Un paio di riflessioni per il Consorzio del Brunello di Montalcino

Come avevo scritto in calce all’articolo Quando bere un brunello di Montalcino?, sul sito del Consorzio si trovano le tabelle di valutazione delle vendemmie fatte già nel febbraio successivo alla raccolta delle uve. Personalmente le ritengo valide soltanto molto in generale e comunque esclusivamente in relazione alla qualità delle uve raccolte e non a quella dei vini, che richiedono tempi di valutazione molto più lunghi, dopo la maturazione in botte e spesso anche dopo un minimo di affinamento in bottiglia. Sono troppe le variabili tra una zona e l’altra, tra una vigna e l’altra, tra un produttore e l’altro, per dire che un certo numero di stelle dato alle uve vale allo stesso modo per tutti quanti, per tutto l’immenso e variegato territorio e anche per i vini.
Si può dunque generalizzare soltanto fino a un certo punto. Nel 2017, per esempio, da qualcuno erano già finite le fermentazioni dei mosti mentre qualcun altro doveva ancora iniziare a vendemmiare e si è sentito (eccome!) il divario di un mese o anche di più nella raccolta delle uve, dovuto alla differenza di durata dei periodi vegetativi effettivamente riscontrati perfino in vitigni uguali, ma piantati in terreni con altitudini, esposizioni al sole e suoli differenti. In piena estate, infatti, c’è stata grande diversità di temperatura massima all’ombra dei terreni vitati tra quelli situati più in alto e quelli più in basso. Ricordo perfino 4 °C e per molti giorni di seguito.

La vendemmia 2018, invece, dopo che tutti i produttori si erano preoccupati in primavera e fino alla fine di agosto per un andamento stagionale completamente opposto, con umidità mattutina, temporali, tuoni e fulmini che pareva l’ira di Dio… ha recuperato il grosso ritardo di maturazione che si paventava rispetto allo scorso anno e il ritardo delle vendemmie è stato solo di una decina di giorni in media. Ma la differenza di maturazione delle uve tra la collina alta e quella bassa non è mai stata così grande, direi mai vista, costringendo perfino a soste impreviste tra una raccolta e l’altra anche nelle grandi vigne più erte, oltre alle vendemmie a tappe fra un’ora di pioggia pomeridiana e due giorni di fermo per lasciare asciugare le uve. Ciolfi ha vendemmiato a inizio ottobre. Si può sperare che sia un’annata buona, forse ottima, per la qualità delle uve che fino ad agosto erano davvero in ottima salute. Colori e profumi buoni, mosto molto sapido. Non si potrà forse parlare di quantità eccelse, ma le dimensioni dei grappoli del 2018 sono più consistenti del 2017 e ci aspettiamo vini molto piacevoli e profumati, con un’acidità adatta a durare molti decenni. Con queste stagioni pazze chi può profetizzare che cosa avverrà? Ma per giudicare l’annata bisognerà attendere l’evoluzione dei vini provenienti dalle diverse macroaree del territorio per mesi, forse anche anni.
Le colline di Montalcino sono di origine vulcanica e hanno avuto un’intensa attività tettonica, perciò i suoli sono molto variabili e mescolati tra di loro. Qui è facile trovare un ettaro intero in cui sono presenti anche tre o quattro tipi di suolo diversi e lo si vede bene osservando i colori delle vigne da lontano, che non sono quasi mai uniformi in tutte le loro parcelle. A seconda dell’altezza, il galestro prevale nell’alta collina, quella parte del territorio che fino al pliocene era un’isola in un mare tropicale poco profondo. Nella fascia compresa fra i cento e i trecento metri d’altezza, invece, c’è una prevalenza di sabbia, appunto quella delle spiagge dell’antico mare, mentre più in basso si trovano le argille, che un tempo ne costituivano il fondo. Tutto è stato rimescolato, però, da intensi movimenti tettonici e ora non è raro percorrere tortuose stradine su crinali di strati contorti e quasi attorcigliati, come fra i poggi, le forre e le frane intorno al torrente Asso dal Castello di Velona a Castelnuovo dell’Abate o nelle forre impenetrabili del Nacciarello. Questi terreni così differenti e dal clima estremamente asciutto, salubre e molto ventilato contribuiscono in modo importante e differente alla qualità del sangiovese che nell’esteso territorio di Montalcino ha trovato il suo territorio d’elezione.

Un ottimo lavoro di ricerca di Kerin O’Keefe per la rivista Decanter ha suddiviso grossomodo i suoli di Montalcino in cinque zone. Il Nord-Est (da Badia Ardenga per Caparzo fino all’Asso), in cui prevalgono le marne argillose di origine pliocenica con terreni galestro-argillosi alternati a masse di alberese. Il massiccio su cui sorge il borgo (Montosoli, Osservanza, La Croce, Ragnaie), in cui l’argilla lascia posto gradualmente a sistemi calcarei e al galestro. L’Ovest (Camigliano, Nacciarello, La Villa), con le sue grandissime estensioni di boschi e forre in cui calcare, scisto di galestro e alberese si alternano a zone di argilla o di detriti alluvionali. Il Sud orientato verso il mare e la Maremma (Poggio alle Mura, Argiano) è il più caldo di tutto il territorio di Montalcino ed è dominato dai terreni galestrosi. L’Est in direzione del Monte Amiata (Podernovi, Sant’Antimo) ha una prevalenza di composti dallo sbriciolamento di rocce arenarie e galestro e una certa presenza di tufo di origine vulcanica.
Ma non si sono soltanto la composizione dei suoli, la conformazione dei terreni, il drenaggio e l’altitudine, cioè l’insieme delle caratteristiche pedologiche, a creare notevoli differenze.
Ci sono anche i sistemi di coltivazione e potatura che influiscono sulla qualità dell’uva e sulla resa dell’uva in vino, che non sono uguali poiché si trovano a cordone libero, a cordone speronato, a cortina semplice, a cortina doppia, a guyot semplice, a guyot doppio e c’è anche un ettaro a… bonsai. Anche le densità di piante coltivate per ettaro e le distanze fra i ceppi e fra i filari dell’impianto differiscono da vigna a vigna e a volte anche nella stessa vigna quando si scopre che giace su suoli differenti. Perfino la scelta dei vari cloni (fra le decine di ammessi) e della loro forma di allevamento è di fondamentale importanza perché influenza le successive scelte gestionali di uso dei diversi tipi di rovere, delle dimensioni delle botti, dei periodi di maturazione in legno e di affinamento in vetro, nonché degli assemblaggi.

Per non parlare degli innumerevoli poggi e colline che contraddistinguono un paesaggio molto variegato con vigne disposte a macchia di leopardo dai filari orientati a esposizioni diverse: a sud, a ovest o a sud-ovest, a est o a sud-est, ma qua e là ce ne sono alcune esposte anche a nord, a nord-ovest o a nord-est, specialmente in cima ai poggi. Non solamente verso i tre orientamenti meridionali, dove godrebbero della maggior presa di luce, come si tende invece a fare un po’ dovunque in settentrione. Le tenute storiche e quelle maggiori che possono permetterselo, con le loro vigne sparse qua e là fra boschi anche lontani, godono perciò della facoltà di poter mischiare le uve di vigne più calde con quelle di vigne più fresche. Oppure raccolgono nello stesso carrello i grappoli delle parti di vigna più in alto (che ricevono più calore) insieme con quelli delle parti più in basso (che ne ricevono di meno) e li consegnano in fretta alla cantina per evitare che avvengano ossidazioni già in campo dovute a rotture delle bucce in cassetta.
Il Brunello tradizionale è stato fatto perciò quasi sempre con le uve di tutte le parcelle che sono a disposizione del vignaiolo, ottenendo in questo modo un vino più pieno e molto più armonico, perché i difetti di una vigna sono equilibrati dai pregi di un’altra, vinificando insieme i grappoli o assemblando insieme i mosti provenienti dai ceppi di vigne diverse.

Qui non ha senso parlare di “cru“, perché quelli che intendiamo per tali “camminano” per davvero e non soltanto a causa dell’andamento delle varie annate, quando il microclima ideale in quelle calde sale e in quelle fresche scende. Una vigna che può dare risultati eccezionali per decenni con una certa prevalenza di microclima più stabile non li dà più quando cambia davvero il clima generale, mentre un’altra che non li dava prima può cominciare a darli. Praticamente un ricambio naturale, che ultimamente si nota di più perché ci troviamo in un periodo di interruzione della Piccola Era Glaciale iniziata nel Medioevo.
Per tutte queste ragioni penso che il Consorzio debba rivedere la comunicazione delle valutazioni che si fanno annualmente durante Benvenuto Brunello perché queste rischiano di non costituire più un orientamento autorevole per i consumatori e quindi finiscono per perdere credibilità, anche perché sono soltanto giudizi sulle “vendemmie” (come risulta dai titoli dei comunicati nella pagina delle news), ma poi i lettori vengono fuorviati dalla pagina dal titolo “valutazione delle annate” che si riferisce soltanto ai vini e mette le stelle di valutazione delle vendemmie a fianco delle piastrelle celebrative delle annate, generando confusione. Ho bevuto vini del 2013 che non erano di livello eccezionale come avrebbero promesso le 5 stelle alla vendemmia e vini del 2014 che erano invece di ottimo livello sebbene da una vendemmia a 3 stelle, ma anche vini del 2011 che in certe aree sono stati giudicati stupendi sebbene provenissero da una vendemmia a 4 quattro stelle e in altre aree invece erano così deboli che non avrebbero giustificato nemmeno 2 stelle alle uve della loro vendemmia! Si dovrebbero perciò radunare gli esperti per stabilire nuovi criteri più consoni a dare ai consumatori delle indicazioni più valide per gli acquisti delle bottiglie dei vini, che non sono certamente da confondere con gli acquisti delle uve, cominciando perlomeno da una valutazione differenziata per le cinque grandi aree pedoclimatiche, se questo dovesse bastare, anche se comprendo benissimo, però, che questa è una strada molto accidentata.

Ogni produttore di Brunello di Montalcino può infatti imbottigliarlo perfino acquistandolo in toto o in parte da altri e da ben altre zone del territorio comunale rispetto alla località delle proprie vigne o della propria cantina, mettendoci però una propria etichetta. E questo è consentito dalla legge, che prevede la dicitura “imbottigliato da” per questi vini, scritta in piccolo sulle etichette, invece di “prodotto e imbottigliato da” oppure “imbottigliato all’origine da” per quelli esclusivamente di propria produzione in vigna e in cantina. Almeno per i soci del Consorzio, che è volontario, si deve premiare il coraggio della trasparenza con un segno ulteriore di distinzione ben evidenziato, un codice di comportamento esclusivo per impedire a quei clienti che non usano lenti d’ingrandimento di fare confusione tra un vino prodotto in proprio da un altro che è soltanto commercializzato. L’eccellenza del nome lo protende.
Ma già che ci sono, chiederei al Consorzio di ingaggiarsi con il Parco anche per rilanciare ciò che fa dei microclimi di Montalcino l’elemento essenziale per la vera differenziazione qualitativa del sangiovese coltivato qui rispetto a quello coltivato in tutte le altre zone d’Italia: il bosco. Secondo Ilio Raffaelli, l’ultimo dei carbonai ilcinesi, partigiano e sindaco di Montalcino dal 1960 al 1980 (memoria storica della città con il suo archivio e i suoi numerosi scritti), l’aria fresca del bosco è sempre stata indispensabile per il successo del Brunello di Montalcino, perché le vigne qui respirano molto, infatti a ogni ettaro di vigna corrispondono circa 4 ettari di bosco. Nel suo testo più recente, scritto a ben 92 anni con la stessa lucidità impressionante che ha sempre dimostrato, si trovano tutti gli elementi per riprendere in mano anche questa battaglia per l’affermazione dell’unicità del Brunello di Montalcino, che è un passo in più della tipicità, perché ogni vino italiano ne avrebbe una propria, ma solo a Montalcino si verifica la simbiosi tra bosco e sangiovese che tutti gli intenditori di quest’uva mi hanno fatto rilevare nelle visite al Museo del Brunello e che non è certo da sottovalutare.
Il sangiovese è molto diffuso nell’Italia centrale, ma a Montalcino è il terroir che predomina sul vitigno ed è il terroir a caratterizzarne il vino. Se si prelevasse un clone di sangiovese là dove se ne allevano i migliori, per esempio in Romagna (poniamo nel vivaio di Faenza) e poi lo si piantasse a Montalcino, nel giro di due anni, massimo tre, la pianta muterebbe radicalmente, adattandosi ai suoli vulcanici e al microclima della nuova culla ai piedi del monte Amiata, dove sviluppa caratteristiche uniche e irripetibili altrove, dando grappoli solo in parte simili a quelli del clone originale. Ormai sarà diventato diverso e se lo si ripiantasse nel suo terreno d’origine non tornerebbe comunque mai come quello iniziale. Montalcino è quindi un territorio unico e irripetibile nel panorama enologico del sangiovese e non ha ancora finito di stupire, perché il bosco non ha ancora espresso tutto il potenziale che possiede. Come si vede dalla mappa in cui le vigne sono in rosso e il bosco in verde, dal 1820 a oggi la viticoltura si è sviluppata rifugiandosi sempre di più fra i boschi d’altura, che godono di una notevole ventilazione che diminuisce l’umidità e favorisce salutari escursioni termiche tra notte e giorno. Un vantaggio indiscutibile, oggi, se si considera che da circa una trentina d’anni il clima si è modificato in modo imprevedibile, la calura estiva è diventata “africana” e ha accorciato la stagione vegetativa, portando le uve a maturare più velocemente. Si deve agire quindi per realizzare tanti piccoli bacini di acqua che nelle vigne mancano.
Attualmente, però, i 12.000 ettari di bosco sui 24.000 dell’intero territorio comunale sono una ricchezza che non viene più curata come in passato, con un danno anche per la mancata occupazione di ulteriore manodopera nella cura della macchia. L’abbandono alla natura ha solo moltiplicato gli ungulati e i cinghiali che danneggiano le vigne ormai in modo ormai insopportabile. Il bosco va gestito, va lavorato. Il taglio della macchia dovrebbe avvenire ogni 15 anni, al massimo 20 (caratteristica della macchia mediterranea è la ricrescita spontanea dopo il taglio). Se questo non avviene, si creano dei problemi per la difesa del territorio e per lo stesso paesaggio. La macchia può e deve ritrovare il suo utilizzo al passo con i tempi. Ne guadagnerà anche il vino.
Mario Crosta
(le foto contenute nel testo sono estratte dai tabelloni esposti al Museo della Comunità di Montalcino e del Brunello)




