Terrano or not Terrano, that is the question…

Il 18 Marzo, nella splendida cornice di “Portopiccolo” a Sistiana in provincia di Trieste, si è svolta l’edizione 2016 di “Teranum e i Vini Rossi del Carso“.
La manifestazione ogni anno mette in vetrina una tipologia di vino, legata in maniera indissolubile al suo territorio, che sta regalando notevoli soddisfazioni a tutti i produttori, conquistando sempre più nuovi estimatori.

Ma qualche mese fa, una comunicazione del Ministero delle Politiche Agricole aveva messo in subbuglio il mondo dei viticoltori carsolini. Infatti, la Slovenia aveva fatto richiesta ufficiale in sede europea per avviare le pratiche di tutela del proprio Terrano tramite una Dop che rendesse esclusivo l’utilizzo di questa denominazione solo per i vini del Carso sloveno.
Da Roma, con uno scarno comunicato, si portava a conoscenza della cosa e si chiedeva al Consorzio Doc Carso di iniziare a valutare le opzioni per trovare un nome alternativo con cui identificare in etichetta il vino Terrano prodotto nella parte italiana del Carso.
Volendo usare una metafora, come chiedere a Vasco Rossi di iniziare a chiamarsi Vasco Bianchi visto che altri omonimi avevano fatto richiesta per avere l’esclusiva del nome, e che questa richiesta fosse in termini legali anche legittima.
Una “tragedia shakespeariana” che ricorda molto quanto successo con il caso del Tocai.
Vien legittimo chiedersi come in sede comunitaria i nostri rappresentanti non abbiano avuto nessuna rimostranza al pervenire di questa richiesta, e come la spada di Damocle sia potuta arrivare all’improvviso sopra le teste dei produttori carsolini, sorpresi e allibiti da questo fulmine a ciel sereno.
È importante però sottolineare come i rapporti fra i colleghi produttori dei due versanti del Carso, siano da sempre cordiali e improntati a un’ampia collaborazione, uniti da affinità linguistiche e interessi comuni, figli di un territorio straordinario, unico nel suo genere per le sue rocce bianche, per i suoi colori intensi, per la sua terra rossa, impervia, asciutta, scontrosa ma al tempo stesso affascinante.
Identità comuni che un confine non può far venir meno.
Da tempo si parlava e si auspicava della creazione di una Doc transfrontaliera che potesse permettere una promozione comune sia del vino Terrano che del suo territorio di produzione.
La richiesta della Slovenia non intendeva violare questo intento, ma mirava principalmente a tutelare il proprio vitigno in seguito a una disputa avvenuta con la vicina Croazia proprio su questioni legate alla produzione e commercializzazione del vino Terrano. Di riflesso, l’iniziativa slovena ha però avuto conseguenze che hanno colpito anche gli interessi dei produttori del versante italiano.
Per fortuna sembra che le istituzioni dei due stati siano riuscite a trovare un accordo, e in un tavolo di lavoro, cui hanno partecipato anche i produttori, si sono poste le basi per la creazione della Doc internazionale, con un disciplinare di produzione comune, che è venuto incontro alle richieste di tutte le parti interessate.
Adesso la palla passa a Bruxelles, ma si spera vivamente che la burocrazia europea ratifichi una soluzione che ha già definito i suoi pilasti fondamentali e che rappresenta un vero esempio di collaborazione fra popoli confinanti, obiettivo primario che dovrebbero sempre porsi le istituzioni comunitarie, ma che vediamo, con le cronache di ogni giorno, quanto sia difficile da realizzare.
Mai come quest’anno quindi si è sentito il bisogno di celebrare il Terrano.
La splendida cornice di Portopiccolo nella baia di Sistiana. Una giornata quasi estiva e tanti bravi produttori, capitanati dal presidente del Consorzio Doc Carso Matej Skerlj, hanno regalato ai numerosi appassionati accorsi, grandi emozioni.
Una conferenza dal titolo “Storicità del Terrano, vino del Carso senza confini” ha aperto la giornata. L’elegante azione moderatrice di Aurora Endrici ci ha condotto attraverso i contributi tecnici e le testimonianze storiche del dott. Fulvio Colombo e del curatore nazionale della Guida Slow Wine Fabio Giavedoni.

Poi è arrivato il momento della degustazione, dove più di trenta produttori hanno presentato i loro lavori di vigna, frutto di tanto sacrificio e passione. Annate diverse, stili diversi ma un denominatore comune: un’ottima qualità generale.
Il Terrano è un vino che all’inizio può sembrare leggermente scontroso, ruvido, ma che man mano che lo si conosce, diventa amico fedele e inseparabile. Stretto parente della famiglia dei refoschi, deve il suo nome alla terra rossa nella quale le viti affondano le proprie radici, terra ricca di sostanze ferrose che accentuano le particolari caratteristiche del vitigno e n’esaltano la specificità e il legame con questo territorio.
È un vino secco, con un colore rosso rubino intenso, con i caratteristici riflessi violacei e un non esagerato titolo alcolometrico. I profumi ci ricordano i frutti di bosco, mentre in bocca accanto alla presente tannicità, spicca la tipica acidità che solo questa tipologia riesce a donare, ma che accompagnata a un corpo vigoroso riesce a essere in armonia con tutte le componenti del vino.
Fra tutti i miei assaggi, se proprio devo fare un nome, vorrei ricordare il 2006 presentato da Benjamin Zidarich, un grande vino che a distanza di dieci anni mantiene ancora intatte le componenti giovanili che ne rendono piacevole la beva, unite a una personalità e struttura importante, tipico vino che non mi sorprenderebbe trovare ancora in piena forma fra una decina di anni.
La tanta gente presente ai banchi d’assaggio, dimostra quanto interesse susciti il Terrano, non più solo vino locale ma nettare che comincia ad affacciarsi con sempre migliori risultati anche al di fuori dei confini regionali e nazionali.
Se poi trovassero piena conferma le citazioni di Plinio il Vecchio, che parlando del vino del Carso ne attribuiva proprietà benefiche, portando ad esempio l’imperatrice Livia S. Drusilla (58 a.C./29 d.C.) che amante di questo nettare rosso, ebbe la fortuna di festeggiare le 87 primavere, si potrebbe dire che abbiamo la fortuna di avere in casa l’elisir della lunga vita.
A questo proposito, in fin di serata, più di qualcuno giura di aver visto una distinta signora, dalle sembianze simili a quelle dell’imperatrice Livia, aggirarsi in sala, intenta a godere dei benefici del suo nettare preferito.
Non sappiamo se si trattasse di stanchezza da fine giornata o di fenomeni da “Ghost Whisperer“, sta di fatto che a me fa piacere pensare che questo vino oltre a portare gioia e allegria, possa anche risultare benefico per la nostra salute.
Stefano Cergolj

