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Brunello di Montalcino 2002: pregi e difetti di un’annata difficile


L'abbazia di Sant'AntimoNessuno ha nascosto che la 2002 era un’annata piccola. Infatti, il Consorzio del Vino Brunello di Montalcino gli aveva assegnato 2 stelle (discreta) su 5, e la produzione è stata decisamente inferiore rispetto alla media: circa 3 milioni di bottiglie su uno standard di quasi 6 milioni. Tre milioni che sono ancora da verificare, visto che al momento della manifestazione Benvenuto Brunello, svoltasi nella Fortezza di Montalcino il 23 e 24 febbraio 2007, non tutti i vini erano stati imbottigliati ed etichettati come Brunello 2002. Premesso questo, il millesimo è stato difficile in tutta Italia, ad eccezione di pochissime zone delimitate, fra cui spicca la Valtellina. Era quindi prevedibile un approccio della collettività di giornalisti e assaggiatori quantomeno disincantato. Vorrei aggiungere anche una considerazione sulla situazione vitivinicola del territorio ilcinese: negli ultimi venti anni, il numero di produttori (e vigneti) è sensibilmente aumentato, tanto da arrivare a circa 210 imbottigliatori iscritti al Consorzio. Questo elemento non va sottovalutato nell’approccio ad un’annata tanto difficile e problematica come la 2002, perché laddove l’azienda dispone di grande esperienza e di un ampio numero di parcelle vitate con piante di età oltre i 10 anni, una forte selezione delle uve migliori e la rinuncia a produrre il singolo cru, possono aver fornito un buon elemento di recupero, per ottenere un prodotto qualitativamente valido e apprezzabile. Di contro, chi è entrato da poco in corsa nella produzione del Brunello e, magari, dispone di poche vigne molto giovani, può essere stato costretto a saltare l’annata o rinviare il lancio del primo Brunello di Montalcino. Due validi esempi sono stati Le Potazzine e Sanlorenzo. La prima azienda, di Giuseppe e Gigliola Gorelli, ha scelto di produrre il 2002, ricavandone poco più di 5.000 bottiglie (la metà della produzione abituale) da uve selezionate in modo certosino, dai filari migliori, ottenendo un prodotto assolutamente valido, davvero buono…e praticamente tutto venduto. Sanlorenzo, invece, azienda che sta ritrovando nuova linfa grazie alla passione di Luciano Ciolfi, ha preferito rimandare l’uscita del Brunello all’annata 2003 (fra l’altro molto interessante), sia perché le vigne erano troppo giovani, sia perché “uscire sul mercato con un’annata debole, già massacrata dai media, rischiava di produrre un poderoso autogol”. Così si sono succedute le annate di Rosso di Montalcino, che sta facendo in qualche modo da apripista; un vino con una sua personalità, di cui abbiamo presentato la versione 2004.

Per avere un’idea il più possibile completa, venerdì mattina ho deciso su due piedi che avrei rinunciato ad assaggiare i Rossi di Montalcino e mi sono buttato sui Brunello 2002, mentre per il sabato mi sono lasciato tutto lo spazio per le riserve. E’ stata una bella impresa perché i 2002 erano ben 109! D’altronde ero deciso a voler capire se era davvero un’annata senza chances o era opportuno fare dei distinguo. Le mie impressioni non sono state poi così negative, il punto è solo se e quanti produttori hanno avuto la correttezza di abbassare il prezzo, adeguandolo a ciò che realmente questi Brunelli sono in grado di offrire, chi più chi meno. Fra l’altro non sono poi così poche 3 milioni di bottiglie, anche se bisogna tenere presente che il 10% è appannaggio di Banfi (324.000 dichiarate), e un altro 30% è ripartibile fra Col d’Orcia (200.000), Cantina di Montalcino (194.000), Tenute Silvio Nardi (140.000), Barbi (120.000), Castelgiocondo (110.000) e Il Poggione (100.000), tutte aziende che hanno regolari contratti con la grande distribuzione e non possono permettersi neanche di decidere se non produrre una certa annata.

La degustazione, come era prevedibile, non ha fornito molti momenti d’entusiasmo, anche perché quando un’annata è debole come questa, il forte intervento in cantina non tarda a farsi notare, sia negli improbabili colori concentrati e violacei, sia nei profumi dolci di legno e nel gusto morbido e a tratti marmellatoso, senza di contro quella freschezza, quel nerbo che consentirebbero un maggiore equilibrio. Vini, quindi, in parte “tonificati”, che poco lasciano di quel nobile vitigno che è il sangiovese grosso di Montalcino. Le cose migliori sono venuto da coloro che si sono limitati ad interpretare l’annata per quello che poteva offrire, intervenendo soprattutto nella selezione delle uve, nella riduzione delle quantità, cercando di non rovinare ciò che di buono questa vendemmia ha fornito. Desidero segnalare i vini che a mio avviso hanno un buon indice di piacevolezza e misura, Brunello che si lasciano bere senza presunzioni, sicuramente più modesti rispetto ad annate più generose, ma quantomeno onesti, corretti, puliti e, in alcuni casi, davvero meritevoli: oltre al già citato Brunello di Le Potazzine, uno dei migliori assaggiati (si sente solo un leggero squilibrio alcolico ma ha una fruttosità fresca e vibrante che stimola fortemente alla beva), sono rimasto positivamente colpito dai vini delle aziende Il Paradiso di Manfredi (appena dolce al naso ma al palato mostra una forza tannica e una freschezza che lasciano immaginare un futuro promettente), La Pescaia (bouquet di buona complessità e bocca pulita ed equilibrata), La Velona (nasconde molto bene il passaggio nei caratelli, dimostrando un profilo per nulla banale e una buona persistenza), Franco Pacenti (colore granato molto realistico, naso interessante e di buona complessità, anche leggermente minerale, al palato è equilibrato, trova una buona misura tra frutto e tannino), Padelletti (sfumature di tabacco e prugna, bocca corrispondente con ottimo equilibrio fra frutto e tannino), Salicutti (forse il migliore, granato medio molto sangiovese; naso fine ed elegante, anche di buona complessità; al palato è appena turbato da una leggera amaritudine ma si beve molto bene e trova un ottimo bilanciamento fra freschezza e struttura), Sesti (bel granato classico; naso molto fine, prugna in confettura, liquirizia, in bocca ha già un buon equilibrio e misura, non manca di polpa, si beve con piacere), Pietroso (forse un po’ semplice ma il bouquet floreale e un frutto per nulla dolciastro ne fanno un esempio di piacevolezza), Tenuta San Giorgio (naso molto fine ed elegante, uno dei più avvincenti, è il suo punto di forza poiché all’assaggio non ha ancora trovato la giusta misura e fatica un po’ a distendersi, ma diamogli fiducia…), SanCarlo (granato pieno molto bello; naso di buona finezza, con toni di frutti di bosco in confettura e sotto spirito, liquirizia, tabacco; al palato è appena concentrato e amarognolo, poi si distende e in qualche modo produce una discreta piacevolezza), La Gerla (rubino con riflessi granati; naso floreale e fruttato, fine; al palato ha buona finezza ed eleganza, si beve con piacere), La Fornace (granato intenso; naso con note di prugna e cassis, liquirizia, una certa mineralità; in bocca trova una sua dimensione, non ha grande complessità ma è un bel bere), La Colombina (granato scuro; naso di frutti di bosco in confettura e sotto spirito, legno di liquirizia, chiodo di garofano; al palato presenta una certa struttura, tenuta di freschezza e una buona corrispondenza), Fossacolle (granato scuro con naso ancora legato al rovere, si coglie la prugna; in bocca è piacevole non di grande finezza ma è complessivamente gradevole), Ferro (granato medio; naso molto gradevole e pulito, frutti di bosco senza alcolicità che disturba; in bocca è un po’ magro, ma rispecchia perfettamente l’annata e non dispiace la trama espressiva), Fattoi (un esempio di linearità e buona interpretazione dell’annata, pulito e variegato il bouquet, bocca nitida e scorrevole, buona freschezza, finale stimolante), Cupano (stampo moderno, un po’ ruffiano, trova comunque una sua misura e non nasconde una certa personalità).

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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