Tutti a tavola!

Pochi spazi sono così profondamente necessari come la Tavola. E se manca, manca tantissimo. Ce ne siamo resi conto in questo ultimo periodo, più di ogni altro, orfani del rito di sedersi felici, tutti insieme, attorno alla stessa mensa.
Per un attimo sembrato un’eternità, quella tavola è rimasta vuota. Avvolta in un’atmosfera rarefatta. Ma dove era andata la comunità raccolta, unita e coesa? Era improvvisamente sparita, abbandonandoci soli e confusi. Ci è mancato stare gomito a gomito senza timori, raccontarsi di fronte agli amici, alla famiglia, ai colleghi, senza pensieri.
La buona notizia è che come tutte le crisi dell’umanità, anche questa volgerà al fine, lasciandoci una grande eredità da raccogliere e non solo cocci.
In questo ultimo anno c’è chi ha perso un po’, chi molto e chi tutto. I soliti si sono arricchiti, ma sono, usualmente, invitati non graditi o su tavoli troppo diversi. C’è chi si è lamentato quando non avrebbe avuto il diritto di farlo e chi è rimasto ammutolito dalla disperazione. C’è chi ha trovato il coraggio di cambiare, chi una via di fuga, chi la tenacia di non mollare. C’è poi chi ha riscoperto il respiro, un raggio di sole, il verde degli alberi, e chi ha guardato per la prima volta in sé stesso. C’è chi ha scoperto l’amore dopo averlo perso senza la possibilità di un ultimo saluto, e chi lo ha trovato in una stanza di ospedale. C’è chi ha compreso di non poter essere una isola ma un arcipelago e chi ha sentito il rumore assordante della solitudine.
Siamo tutti cambiati, profondamente, ognuno con la sua esperienza. Ma sedersi insieme, sarà, di nuovo, bellissimo. All’inizio ci potrebbe essere con un certo disagio, forse ritrosia, ma basterà un “Dai forza, tutti a tavola!” per stemperare la fatica di questo tempo sospeso, dipanare il groviglio di emozioni, e rimettere le cose un po’ in ordine, finalmente.
A ben vedere da quella tavola, silenziosamente, ci eravamo già alzati molto prima. Negli ultimi anni la grande attenzione data al piatto e alla sua costruzione aveva annebbiato tutto ciò che vi stava attorno, ossia la tavola e i commensali. Le luci erano studiate per dar risalto alla pietanza e non al convivio, inutile negarlo. Si ammiravano le cucine diventate sale chirurgiche attraverso quadri viventi appesi alle pareti. Siamo stati tutti colpevoli nel rappresentare cibo e vino come due mondi separati, a sé stanti, e non come la combinazione piacevole di un progetto gustativo con un inizio, uno svolgimento e una fine creato proprio per noi, gli ospiti. Tutti insieme abbiamo assistito e contribuito alla rimozione progressiva degli elementi della tavola, uno a uno fino alla tovaglia, un vuoto che oggi può risultare difficile da gestire e, con il quale, volenti o nolenti, dovremo fare i conti.

Il nuovo progetto della tavola
E ora cosa succederà? Su alcuni scenari legati alla tavola ci si può scommettere.
Avremo bisogno di ri-sederci attorno ad un tavolo, senza paura, tutti insieme, vicini vicini, stretti stretti, riconquistandoci lo spazio intimo più che quello sociale. Bisognerà riprogettare la Tavola: il tavolo sarà più grande come anche lo spazio vitale dedicato a ognuno di noi e al servizio. Ritorneranno gli elementi di una mise en place basica, materici, naturali, e artigianali con decorazioni d’antan e tornerà il colore. La contemporaneità apparirà più avanti. I menu saranno più snelli e più sostenibili, in tutti i sensi. Ci saranno dei cambiamenti nel rapporto tra cucina e sala, dove a vincere sarà la seconda. Le cucine si ridurranno in dimensione e personale senza più affacci sulla sala perché la curiosità si sposterà verso ciò che succede sulla tavola, il nuovo centro del progetto gustativo e ristorativo. Con le cucine più piccole, i piatti potrebbero essere nuovamente finiti in sala, ma soprattutto raccontati a tavola. È finito il tempo dei portapiatti e, dopo tante promesse, questo sarà davvero il momento della Gente di Sala.
Si tornerà ad accarezzare i menu, ad aprirli come si apre un libro di poesia, gustando ritmo e assonanze. Ma poi, quando esattamente è finita la poesia nei menu a favore della sola ingegnerizzazione?
Ricompariranno magicamente le tovaglie e magari anche i mollettoni perché non c’è niente di più rassicurante di un bel mollettone denso e dei suoi suoni ovattati quando vi si poggiano i piatti.

A tavola si impara a vivere
La tavola sarà un hub, un crocevia di memorie, comunità, sapori, agriculture, economie e territori al quale approdare e dal quale ripartire, arricchiti da nuove conoscenze, sensazioni ed emozioni condivise. Verso nuovi orizzonti.
Il suo ruolo era centrale ieri, come lo è oggi e lo sarà domani. Per sempre. Perché? Molte sono le ragioni. A tavola si imparano le regole del vivere in gruppo, per esempio. Cum vivere, ha la stessa radice di convivio e convivialità ma anche di convivenza: trovarsi alla stessa mensa vuol dire condividere lo spazio, il tempo e l’azione di quel momento gustativo ma anche abitare nello stesso luogo assieme ad altri. E le regole di una civile convivenza si sa, si apprendono, più di ogni altro luogo, coabitando.
Si impara a viaggiare pur restando comodamente a tavola, scoprendo nuovi mondi, perché mangiare alla stessa mensa vuol dire andare incontro agli altri a mente aperta: si creano legami e vincoli tra persone differenti per origine e cultura, ognuna con il proprio bagaglio di tradizioni e gusti che mette a disposizione della comunità.

A tavola si impara a prendersi cura degli altri, perché apparecchiare e cucinare sono un atto d’ amore, indiscutibilmente. Si apprende a rispettare i gusti altrui, talvolta a prevenire i loro desideri e a realizzarli, come consigliava A. Brillat-Savarin nello splendido libro Fisiologia del gusto o meditazioni di gastronomia trascendente: “Invitare una persona è occuparsi della sua felicità durante tutto il tempo che essa passa sotto il vostro tetto.” A tavola si fa cultura perché si apprende e si fa esperienza di cosa sia la qualità di un prodotto della terra, e della fatica del lavoro di chi l’ha prodotto. Si può poi anche apprendere la giusta misura e allontanare gli eccessi.
A tavola si sperimenta il piacere perché l’obiettivo del convivio è anche un’esperienza seducente, qualcosa di bello da ricordare. Ma si apprende anche la conversazione, a discutere senza alzare la voce, a parlare di tutto con tutti trovando un punto di incontro, lasciando spazio e tempo all’opinione altrui, perché è proprio il filo logico della conversazione a tenere uniti, a creare una comunità.
Ora ancora un po’ di pazienza, tra un po’ sarà pronto, intanto chiudete computer e cellulari, andate a lavarvi le mani, e poi: “Dai forza, tutti a tavola!”.
Alessia Cipolla




