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Il vino nel bicchiereSimposi

Verticale di Barolo Riserva di Borgogno ovvero la cristallizzazione del tempo

Botti BorgognoÈ sempre vero che il nebbiolo, magari con quarantasei (46) anni alle spalle viri il colore verso sfumature nettamente mattonate? E che i profumi terziari la facciano da padrone? La tecnica di decantare, di togliere eventuali sedimenti, imbottigliare con un nuovo tappo le annate più vecchie, prima di immetterle sul mercato, può alterarne, a questo punto in meglio, diciamo ringiovanirne, il contenuto? La conservazione di una grande, vecchia annata di Barolo direttamente dal produttore, all’interno di un ambiente perfetto, senza mai muoversi, può donare lunga vita a bottiglie che altrimenti stoccate nelle nostre cantine, oppure in quelle di ristoranti ed enoteche, avrebbero vita più breve o quanto meno maggior evoluzione?
Questi ed altri dubbi, hanno piacevolmente fatto da contorno alle chiacchiere, agli sguardi, ad un certo punto quasi tra l’incredulo e lo sbalordito, di un gruppo di appassionati (* vedi nota) che un sabato mattina di fine giugno non hanno trovato miglior modo per trascorrere una splendida e calda giornata di sole se non andando presso un produttore di vino: di Barolo, che ha fatto la storia di questa denominazione: Giacomo Borgogno & Figli.

Dopo la rituale visita delle cantine, immerse nel tufo e la riemersione in superficie dopo aver testato un Barolo 2003 prelevato direttamente da un’enorme botte, Giorgio Boschis ci conduce in una saletta per aprire le danze: il programma prevede la degustazione di svariate annate di Barolo Riserva: 1961, 1978, 1982, 1985, 1989, 1996, non prima di aver preso confidenza con due bottiglie più recenti, 2000 e 2001, sempre di Barolo, ma non riserva e provenienti da uno dei tanti storici cru di Barolo, il Liste.
“Il colore rimane così a lungo perché il vino resta molto tempo sulle bucce durante la fermentazione: si parte subito sin dall’inizio con colori scarichi, che poi però si mantengono nel tempo” ci dice Giorgio Boschis. In realtà sembrerebbe che nel caso di queste bottiglie, possano rimanere in eterno! Il colore, che ognuno di questi Barolo ha mostrato, sembra quasi ibernato, senza tempo, desta la perplessità di chi necessariamente si aspetta tonalità più slegate da vini che hanno venti e più anni sulle spalle, ribalta i preconcetti o le verità che si sono sedimentate con un po’ di esperienza, anche se di nebbiolo si tratta, del quale, quando ben vinificato, si conoscono bene le proprietà di longevità e tenuta del colore, ma probabilmente mai abbastanza.

Camion della BorgognoSicché, prima di passare alle brevi note di degustazione dei sei campioni, omettiamo sin da ora la classica e didattica descrizione del colore dei Barolo, poiché quasi identica in tutti: granato con belle trasparenze tipicamente nebbiolesche e sfumature tendenti all’aranciato. Questo sia per il 1996 che per il 1961. Volendo, potremmo fare lo stesso ragionamento anche per la componente acido/tannica di tutti i vini: non che da un Barolo di razza ci aspettassimo suadenti morbidezze e dolcezze, ma neanche un’aggressività delle durezze dopo così tanti anni di distanza dalle vendemmie. Sono vini senza tempo, quasi bloccati in un’altra dimensione. Si percepisce chiaramente la diversità tra un millesimo e l’altro, la grande aderenza ed il rispetto per il vitigno di partenza. E’ stata un’esperienza spiazzante, probabilmente interessante proprio per questa sensazione di disorientamento che ha lasciato in ognuno dei partecipanti.
Inevitabile non pensare che riuscire a trovare queste stesse annate, ma conservate altrove, probabilmente in ambienti più “umani”, per “vedere l’effetto che fa” ci farebbe sicuramente urlare: “Vengo anch’io!”.

* 17/07/2007 “Colpevolmente non riportato al momento della pubblicazione, è doveroso ringraziare Renzo Besso, grazie al quale è stata possibile questa visita, con relativa degustazione, presso l’azienda Borgogno. Renzo è un grande conoscitore di nebbiolo, ma soprattutto delle terre, delle storie e degli uomini di Barolo in particolare. Conosciuto “virtualmente” su http://www.rexbibendi.com/forum/ e poi, finalmente, “realmente”, proprio il giorno della degustazione presso Borgogno”.

Barolo 74 BorgognoIl Barolo riserva di Borgogno non è un cru, o meglio, non si ottiene dalla esclusiva vinificazione di un singolo vigneto: le uve arrivano da diverse vigne, tutte poste nel comune di Barolo, quali Liste, Cannubi, Connubi Boschis, San Pietro delle Viole, Brunate.

Barolo Riserva 1996
Si legge che per il Barolo questa annata sia stata grandiosa, ma soprattutto tipicamente langarola, per la durezza dei tannini e la grande acidità di partenza e quindi longeva, forse una delle più longeve che si ricordi. Da aspettare e con pazienza. Questo campione conferma quanto si dice: ancora tremendamente chiuso, a undici anni dalla vendemmia, non ne vuol sapere di liberarsi dopo un po’ di ossigenazione nel bicchiere. Probabilmente, come qualcuno dei presenti ha sottolineato, bisognava stapparlo, decantarlo e lasciarlo ossigenare con maggiore violenza (cosa deprecabile nel 99% dei casi, se non per situazioni dove, per esperienza, è appurata la scontrosità e la reticenza ad aprirsi di determinati vini in determinate annate).
Per i quindici/venti minuti che è stato possibile tenere il naso ben incollato sul bicchiere si è percepita una lieve presenza del frutto, balsamicità, note di cioccolato fondente: il frutto rosso, che a tratti pareva finalmente liberarsi, poi, immediatamente scompariva nuovamente. La trama acida e tannica è ancora preponderante, quasi imponente, nessuna finestra aperta sulle morbidezze. Aspettiamo, sperando.

Barolo 1979 BorgognoBarolo Riserva 1989
Immediatamente, un festival al naso: un’esplosione ed una complessità di profumi che richiamano la terra bagnata, i funghi e il sottobosco, ma anche il balsamico e il caramello, finissime spezie, lo zenzero, il tabacco dolce. Uno spettro olfattivo elegante, un crescendo continuo di fragranze. Acidità presente e ben fatta, tannini croccanti, lunghezza gustolfattiva degna di un grande vino di razza. Il miglior campione della batteria, senza alcun indugio.

Barolo Riserva 1985
Appena versato è chiuso, non come il 1996, ma fatica per alcuni minuti a farsi capire: una sensazione che ai più ricorda quella del brodo, oppure del dado prevale e non lascia spazio ad altro. Quando si apre, poco dopo, ci si trova di fronte, come per il 1989, ad un bel quadro aromatico, probabilmente non della stessa finezza e complessità del precedente, ma sicuramente di tutto rispetto: un bel frutto maturo, dolce, di prugne e pesca, spezie e piacevoli note di cacao. Vino non statico nel bicchiere: una chiusura sui toni di inizio degustazione ritorna a tratti, a conferma, valida un po’ per tutti i sei vini degustati, che per avere un quadro maggiormente esaustivo e preciso di questi vini, probabilmente era necessario dedicare loro l’intera giornata e non solo una mattinata. Potenti i tannini, serrati, con la solita viva e pungente acidità.

Barolo Riserva 1982
Il gentilissimo ed ospitale Giorgio Boschis ci apre due campioni di questo millesimo, che non convince neanche lui dopo la prima prova: un odore quasi di stallatico sembra aver compromesso l’analisi della prima bottiglia. Meglio la seconda, anche se non completamente convincente. Un bel mix di spezie la fa da padrone al naso, nonché una piacevole balsamicità. Anche in questo caso sorprende la perfetta integrità dell’aspetto gustativo ed un’acidità sempre ben presente, ma meno caratterizzante rispetto al 1985 ed al 1989.

Barolo Riserva 1978
Ci dice Boschis: “Il 1978 è stata un’annata particolare. E’ piovuto durante l’impollinazione, sicché, abbiamo poi avuto una produzione molto ridotta rispetto al solito. Il caso, quindi, ha fatto sì che successivamente scaturisse una gran bella annata”. Un naso orientaleggiante, quasi “piccante” nel vero senso della parola, visto il piacevole pizzicore che suscita appena si avvicina il bicchiere: una bella etereicità, zenzero, pepe, noce moscata. In bocca stupisce per vivacità, equilibrio ed una bevibilità estrema.

Barolo Riserva 1961
Niente botte grande, ma cemento, il contenitore utilizzato per questo millesimo, vecchio di quarantasei anni, che difficilmente i presenti alla degustazione dimenticheranno per l’integrità del colore. Immediatamente aperto, senza alcuna nota ossidata o difficoltà a mostrare il proprio profilo olfattivo, risulta quasi cremoso al naso: note di agrumi, di frutti dolci, di pesca ed anguria, di liquirizia. Forse solo all’esame gustativo, convince meno: meno potente e vivo, se vogliamo anche un po’ slegato, quasi rustico con la componente acido/tannica avulsa rispetto al resto.

Alessandro Franceschini

Alessandro Franceschini

Giornalista free-lance, milanese, scrive di vino, grande distribuzione e ortofrutta, non in quest'ordine. Dirige il sito e la rivista dell'Associazione Italiana Sommelier della Lombardia, è docente in vari Master della Scuola di Comunicazione dell’università Iulm di Milano, è uno dei curatori della fiera Autochtona e collabora con testate come Myfruit, l'Informatore Agrario e le pagine GazzaGolosa della Gazzetta dello Sport. In passato, oltre ad aver diretto la redazione di Lavinium.com, ha collaborato con la guida ai ristoranti del Touring Club e con la guida ai vini de L'Espresso. È stato uno degli autori dell'Enciclopedia del Vino di Dalai Editore, del volume "Vini e Vignaioli d'Italia" del Corriere della Sera e del libro "Il vino naturale. I numeri, gli intenti e altri racconti" edito dalla cooperativa Versanti.

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