Una splendida giornata a Le Macchiole con Cinzia Merli fra Paleo e Messorio

Siamo a Bolgheri, frazione di Castagneto Carducci in provincia di Livorno, luogo di ispirazione del grande poeta Giosuè Carducci, nato un po’ più a nord, a Valdicastello di Pietrasanta in Versilia, ma trasferitosi con la famiglia a soli tre anni in questo bellissimo borgo medioevale dove rimase per un decennio. Non mi dilungo a raccontare cose che molti già sanno, il bolgherese è un territorio che si sviluppa risalendo moderatamente dalla costa maremmana in direzione delle Colline Metallifere, in quest’area si è sviluppata una viticoltura del tutto particolare, dove regnano i vitigni bordolesi, che qui sembrano aver trovato le condizioni climatiche e di terreno ideali per offrire vini di grande impatto, profondi e in alcuni casi molto eleganti. Qui sono nati il Sassicaia, l’Ornellaia, il Masseto, il Grattamacco, il Paleo Rosso e molti altri vini che hanno fatto la storia enologica di questo territorio e oggi conosciuti in tutto il mondo.

Le Macchiole è certamente una delle aziende di maggior spicco, fondata nel 1983 – proprio l’anno in cui fu riconosciuta la denominazione di origine controllata Bolgheri – dalla passione di Eugenio Campolmi e Cinzia Merli che, abbandonata l’attività di commercianti ereditata dai genitori di Eugenio, decidono di acquistare alcuni ettari di terreno – a quell’epoca si coltivavano prevalentemente grano e ulivo, i vigneti erano una ristretta minoranza – e iniziare l’avventura di produttori di vino con una buona dose di incoscienza, avendo a disposizione ben pochi mezzi, ma un entusiasmo incredibile.

Nel 1987 viene imbottigliata la prima linea di vini, oggi non più esistente, e solo due anni dopo nasce il Paleo Rosso, il primo vino bolgherese, ottenuto da cabernet sauvignon con una piccola quota di sangiovese. Questa impostazione rimane per alcuni anni, poi subentra poco a poco il cabernet franc, dapprima solo per un 5%, da metà anni ’90 passa al 15% e, nel 2001, il Paleo Rosso diventa cabernet franc in purezza.
Questa serie di passaggi è frutto di tante sperimentazioni, che sin dall’inizio hanno caratterizzato la filosofia di Eugenio e Cinzia, il tempo ha chiaramente dimostrato che questo vitigno aveva una marcia in più, così in casa Le Macchiole, a parte i due vini “base”, si è passati ad una produzione di rossi da monovitigno, composta da Messorio (1994, merlot), Scrio (1994, syrah) e Paleo Rosso (dal 2001 cabernet franc).

Purtroppo Eugenio è scomparso nel 2002 lasciando a Cinzia una non facile eredità da gestire, per fortuna ha trovato il sostegno del fratello Massimo, che si è occupato di seguire i vigneti, e di una squadra professionalmente preparata sotto la supervisione di Luca D’Attoma – l’enologo che ha seguito l’azienda sin dai primi passi – con cui portare avanti una realtà ormai consolidata ma in continua evoluzione. Nei primi anni dalla scomparsa di Eugenio, Cinzia ha cercato in qualche modo di seguire quella che era la visione del marito, ma con il tempo ha sentito l’esigenza di intraprendere una propria strada portando in azienda nuove idee e la sua sensibilità anche nei vini.

Oggi conduce 27 ettari vitati, in conduzione biologica da oltre quindici anni, gli appezzamenti più vecchi hanno una densità di 10.000 e 7.500 ceppi per ettaro, mentre le vigne più recenti 5.000. La scelta è stata dettata dalla consapevolezza che le sempre più complesse variazioni climatiche imponevano un approccio “in sottrazione” verso il vigneto, non più rese estreme, ma secondo l’annata orientare il carico delle piante in modo da distribuirne meglio le risorse, operando invece una sempre più accurata selezione nella fase di raccolta e cernita delle uve. Inoltre Cinzia non ha mai amato i vini opulenti, concentrati, come andavano negli anni ’90, prediligendo invece la verticalità e l’eleganza. Ultimamente, al lavoro in biologico che prevede quasi esclusivamente l’uso di rame e zolfo (ma anche per loro si sta cercando di ridurne al massimo le quantità, facendo uso di sistemi di difesa alternativa come la confusione sessuale per la Tignola, coadiuvata da interventi con bacillus thuringiensis, oppure con l’utilizzo di propoli, valeriana e ortica per la difesa fitosanitaria), si è aggiunto l’utilizzo dei preparati biodinamici, il cornoletame (500) per dare nutrimento al terreno e il corno silice (501) per l’apparato fogliare e i frutti.

Cinzia continua a sperimentare, nel frattempo a D’Attoma è subentrato l’enologo Luca Rettondini, che cura il lavoro in cantina, mentre Massimo Merli si occupa della vigna, ora supportato anche da Elia, uno dei due figli di Cinzia, ma ben presto entrerà a far parte dello staff anche il figlio più giovane Mattia. Non ci sono nuovi vini, la linea è sempre composta da cinque esemplari, il Paleo Bianco (altro vino che ha subito cambiamenti nella sua composizione, passando da una presenza paritaria di chardonnay e sauvignon ad una dominanza del primo sul secondo), il Bolgheri Rosso (merlot, cabernet franc, cabernet sauvignon e syrah) e i tre monovarietali.
Ma Cinzia non è certo tipo che si accontenta dei successi ottenuti, i suoi vini devono esprimere tutte le loro potenzialità, così le sperimentazioni continuano, subentrano in cantina due Clyver, botticelle in ceramica e argilla che vengono utilizzate per una piccola quota di cabernet franc e una di merlot, destinate, se dimostreranno di averne le qualità, a contribuire alla composizione del Paleo e del Messorio. L’obiettivo è quello di dare maggiore verticalità ai due vini, in particolare al Messorio, del quale Cinzia non è mai stata completamente convinta.
Domenica 8 ottobre ho accolto con piacere l’invito a passare una giornata in azienda, con me e mia moglie Laura c’erano anche Andrea Petrini e Stefania De Carlo (Percorsi di vino), Andrea Matteini e Anita Franzon (Ohmywine). Dopo una visita ai vigneti e alla cantina siamo passati alla degustazione dei vini, la nuova annata di Paleo Bianco e Bolgheri Rosso e una piccola verticale di Messorio e Paleo Rosso. A pranzo in azienda c’era nientemeno che Fulvietto Pierangelini, figlio del grande Fulvio, che gestisce il ristorante Il Bucaniere di San Vincenzo. Inutile dire che è stata un’esperienza gustativa straordinaria, materie prime eccellenti e una cucina giocata su un equilibrio perfetto di sapori dall’antipasto al dolce, che ha contribuito a concludere una giornata davvero emozionante.
LA DEGUSTAZIONE
Paleo Bianco 2016 – grad. 14% – chardonnay 75%, sauvignon 25%: qualcuno pensa che a Bolgheri vengano bene solo le uve rosse, niente di più sbagliato, questo vino ha carattere ed eleganza, lo chardonnay si disvela con grande personalità mentre il sauvignon gli fornisce un tocco delicatamente erbaceo e siliceo, che accompagna il frutto agrumato e appena esotico, con chiusura fortemente sapida e minerale.
Bolgheri Rosso 2015 – grad. 14,5% – merlot 50%, cabernet franc 30%, cabernet sauvignon 10%, syrah 10%: rubino luminoso con riflessi purpurei, profuma di frutta composita, ciliegia, lampone, leggera mora, ribes, cenni vegetali, pepe, liquirizia, cacao amaro. All’assaggio rivela un tannino solido e una freschezza perfetta che sostiene il gioco di frutta e spezie, un vino che viene prodotto in ben 130.000 esemplari e che ha una propria, ben definita, personalità.
Paleo Rosso 2010 – grad. 14,5% – cabernet franc: uno dei miei preferiti di tutta la sessione degustativa, grande eleganza sin dai profumi, dove la veste vegetale è appena accennata a tutto vantaggio di note speziate raffinate con spunti di cioccolato fondente, non senza una ricca espressione fruttata e balsamica. La bocca è generosa ma senza nulla fuori posto, è tutto molto graduale, progressivo, stimolante.
Paleo Rosso 2012 – grad. 14,5% – cabernet franc: rubino cupo, attacco inizialmente più vegetale, poi arriva il frutto accompagnato da liquirizia e cacao, tabacco e grafite. Al palato torna la nota vegetale, matura beninteso, più strutturato del precedente, ma c’è freschezza e la beva non si affatica minimamente.
Paleo Rosso 2013 – grad. 15% – cabernet franc: rubino violaceo intenso, bouquet corredato di una speziatura raffinata, tè verde, grafite e poi ribes e tanta altra frutta. Intenso al palato, ricco, si sente un po’ di più l’alcol, ma c’è sempre tanta classe e una persistenza quasi interminabile.
Messorio 2008 – grad. 14,5% – merlot: basta osservarne il colore per comprendere che a Le Macchiole neanche il merlot è mai sovraestratto, qui abbiamo un rubino con bordo granato e una certa trasparenza, profuma di mora, cachi, speziatura delicata e leggermente dolce. Al gusto è ancora fresco, intenso, ampio, progressivo, con un tannino praticamente perfetto e un finale morbido e speziato.
Messorio 2011 – grad. 14,5% – merlot: rubino vino, profuma di ribes, ciliegia, leggero cuoio e tabacco. Bocca dolce e avvolgente, tannino eccellente, di grana finissima, c’è volume ma senza nulla di caricaturale, finale avvincente.
Messorio 2013 – grad. 15% – merlot: inizialmente più chiuso al naso, sviluppa note di ribes nero, poi mirtillo e mora; bocca suadente, ampia, con attacco dolce e poi amaro, materia ancora leggermente spigolosa, si sente che il vino è giovane ma ha stoffa, carattere, ricco e ben sostenuto dall’acidità.
Abbiamo degustato anche il Paleo Rosso e il Messorio 2015, che al momento sono stati imbottigliati da poco; ambedue, pur trovandosi in una situazione di rigidità e chiusura, testimoniano un percorso orientato verso una sempre maggiore eleganza, a tutto vantaggio di una bevibilità che non stanca minimamente.
In conclusione – L’impressione generale è di un’azienda in continuo fermento, Cinzia è indubbiamente una persona di grande sensibilità con le idee molto chiare, il figlio Elia sta approfondendo i suoi studi, dopo aver fatto molte esperienze in Nuova Zelanda, Napa Valley, ma anche in Italia, soprattutto presso Mezzocorona. I vini esprimono tutti una qualità indiscutibile, la scelta di dare massimo risalto al cabernet franc è decisamente azzeccata, personalmente il Paleo Rosso è il vino che prediligo, quello che a mio avviso rappresenta al meglio la filosofia aziendale e la visione di Cinzia Merli. Il futuro promette ancora nuovi traguardi, la mia speranza è che Elia e Mattia sappiano rendersi conto fino in fondo di quale fortuna hanno fra le mani, ma anche che, proprio per questo, dovranno dedicarsi anima e corpo a questa azienda, perché il livello raggiunto è molto alto e già mantenerlo così non è un gioco da ragazzi, il suo futuro è nelle loro mani.
Roberto Giuliani




