di stupenda natura boschiva, dove s’incontrano istrici alti mezzo metro, tassi, cinghiali e daini.
Scendendo sempre più verso il fiume aumenta la pendenza e le vigne rimpiccioliscono in minuscoli fazzoletti di terra fra burroni e calanchi. La vallata dell’Orcia qui si restringe tra questo crinale e quello imponente del monte Amiata, perciò gode della loro protezione e di una benefica ventilazione rispetto alle altre zone più aperte a nord e a sud che sono sferzate piuttosto dallo scirocco infuocato d’estate o dalla tramontana d’inverno. Il maestrale risale dalla vicina costa incanalandosi sempre di più nella sottostante Val d’Orcia e viene a regolare meglio l’umidità e mitigare le calure estive, mentre la tramontana che perde la sua forza sul crinale favorisce salutari escursioni termiche tra notte e giorno. Un vantaggio indiscutibile, se si considera che da circa una trentina d’anni l’estate è diventata “africana”, il clima si è modificato e si è perciò accorciata la stagione vegetativa, portando le uve a maturare più velocemente. Il sangiovese, infatti, che compie l’invaiatura (il cambio di colore) soltanto dopo il gran caldo di luglio e l’afa della prima decade di agosto, ha bisogno normalmente di una maturazione almeno di un altro mese per essere vendemmiato con risultati eccellenti, come qui.

Molino di Sant'Antimo

Questo versante scosceso non lo conoscevo proprio, nonostante abitassi a un paio di chilometri in linea d’aria, perché è veramente impervio, quindi capisco perché di giornalistoni qui non se vede l’ombra. Ho avuto la fortuna, però, di gustare spesso fin dal 2017 degli onesti Chianti dei Colli Senesi che Molino di Sant’Antimo imbottiglia per Lucia Megalli e Lorenzo Minocci del Road Cafe’ con tavola calda presso l’Area di Servizio della rotonda di Montalcino, in località Il Pino. Come i miei più affezionati lettori sanno perfettamente, non giudico il valore di un’azienda vitivinicola dal vino bandiera, il più osannato e premiato. Se non si fanno cazzate in cantina, sono capaci tutti di fare dell’ottimo vino nelle annate favorevoli in poche migliaia di bottiglie e presentarlo alle degustazioni per ottenere punteggi stratosferici e prezzi da capogiro.

Molino di Sant'Antimo

Pochi sono capaci invece di fare onesti vini da pasto tutti gli anni a prezzi contenuti che riescono a stupire per pulizia, genuinità, salubrità. Questi produttori m’incuriosiscono davvero. Se il vino comune che fanno è buono, non infiamma i reni anche bevuto in quantità… diciamo moderata per non impensierire troppo chi ci ama, non fa girare la testa per l’esagerazione dei solfiti aggiunti, chissà come saranno buoni i vini migliori che possono fare! E così mi sono ripromesso di andare in quest’azienda alla prima occasione. Sul campo. Non vado mai alle degustazioni dal 2003, l’ultima è stata il MiWine. Non mi piacciono le luci della ribalta né il circo mediatico.
Lucia e Lorenzo mi hanno accompagnato volentieri domenica 21 luglio pomeriggio, con un caldo spietato. Adesso ho capito perché è meglio andare in quella zona con due macchine. Se una va in avaria, l’altra diventa il primo soccorso. Vista dall’alto, su una mappa, non sembra così fuori dal mondo. Ma quando si abbandona la provinciale si entra in un altro mondo, un mondo di favola che fa perdere la nozione del tempo, dominato dall’imponenza del vulcano spento del Monte Amiata e che si apre su un’oasi di vera pace e di relax, con un panorama dalla terrazza che invita proprio a non andarsene.

L'agriturismo del Molino di Sant'Antimo a pochi passi dalla cattedrale
L’agriturismo del Molino di Sant’Antimo a pochi passi dalla cattedrale

Molino di Sant’Antimo sta proprio qui, nel tipico casale ottocentesco del Podernuovo dei Campi, da loro restaurato all’inizio del millennio su suoli originati nel Miocene inferiore che presentano una composizione di argilliti, galestro e pietrisco, ricchi di sali minerali. Oggi sono qui la sede aziendale e la residenza permanente della famiglia Vittori, ma l’azienda si chiama Molino di Sant’Antimo perché 40 anni fa Carlo Vittori, impegnato nella progettazione e nello sviluppo di infrastrutture agricole e industriali e consulente di aziende conosciute e consolidate, aveva acquistato le sue prime terre proprio ai piedi occidentali del borgo di Castelnuovo dell’Abate presso le trecentesche rovine del Molino di Sant’Antimo.
In quel luogo sul Fosso delle Vigne tra il Borro del Molino e il Borro delle Piagge a un tiro di schioppo dall’abbazia romanica costruita all’epoca di Carlo Magno, dopo ricerche e verifiche sul Catasto Leopoldino del 1765, Carlo Vittori aveva affrontato lunghi restauri per preservare le caratteristiche abitative del ‘600 con grande attenzione per mantenere intatti, oltre alla struttura originaria, i percorsi d’acqua che caratterizzavano il luogo e l’abitazione di cui sono componente essenziale, dando nuova vita a quel patrimonio storico di circa 300 metri quadri in pietra locale. Già ricostruito nel 1606, ma risalente al XII secolo, oggi è un agriturismo con piscina, ruscello, antico ponte medioevale, giardino e ben 4 ettari di parco boschivo. Due piani e torretta con tre camere matrimoniali, una camera a due letti, tre bagni e due saloni con camino, tutto arredato con mobili di antiquariato fra ogni comfort (cucina con forno, frigorifero, lavatrice, asciugatrice e lavastoviglie) e raggiungibile da una strada sterrata, lontana dai rumori, dal traffico e dai rompiscatole.

La cantina in stile ottocentesco costruita in linea e seminascosta
La cantina in stile ottocentesco costruita in linea e seminascosta

Gli era stato perciò naturale assumere il logo aziendale mutuando il sigillo lasciato all’abbazia di Sant’Antimo dal primo vescovo medioevale Paolus che vi aveva soggiornato nel suo percorso dalla Germania sulla via Francigena alla volta di Roma. Trent’anni fa la sua azienda poteva già contare su oltre 40 ettari di terreno dei quali la metà sono coltivati a vite e olivo, circondati dagli splendidi boschi e dalla macchia mediterranea.
L’attuale casale acquistato dall’altra parte del crinale ha coinvolto l’intera famiglia Vittori in una vera e propria avventura pionieristica in quella zona pressoché abbandonata e occupata solo da poche storiche famiglie ancora fuori dai moderni circuiti di produzione e di marketing. Qui si coltivano 11,5 ettari di vigne (8 a sangiovese, 2 a cabernet sauvignon, 1 a merlot e 0,5 a chardonnay) su terreni esposti a sud/sud-ovest che si arrampicano su alture da 230 a 280 metri sul livello del mare proprio al confine della DOCG del Brunello di Montalcino. Sinceramente, io non avrei avuto il loro stesso coraggio. Perciò posso soltanto stringere la mano alla famiglia Vittori e invitare altri enoappassionati non soltanto ad assaggiare i loro vini a Benvenuto Brunello e negli altri appuntamenti nazionali di degustazione, ma a raggiungerla qui per rendersi conto dell’estrema cura dei dettagli in azienda, nei vigneti, in cantina. La qualità eccezionale dei vini prodotti non dipende solo dalle caratteristiche pedoclimatiche, come sanno bene Carlo, sua moglie Susanna e le loro due figlie Giulia e Valeria.

Gli interni della cantina progettata da Carlo Vittori
Gli interni della cantina progettata da Carlo Vittori

Proveniente dallo studio di architettura e ingegneria, Carlo si è occupato anche della cura dell’orto, degli animali da cortile, della legna per il camino dell’agriturismo e per il forno. Umili attività che fanno puzzare di sudore e fatica, fanno venire i calli alle mani, riempiono di fango gli scarponi, sporcano di terra le unghie quando non le spezzano. La sua cantina è stata un investimento coraggioso e lungimirante, interamente pensato e progettato proprio da lui secondo l’ideale lay-out produttivo e si allunga tutta a pianterreno con i suoi grandi saloni comunicanti in linea predisposti nell’ordine per uffici (sotto il locale per degustazioni), vinificazione, bottaia di maturazione, imbottigliamento, magazzino, tutti dotati di propri portelloni d’entrata direttamente dall’esterno. Questo edificio di circa 800 metri quadri, costruito nel 2004, si trova a un centinaio di metri dal casale, in una posizione abbastanza nascosta, in una nicchia ricavata nel fianco del bosco prospiciente. Per com’è disposto permette di vinificare le uve dell’azienda in spazi abbondanti e razionalizzati, ma è già dimensionato per almeno il doppio, se non il triplo delle bottiglie oggi prodotte, circa 80.000. Il frontale della cantina ricalca nei tratti architettonici il disegno ottocentesco delle scuderie della fattoria Chigi Zondadari di San Quirico d’Orcia, dove Carlo aveva trascorso l’infanzia.

Valeria Vittori con il padre Carlo
Valeria Vittori con il padre Carlo

Nell’area di vinificazione sono presenti i moderni tini in acciaio per almeno 1.000 quintali, tra cui i tini Eureka per il Brunello di Montalcino, che usano la pressione per creare una sinergia di azioni per un processo di vinificazione eccezionalmente naturale e selettivo, come mi ha spiegato Valeria Vittori, la figlia di Carlo, che si è laureata in Enologia con una tesi di laurea proprio su questo innovativo processo che suscita grandi aspettative. La prima annata è stata il 2011, le due migliori sono state il 2013 e il 2016, che sono maturate in grandi botti di rovere di Slavonia da 58 ettolitri della Garbellotto e della Veneta Botti, ma in cantina ci sono anche tonneaux in rovere di Allier, barriques di rovere francese e barrels di rovere americano. Ciò testimonia i continui studi e le sperimentazioni di questa splendida ragazza che discute però proprio di tutto con il padre, perché non sempre le opinioni coincidono e a quanto ne posso sapere io non esiste un miglioramento che sia sempre pacifico.
Per esempio, quel mezzo ettaro di chardonnay che era stato piantato secondo il tipico sistema di allevamento in voga nella zona, il cordone speronato. Ha dato risultati straordinari, perché (ne parlerò più avanti) non avevo mai provato tanto piacere nel bere uno Chardonnay. Eppure un filare è già stato convertito a guyot e presto, un po’ alla volta, tutta la vigna sarà allevata con questo sistema che sembra più adatto al vitigno. Un altro esempio? Il vino non si fa da solo con la terra e con il sole, ma ha bisogno del genio del vignaiolo e dell’enologo che, quando sono bravi, fanno miracoli e riescono a raddrizzare anche le annate “diverse” (chiamiamole pure così perché anche le annate più difficili non sono “storte”). Nella più recente di queste era successo che la selezione manuale, che su questi terreni di montagna è d’obbligo, era cominciata anche fin troppo severamente e padre e figlia hanno battibeccato a lungo per riportarla a criteri di qualità e quantità accettabili per entrambi.
Giuro che ho trattenuto a stento una sonora risata a bocca larga da un orecchio all’altro per non perdere la protesi di due denti sul pavimento, anche se era pulito e lucido come pochi, ma ve l’immaginate la scena tra un padre e una figlia che duellano senza andare tanto per il sottile per poi accordarsi come se niente fosse? Chi ha una figlia che ha studiato tanto per emergere in un mondo tanto maschilista mi ha già capito. Il vino delle donne è fatto con una sensibilità diversa, si sente, è evidente. Niente è lasciato al caso, al mito, alla ripetizione acritica della tradizione o alle fughe inconsulte per inseguire le mode. Se poi volete rimanere fino a tarda ora con padre e figlia per capirne di più c’è “il loft”, un monolocale affacciato sulle vigne che farebbe al caso vostro, la piccola sentinella dei vigneti situata accanto alla sede aziendale e residenza della famiglia Vittori.

Il Bianco Molino di Sant'Antimo

Il Bianco IGT Toscana 2018
Viene da cloni di chardonnay selezionati tra i migliori della Toscana piantati inizialmente a cordone speronato e in conversione senza troppa fretta a guyot con densità di 5.000 ceppi per ettaro su suoli di origine galestrosa e ricchi di scheletro. Si tratta delle uve vendemmiate per prime, normalmente alla fine di agosto, diraspate senza pigiatura e pressate leggermente. Il mosto fiore viene raffreddato alla temperatura di 5 °C per 72 ore. La fermentazione alcolica ha luogo in acciaio inox alla temperatura di 12-14 °C per circa 12 giorni. Al termine della fermentazione alcolica e dopo la decantazione, il vino viene trasferito in piccole vasche di acciaio nelle quali matura per circa 6 mesi, quindi viene imbottigliato ad aprile/maggio per un ulteriore affinamento di 2 mesi prima della vendita. Alcool: 13%. Il fruttato è molto fresco e succoso, pesche gialle e nespole in evidenza, è intrigante, sapido, eccellente, uno dei migliori bevuti in mezzo secolo, complimenti! La notevole freschezza e la pienezza, l’opulenza delle fragranze fruttate mi ricorda i grandi vini della Wachau nella loro giovinezza e spero tanto che riesca a sopportare bene i tappi, perché sono convinto che evolverà come loro, passando dagli aromi freschi a quelli maturi e poi alle confetture, sfidando perfino il tempo.

Rosso di Montalcino DOC 2017Rosso di Montalcino DOC 2017
Da cloni di sangiovese grosso piantati a cordone speronato con densità di 5.000 ceppi per ettaro su suoli di origine galestrosa con alternanze tufacee, le uve sono vendemmiate normalmente a partire dall’ultima decade di settembre, quindi vengono selezionate e diraspate. Il mosto viene raffreddato a una temperatura inferiore a 10 °C per circa 3 giorni. Dopo questa macerazione prefermentativa a freddo, ha inizio la fermentazione alcolica in acciaio inox per circa 10 giorni a una temperatura compresa tra i 18 e i 25 °C. Al termine della fermentazione alcolica, la macerazione sulle bucce si protrae per altri 10-15 giorni. La malolattica avviene spontaneamente in botti di rovere della capacità di 58 ettolitri dove ha luogo la maturazione per circa un anno e, dopo un breve periodo di decantazione in acciaio, il vino viene imbottigliato per un ulteriore affinamento di 3 mesi prima della vendita. Alcool: 14%. Molto morbido, ottimo il raffreddamento iniziale e il percorso in legno.
Vino di colore rosso rubino intenso, è molto morbido e ha un bouquet fresco nonostante l’annata siccitosa, torrida, grazie alla selezione delle uve, direi anche degli acini (-25% di produzione rispetto al solito). È evidente e piacevole l’acidità della visciola (la ciliegia piccola di colore rosso scuro e dal sapore acidulo), si sentono anche i vinaccioli, non mostra i muscoli e penso che possa migliorare ancora per un altro lustro, acquistando finezza.

Brunello di Montalcino 2014Brunello di Montalcino DOCG 2014
Se volete dire che sono rimasto folgorato come Saulo sulla via di Damasco, diventato così San Paolo, fate pure. Occhio, però. Con annate come questa, una di quelle considerate da molti come sfortunate per via delle precipitazioni atmosferiche che altrove a Montalcino hanno creato grossi problemi, si possono avere belle soprese come questa. Un vino buonissimo, di una freschezza notevole, e non sono l’unico ad affermarlo. Ecco, “when going gets tough, the toughs get going” (lo scrivo in inglese così mi capiscono anche quelli di Decanter), ma avete già capito che si tratta del motto sportivo, ormai di dominio pubblico, in auge tra i giocatori americani di football nel periodo dei play-off e usato soprattutto per indicare la durissima selezione che affrontano per poter arrivare a giocare in prima squadra, la cui traduzione letterale suona così: ”quando andare avanti si fa duro, i duri cominciano ad andare avanti”. Capisco i ”decanterini” e i loro tre punti in meno dai famosi 100/100 (sì, gliene hanno dati soltanto 97, ma tutti interamente meritati), forse perché hanno avuto qualche dubbio sulla resistenza del vino nella proverbiale sfida contro il tempo, visto che il Brunello è abituato a superare 20 anni senza batter ciglio, ma per chi sa valutare cosa significa ottenere un risultato eccellente in un’annata come il 2014, quanto hanno lavorato duramente, con intelligenza lavorativa e amore per la terra, l’uva e i consumatori… cinque chiocciole su cinque gliele assegno senza pensarci due volte. A questo sorprendente gran vino, in cui si sente la carezza femminile, un convinto chapeau bas!
Proviene da cloni di sangiovese grosso piantati a cordone speronato con densità di 5.000 ceppi per ettaro su suoli di origine galestrosa con alternanze tufacee. Le uve sono vendemmiate normalmente a partire dall’ultima decade di settembre, quindi vengono selezionate e diraspate. La fermentazione alcolica si svolge in acciaio inox per circa 10 giorni a una temperatura dai 24 ai 27 °C, al termine della quale la macerazione sulle bucce si protrae per altri 10-15 giorni. La malolattica avviene spontaneamente in botti di rovere della capacità di 58 ettolitri dove ha luogo la maturazione per i successivi 3 anni. Durante questo periodo si effettuano travasi ogni 6 mesi. Terminata la maturazione e dopo un breve periodo di decantazione in acciaio, il vino è imbottigliato per un ulteriore affinamento di 6 mesi prima della vendita. Alcool: 14%. Non è potente, ma è molto morbido, rotondo.
Ha un colore rosso rubino luminoso con riflessi porpora. All’attacco è morbido come un bacio. Il bouquet è fresco e fruttato con aromi di ciliegio selvatico, prugnolo e toni leggermente speziati. In bocca è vellutato, in un’elegante veste di seta, infonde una bella sensazione di calore, conferma i sapori fruttati ed è particolarmente armonico e fine nei tannini. Il finale lascia la bocca pulita e profumata molto a lungo. Poi fa capolino un’acidità che promette bene, una longevità ancora incognita, ma c’è materia per esperti.

cipressi a Sant'Antimo

Brunello di Montalcino DOCG 2013
Viene da cloni di sangiovese grosso piantati a cordone speronato con densità di 5.000 ceppi per ettaro su suoli di origine galestrosa con alternanze tufacee. Le uve sono vendemmiate normalmente a partire dall’ultima decade di settembre, quindi vengono selezionate e diraspate. La fermentazione alcolica si svolge in acciaio inox per circa 10 giorni a una temperatura dai 24 ai 27 °C, al termine della quale la macerazione sulle bucce si protrae per altri 10-15 giorni. La malolattica avviene spontaneamente in botti di rovere della capacità di 58 ettolitri dove ha luogo la maturazione per i successivi 3 anni. Durante questo periodo si effettuano travasi ogni 6 mesi. Terminata la maturazione e dopo un breve periodo di decantazione in acciaio, il vino è imbottigliato per un ulteriore affinamento di 6 mesi prima della vendita. Alcool 14,5%. A conferma di quanto mi aspettavo, l’annata 2013 è una delle migliori in assoluto anche qui. Per questo Brunello dallo stile classico, storico, inconfondibile mi mangerei le dita per averlo bevuto troppo giovane, perché questo vino già straordinario migliorerà ancora per almeno 20 anni e forse anche di più, quando io sarò già al calduccio all’inferno. Cercate di trovare qualcuno che possa portarmene una bottiglia, magari anche due (la tangente che si prenderà il diavolo).
Il suo colore è rosso rubino luminoso con riflessi granati. Il suo bouquet è ampio, arioso e si apre con aromi maturi di ribes, corniolo, ciliegia nera e sottobosco estivo di leccio fra note speziate. Al palato è asciutto, fine, con una grazia avvolgente, grazie a tannini sostanziosi, ma puliti e ben levigati. Conferma gli aromi che riscaldano la bocca con vivacità, aggiungendo anche la carruba e il tartufo nero. Il finale aggiunge alla sensualità del tannino uno speziato bianco che lascia un buon sapore, molto persistente.

Mario Crosta

Molino di Sant’Antimo
Località Podernuovo dei Campi 29 – 53024 Castelnuovo dell’Abate, Montalcino (SI)
tel. 0577.847026, fax 0577.1818111
coord. GPS di uffici e cantina: lat. 42.992434 N. long. 11.541112 E
coord. GPS dell’agriturismo: lat. 42.996361 N, long. 11.512492 E
sito www.molinosantantimo.com
e-mail info@molinosantantimo.com

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it, nonché per alcuni blog. Un fico d'India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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