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Premessa Abbiamo proposto a Maurizio Gily di collaborare alla nostra rivista sia per la forte stima e simpatia che abbiamo nei suoi confronti, sia perché la sua esperienza in diversi contesti del mondo del vino, agronomico, enologico, imprenditoriale, gli consente di avere un quadro della realtà ad ampio spettro. Ha conseguito la laurea in Scienze Agrarie nel 1983, un Master in Enologia presso l’Università Cattolica di Piacenza nel 1987, vanta esperienze lavorative in Australia e California, è stato socio imprenditore di una piccola azienda vitivinicola e agrituristica del Monferrato Casalese. Dal 1991 coordinatore dell’assistenza tecnica dell’associazione di produttori Viticoltori Piemonte, con sede in Asti. Nel 1996 con la nascita della “Vignaioli Piemontesi” dalla fusione tra Viticoltori Piemonte e Piemonte Asprovit, conserva la responsabilità del settore tecnico e diventa vicedirettore dell’organizzazione. L’associazione conta circa mille aziende associate tra cui 54 cantine sociali e rappresenta il 40% della produzione piemontese. In qualità di caposettore svolge un ruolo molteplice di assistenza tecnica viticola finalizzata alla riduzione dell’impatto ambientale, consulenza viticola gestionale, vivaismo viticolo e progettazione di nuovi impianti (progetto vigneto Piemonte), ricerca e sperimentazione in campo viticolo ed enologico (in particolare su programmi di caratterizzazione e zonazione e prova di nuovi vitigni), programmi di sviluppo aziendale, incluso il progetto di nuove imprese; si occupa anche di controllo qualità e sistemi di qualità ISO 9000, formazione del personale e divulgazione scientifica. Svolge tuttora, in qualità di libero professionista, consulenza presso aziende del settore vitivinicolo in Italia e all’estero, di enti e organizzazioni, e come giornalista di settore, essendo, in tale veste, direttore responsabile della rivista tecnica “MilleVigne” e collaboratore di Informatore Agrario, Slow Food, Corriere Vinicolo, Australian Viticulture (rivista tecnica australiana), Wein-Plus (portale tedesco) ed altre riviste. Ha inoltre svolto ruolo di docente presso l’Università di Milano e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Colorno, è co-autore di numerosi libri, tra cui “Guida ai Vitigni d’Italia” di Slow Food editore. Ha svolto numerosi incarichi nella Pubblica Amministrazione ed ha partecipato come degustatore alle commissioni giudicanti di numerosi concorsi vinicoli nazionali e internazionali. Accogliamo con piacere il suo primo intervento che ha come tema limiti e contraddizioni del Vinitaly, manifestazione di assoluto riferimento per il comparto vinicolo italiano.
Veronafiere non può continuare a chiedere alle aziende un canone di affitto per uno spazio espositivo pari al costo a metro quadro di una casa in Romania, e poi riversare nei padiglioni (e nelle strade, e nei parcheggi) una marea vociante di perditempo e sbevazzoni. Il limite di sopportazione delle aziende ad essere tosate come pecore, e nel contempo a dover reggere l’impatto dell’esercito della gozzoviglia, è stato raggiunto: sarà meglio che l’Ente Fiera ne prenda atto, se non vuole assistere ad un declino che altri fattori già concorrono a propiziare, checché ne dicano, puntualmente, i trionfalistici comunicati stampa aziendali. Tutti gli anni qualche cantina importante decide di lasciare: ma per ora non è stato difficile riempire le nuove lacune. Le aziende discutono non tanto sull’utilità di esserci in senso assoluto, ma sul rapporto costi/benefici. Il fatto è che in genere uno decide di non fare più Vinitaly se ha le idee chiare su cosa fare INVECE. Ma le idee sono rare, chi le ha non le regala, il nuovo e l’incognito sono fonte di ansia, mentre l’abitudine dà conforto. L’annuncio di un cambio di calendario per il 2012, con un giorno in meno e senza il sabato, è una nota positiva, ma insufficiente. Il passo mancante è quello di una decisione che finalmente separi i due target del pubblico, non necessariamente escludendo i consumatori e gli appassionati ma assegnando alla loro curiosità spazi diversi da quelli della fiera commerciale. Come fare concretamente spetta alla Fiera deciderlo, ma questa è la richiesta della grande maggioranza degli espositori, che le fonti ufficiali si guardano bene dal registrare: tanto la maggior parte degli organi di stampa, a loro volta, si limitano a rilanciare messaggi positivi e rassicuranti, perché costa meno fatica e perché tutti “teniamo famiglia”, e mettersi contro Vinitaly non giova. Si stenta tra l’altro a capire perché alcune regioni (Marche e Trentino, ad esempio) investano ingenti risorse per fare pubblicità radiofonica ai vini della regione invitando la gente a degustarli al Vinitaly (magari comprando biglietti ai bagarini a prezzi stracciati, nella totale assenza di controlli e repressione), anziché nella loro regione, come sarebbe più logico per una moltitudine di motivi. Ma d’altra parte questa è la prova di quale sia l’ibrida natura di questa fiera, che tanti navigatori del web, assai più dei giornalisti patentanti, segnalano sui social network e sui blog, parlando di fiera paesana, di ubriachezza molesta e pappagallismo, di questuanti in fila per un bicchiere di “rosso” o di “bianco”. Una semplice proposta ai produttori: l’anno prossimo disertate in massa la giornata di domenica (il sabato vi sarà risparmiato, lo userete per allestire lo stand), e passate una giornata al lago, in montagna, a Venezia o nella stessa Verona, città stupenda che molti di voi non hanno mai visto. Prendetevi una giornata di relax e cultura, invece di fare i camerieri per avventori non paganti: qualcuno anche serio e appassionato, per carità: ma, se ci tiene tanto, prenda un giorno di ferie e torni lunedì.
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