Il meridione più assolato di Montalcino: Camigliano

Per un interista fin dal 1962 come me, già il cognome Ghezzi da solo significa campioni d’Europa e del Mondo, ma non pensavo che a sudovest di Montalcino, in una regione comodamente distesa sul terreno meno tormentato di tutto il territorio comunale e dall’orizzonte più largo, si potesse trovare un gioiellino così, e non parlo soltanto del vino. Camigliano è un piccolo borgo con le case in pietra che circondano una bella villa padronale situata là dove sorgeva l’antico castello, edificata nel ”borgone” all’interno della porta di accesso dell’antico ”castello”, sfruttando la volumetria delle antiche mura che circondavano l’abitato.
Ci sono due piazze, collegate da un arco a mattoni che una volta doveva essere una delle porte. Nella piazza inferiore c’è un bel pozzo, in quella superiore l’interessante pieve dei santi Biagio e Donato che potrebbe risalire almeno al 948. Il 12 luglio 1212 il console del castello, Ildebrandino di Ardimanno, giurò fedeltà alla Repubblica Senese. Nel 1249 sono ricordati come signori di Camigliano i conti Ardengheschi di Civitella Marittima. Nel 1278 un documento rileva ben 150 focolari all’interno del loro castello. Nel 1333, Camigliano e il suo castello furono attaccati e incendiati dalle truppe pisane capitanate da Ciupo degli Scolari. Nel 1462, la pieve di Camigliano, insieme con quelle di Argiano, Cinigiano, Poggio alle Mura e Porrona, furono spostate dalla diocesi di Grosseto a quella di Montalcino e da allora Camigliano ha cominciato a sopravvivere in una sonnolenta vita di provincia, contraendosi lentamente fino all’attuale, quasi completo, spopolamento. Oggi è un minuscolo borgo che i pochi residenti superstiti animano per la “festa del galletto” e per il ballo estivo in piazza. Vale la visita, anche per le belle campagne da attraversare per arrivarci, immerse in una delle zone vitate più spettacolari della Toscana, con migliaia di filari fino a perdita d’occhio tra la strada provinciale 117 Maremmana e l’Ombrone.
Nei secoli, alcune delle famiglie di questo borgo (i Gallerani, i Bonsignori, i Camigli) si sono annesse dei veri latifondi, soppiantando i precedenti possedimenti laici ed ecclesiastici e soffocando la nascente affermazione della piccola proprietà contadina, tanto che Camigliano si era spopolato e oggi è abitato soltanto da poco più di una trentina di persone con una chiesetta e un’osteria. Come tutto il comune di Montalcino, del resto, che nel secondo dopoguerra diventò in breve tempo uno dei comuni più poveri d’Italia, perdendo circa il 70% della popolazione. La prosperità agricola dell’inizio del secolo sembrava un lontano ricordo. La crisi era dovunque e i contadini fuggivano dalla campagna per andare a lavorare nelle industrie. Si vedevano solo strade sterrate, poderi diroccati, pochi carri trainati da buoi e un desolante abbandono. Un tracollo. Soltanto alcuni produttori, fra i quali i Colombini e i Biondi Santi, imbottigliavano il Brunello, molte aziende erano sparite e con loro tutti i documenti e le memorie.

L’azienda agricola Camigliano s.r.l. si è costituita nel 1957, quando il primo di tutti gli imprenditori forestieri che sarebbero approdati da queste parti, il milanese Walter Ghezzi, con il suo innato fiuto per gli affari e un sogno di aperta campagna, arrivò con la moglie Elena e la sua Alfa Romeo Giulietta Sprint blu ad acquistare la storica villa e parte del borgo. La tenuta era immensa, un migliaio di ettari a disposizione erano proprio tanti in quel periodo di miseria incalzante, con stalle, campi coltivati, olivi, viti, l’officina, la falegnameria. La prima annata prodotta con l’etichetta del Brunello di Montalcino è stata il 1965, un anno prima del riconoscimento della DOC e due anni prima della nascita del Consorzio. Attualmente, la proprietà si estende fra i 300 e i 350 metri di altitudine su circa 550 ettari, di cui 220 a bosco, 180 a semina, 40 a oliveto e 94 vitati con sangiovese, merlot, cabernet sauvignon e syrah. Negli ultimi anni, grazie all’intervento del figlio Gualtiero, ha subito una radicale trasformazione a partire dalla messa a regime di 50 ettari di nuovi vigneti fino all’applicazione per diversi anni dei metodi della coltivazione biologica, certificati nel 2017 dopo oltre tre lunghi anni di conversione.
L’inerbimento e l’intensificazione dell’utilizzo del “sovescio”, cioè la semina delle leguminose fra un filare sì e uno no ad anni alterni per apportare sostanze organiche, hanno eliminato l’erosione e la costipazione del terreno, hanno ridotto l’eccesso di vigore vegetativo, hanno migliorato la maturazione polifenolica delle uve e hanno anticipato un po’ le vendemmie. Per sfalciare il sovescio si usano appositi scalzatori che puliscono solo l’interspazio tra le viti, preservando le piante e gli apparati radicali. Niente diserbanti né prodotti della chimica di sintesi. Per prevenire le malattie che possono colpire le viti viene utilizzata una miscela di zolfo e rame. Il diradamento dei grappoli ne lascia uno solo per tralcio, fino a un massimo di 1 kg per pianta con la vendemmia verde nel periodo dell’invaiatura. Grandi risultati si ottengono solo con un’applicazione moderna e scientifica, un’attenta analisi dei terreni e delle selezioni clonali delle uve con la consulenza di tecnici agronomici provenienti da varie università italiane, la scrupolosa cura dei vigneti attraverso frequenti analisi dei terreni, la gestione professionale delle potature, sia a secco che a verde, la selezione dei grappoli in base all’esposizione e alla natura dei terreni. Un’altra chicca: il riscaldamento invernale della cantina viene effettuato solo con l’uso delle biomasse derivate dagli scarti della lavorazione in vigna.
La storia della tenuta, come ogni altra cosa in questo paese, è antica e risale al Medioevo, come la vecchia cantina con travi a vista e pareti in pietra che è dell’epoca in cui i primi membri della famiglia Camigli decisero di stabilirsi qui oltre 5 secoli fa. La nuova cantina di 3.500 metri quadri è stata invece costruita alcuni anni fa e ha dei locali enormi, perché Camigliano non è solo una delle più antiche aziende vinicole del territorio, ma è anche uno dei più grandi produttori di vino a Montalcino, dove il vino si lavora a caduta, per ridurre i travasi a pompa e stressarlo di meno. Il livello superiore è rasoterra e contiene i tini termocondizionati in acciaio inox da 97 a 122 ettolitri e il secondo, più in basso e interrato, contiene le grandi botti di rovere da 20 a 60 ettolitri, le più piccole in rovere francese e le più grandi in rovere di Slavonia. Le barriques in rovere francese a Camigliano sono utilizzate soltanto per Cabernet e Merlot e non sono tostate. La vecchia cantina, la più antica del territorio, ospita sorprendentemente sia una cucina ultramoderna sia una collezione privata di bottiglie delle migliori annate di Brunello di Montalcino, tutte ben ricoperte maestosamente dalla polvere e dalle ragnatele.
Dal 2003 il direttore della cantina è il pisano Sergio Cantini, laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie a Indirizzo Ambientale presso l’Università di Pisa, dopo il ciclo completo di studi compiuti tra il 1995 e il 2001. Con Gualtiero in azienda sono impegnate anche la moglie Laura Censi e le figlie Silvia e Isabella. A seconda delle annate, la media delle bottiglie prodotte oscilla da 320.000 a 340.000, il 90% delle quali per l’esportazione.

La gamma in offerta comprende due bianchi e sette rossi, più due grappe e l’olio evo. Mi è piaciuto molto il Brunello di Montalcino Riserva Gualto 2010, diverso dai vini delle altre zone che ho battuto tutti i mercoledì per un anno e mezzo. Nei vini di queste alture più dolci del territorio a sud ovest di Montalcino che scendono verso l’Orcia si avverte la differenza con quelli delle altre zone a causa delle diversità pedoclimatiche. I suoli sono ricchi di tufo e galestro in conglomerati di argille sabbiose con brecce, marne, calcare che nelle altre quattro parti del territorio comunale non sono diffusi abbondantemente come qui, anzi se ne trovano solo a macchie di leopardo. Il clima, poi, è senz’altro quello più caldo di tutta Montalcino. Mi diceva un’amica di Buonconvento, che lavora part-time su a Podernovi e per l’altra metà giù da queste parti, che nel luglio e nell’agosto 2017, qui c’erano in media 3-4 °C in più e un’umidità maggiore. Due condizioni peculiari di questo terroir che vale la pena di sottolineare per apprezzare nel modo giusto la biodiversità evidente nei vini di Camigliano rispetto agli altri.
Il Brunello di Montalcino Riserva Gualto 2010 è il risultato di una selezione accurata dei grappoli migliori di sangiovese raccolti durante le prime due settimane di ottobre nei tre vigneti aziendali più pregiati, coltivati a cordone speronato con densità d’impianto di circa 5.000 piante per ettaro. Pigiatura soffice, fermentazione in acciaio inox a temperatura controllata da 28 a 30 °C, macerazione da 21 a 25 giorni e malolattica sempre in acciaio inox. Rimontaggi moderati. Il vino è maturato poi per 36 mesi in botti di rovere francese da 20 ettolitri e si è affinato ancora in bottiglia per almeno 2 anni. Tenore alcolico 14%, acidità totale 5 g/l, acidità volatile 0,45 g/l, pH 3,5 ed estratto secco netto 29,30 g/l.
È una Riserva dal colore rosso rubino molto intenso. Il bouquet è ampio e complesso. Gli aromi sono aperti da note di eucalipto, erbe aromatiche e spezie che lasciano sprigionare ribes rosso, amarena e tamarindo. Al palato è armonioso, gustoso, mostra una prorompente acidità che esalta il fruttato e una brillante sapidità, bilanciate dai tannini ben levigati che sostengono una struttura importante. Il finale è lungo e di una raffinatezza straordinaria. Un vino eccellente, di razza, con un potenziale ancora inesplorato di ulteriore affinamento con l’invecchiamento. Secondo il mio modesto parere, sarebbe meglio portare pazienza e stappare la bottiglia fra un paio di lustri ancora, sempreché venga correttamente conservata in orizzontale in cantine fredde, umide, buie e tranquille, esenti da odori penetranti.
Mi ricorda molto i migliori Brunello di Montalcino fatti prima della modifica del disciplinare DOCG, introdotta dal decreto ministeriale 19/5/1998, che tolse un anno al periodo obbligatorio di maturazione in legno. Ho scritto i migliori, non a caso, perché dal 1975 al 1997 il numero degli imbottigliatori si era mostruosamente moltiplicato da 25 a 150 e già a partire dal 1992 (qui vi consiglierei di ”toccare ferro”!) alle annuali degustazioni di Benvenuto Brunello cominciavano a comparire troppi vini mediocri, stracotti per estrazioni eccessive, con aromi un po’ stanchi dovuti a eccessi o errori di maturazione in legno commessi per lo più all’inizio dell’attività da 220 nuovi produttori spuntati come funghi, ma senza le necessarie esperienze come vinificatori, eppure convinti chissà da chi di poter fare miracoli con le barriques ipertostate.
Per esprimere ampiamente tutte le sfumature fino in profondità, il Brunello di Montalcino Riserva Gualto 2010 andrebbe aperto in anticipo invece che decantato in caraffa, un’ora per ogni anno successivo alla vendemmia. Consiglio di servirlo a 18 °C in calici molto grandi, non a temperatura ambiente, che oggi nelle case e in qualche punto vendita colpevolmente poco attrezzato è più alta e riesce anche a inacidire il sapore. Lo sconsiglio soltanto con poche pietanze come il pesce, i dolci cremosi e quelli alle confetture, le frittate, la finocchiona, i latticini e gli asparagi, perché è un vino che invece suggerirei praticamente con tutto il resto, dal pane e salame fino alle carni della cucina espressa, dalle saporite pietanze casalinghe fino a quelle delle ricette più elaborate, dalla cacciagione fino ai formaggi stagionati. Godetevelo con le persone che amate di più anche con un grissino, se non c’è altro, che vi scalderà comunque il cuore, mettendovi in pace con il mondo.
Camigliano Srl
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