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La garganega secondo Brunelli: Pa’ Riondo e Carianum 2012 a confronto

Pa' Riondo e Carianum 2012 - BrunelliSchietta, vivace, bevibile, mandorlata e minerale: è la garganega di Brunelli, coniugata nelle versioni “andante” del Pa’ Riondo, e “con brio” del Carianum, bianco secco di punta aziendale.
Veste gialla vivace per ambo le versioni, più paglierina nel Pa’ Riondo, più carica nel Carianum, in entrambe caratterizzata da riflessi verdolini.
Fiori di sambuco e acacia nel primo vino; più maturi di acacia e gelsomino nel secondo.
Tendenza sauvignon nel Pa’ Riondo, foglia di pomodoro, salvia e lieve frutto della passione; intriganti nuances moscate, di rosa tea, nel Carianum.
Mandorla netta, franca, in entrambi. Nel primo più amaricante, d’albicocca, nel secondo più matura, che si fa dolce e nocciolata con l’ossigenazione, accompagnata da frutto in quantità, da uva quasi masticabile, da sentori agrumati.
Più agile il Pa’ Riondo; più strutturato, complesso, il Carianum. Sapidi, decisamente minerali, entrambi.
Finale coerente e fine. Dulcamaro per il Pa’ Riondo, di nettare d’acacia e mandorla; fruttato, mandorlato e nocciolato per il secondo, che rasenta l’eccellenza.
Ostriche, antipasti di mare e risotti marinari col primo; secondi di pesce, crostacei e, da non mancare, ottimo salmone scozzese affumicato con il Carianum.
Dieci-dodici gradi centigradi la temperatura di servizio per entrambi; calice medio-piccolo per il Pa’ Riondo, anche ballon per il Carianum, lo merita.
Valutazione: @@@@ per entrambi. Raggiunte appena dal Pa’ Riondo (86/100), tendenti a cinque per il Carianum (89/100), raggiungibili senz’altro negli anni a venire, con la maturazione in bottiglia, che lui non teme.

Maurizio Taglioni

Sociologo e giornalista enogastronomico, è direttore responsabile di laVINIum - rivista di vino e cultura online e collabora con diverse testate del settore. Ha curato la redazione dell’autobiografia Vitae di un vignarolo di Antonio Cugini (2007), ha scritto il saggio “Dall’uva al vino: la cultura enologica ai Castelli Romani” in Una borgata che è tutta un’osteria a cura di Simona Soprano (2012), e ha pubblicato la ricerca socio-economica «Portaci un altro litro» - Perché Roma non beve il vino dei Castelli (2013). Collaboratore scientifico del Museo diffuso del Vino di Monte Porzio Catone, porta avanti dal 2009 la ricerca qualitativa volta alla raccolta e documentazione delle storie di vita degli anziani vignaioli dei Castelli Romani, confluita nell’allestimento museale multimediale Travaso di cultura e nell’installazione artistica itinerante Vite a Rendere, per la riscoperta e il recupero delle tradizioni vitivinicole dei Castelli Romani.

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