Getnatoun white 2010 – Getnatoun Winery
L’Armenia è ancora isolata e non è proprio così facile importarne dei vini buoni né ottenere informazioni accurate e aggiornate sullo stato della sua enologia che, però, è la più antica del mondo e sono certo che incuriosisca gli appassionati di vino. Premetto dunque alcune cifre, ma soltanto indicative, ottenute grazie all’amico Pavel Portoyan di “Wina Armenii“.
– Consumo di vino pro capite: 2-2,5 litri l’anno;
– Consumo di alcolici vari pro capite: 10 litri l’anno;
– Vendemmia: circa 150.000 tonnellate di uva da vino;
– Principali regioni vitivinicole: 70% nell’altopiano dell’Ararat, 15% ai piedi dell’Ararat, 10% nel Nord-Est dell’Armenia, 5% nella regione Vayots Dzor (dove si trovano le vigne migliori e le uve più care);
– Superficie dei vigneti: circa 17.000 ettari regolarmente coltivati negli ultimi anni (il record è stato nel 1982 con 36 mila ettari, ma dopo il programma di prevenzione antialcolica di Gorbaciov del 1985 e dopo il crollo dell’URSS, la superficie vitata era scesa a 12 mila ettari);
– Produzione di vino d’uva: circa 60.000 ettolitri di vino l’anno, di cui 40.000 per il mercato interno e 20.000 per l’esportazione (il 75% va per 4/5 in Russia e per 1/5 nei paesi satelliti della CSI, mentre il 25% va in Europa e negli Stati Uniti in parti uguali);
– Produzione di vini e brandy da altri frutti: circa 30.000 mila ettolitri (di cui 10.000 mila per l’esportazione).
I vini della Getnatoun Winery sono i primi vini dell’Armenia che mi sono sinceramente piaciuti, perdonatemi perciò se faccio un’eccezione nel citarvi il loro importatore in Polonia (Arinberd di Cracovia) e il mio rifornitore preferito di Katowice (Winiarnia Burgundia dell’amico Wiktor Żelazny) che mi hanno recentemente permesso quest’autentica sorpresa.
Perché li cito? Perché non avete idea di quante difficoltà abbiano dovuto superare nel 2014 per riuscire a portare questi vini di una piccola repubblica caucasica in un Paese che sembrerebbe membro dell’Unione Europa dal 2005. Posso capire che le leggi e i regolamenti siano fatti apposta per imporre tasse e balzelli diversi tra Stato e Stato (e già questo è contrario ai principi dell’UE), ma quando le norme di uno degli Stati membri sono ulteriormente farcite di codicilli e di cavilli interpretabili a esclusivo giudizio di funzionari doganali ignoranti e corrotti c’è da fare un applauso meritato a chi riesce a commerciare in queste condizioni di pazienza sovrumana, sopportando umiliazioni e capricci che hanno come unico scopo la parolina magica che nessuno, però, pronuncia mai: bustarella. Basti pensare all’imposizione delle banderuole come condizione per l’ingresso in Polonia con tutta la tirannosaurocrazia al seguito, ma in questo caso anche di un’etichetta che non ha eguali in nessun Paese dell’UE perché crea soltanto confusione nei consumatori, che non possono capire se il vino è secco o abboccato o semi-dolce, né possono conoscere il livello di alcool, ma soltanto una fascia extra-large dei suoi valori.
Testuale: “alcool da 10 a 12%” e “zuccheri da 5 a 25 g/dm³”. Ovviamente con un pizzo azzeccato scompaiono subito tutte le contestazioni che qua e là bloccano a volte il vino alla frontiera o nel magazzino doganale…
Scrivo quindi di un vino che, per farsi conoscere in occidente, ha dovuto affrontare davvero un sacco di peripezie e, infatti, nel carattere, ha quella caparbietà cocciuta del contadino che supera perfino quella di molti altri vini del Caucaso. Inoltre, sia per le caratteristiche organolettiche sia per la tipologia, ricorda sicuramente i vini di tempi remotissimi, diversi secoli avanti Cristo, perciò vale la pena di berlo anche soltanto per gustare quei sapori esotici ormai scomparsi altrove.
Ci sono le prove che il re di Urartu, Rusa II, tra il 680 e il 639 a.C. aveva piantumato delle vigne vicino alla fortezza di Erebuni, situata sulla collina di Arin Berd all’estremità orientale di Yerevan, la capitale dell’Armenia, in gran parte proprio con il vitigno bianco voskehat (“uva d’oro”, da voski e hat, cioè “oro” e “uva”), per produrre un vino amabile per gli ospiti e i visitatori del castello, menzionato anche nei manoscritti degli studiosi greci Senofonte e Pedanio Dioscoride. Gli archeologi hanno scoperto dieci magazzini in cui erano interrati duecento karasi, grandi tini d’argilla.
Probabilmente questo vitigno proviene dalla regione di Ashtarak nell’Armenia occidentale e si è diffuso proprio perché si tratta di un ceppo generoso, avendo la capacità di concentrare grandi quantità di zuccheri, anche se è sensibile alle muffe e alle malattie fungine come la peronospora. A volte viene usato per la produzione di spumanti, ma di una qualità che lascia molto a desiderare. Nella parte settentrionale dell’Azerbaigian, dove è conosciuto come kharji, se ne producono invece con successo anche vini dallo stile che ricorda lo Sherry o il Madera.
La cantina Getnatoun si trova nel distretto di Vayots Dzor ed è stata fondata nel 1999 da Aghasi Baghdasaryan (nella foto) nella valle del fiume Arpa, a circa 1450-1500 metri sul livello del mare, dove il clima è montano e molto assolato, con escursioni termiche estreme tra giorno e notte, cosa che garantisce un gusto straordinario alle uve e al vino. La posizione è davvero impressionante e la vista è addirittura mozzafiato. Si tratta di una tipica azienda famigliare con frutteti e vigneti di proprietà, ma acquista anche altre uve dai vicini.
Si producono circa 400.000 bottiglie di ratafià di melograno, prugna e albicocca, oltre a sidro, brandy e 100-130 mila bottiglie in totale di 7 vini d’uva rossi e bianchi. Per l’innesco della fermentazione intervengono soltanto lieviti indigeni presenti sulle bucce di queste uve biologiche, non quelli selezionati e venduti dai laboratori enologici. Sono vini che hanno uno stile molto individuale e particolare, perché manca quell’onnipresente manipolazione e quell’esagerata concentrazione dei soliti vini di massa. Non si aggiungono additivi né conservanti e, secondo tradizione, prima dell’imbottigliamento i vini maturano un po’ in botti di rovere del Caucaso di 225-228 litri.
I vitigni principali coltivati sono il bianco voskehat e il rosso areni. Tra i vini assaggiati, il bianco Narine è vivace, leggermente erbaceo, sa di mela verde. Il rosso Areni Shikahoughi è speziato, sa di amarena, ciliegia, peperone essiccato, con un bel goudron, mentre il rosso Areni Getnatoun è un vino più selvatico e pepato.
Il Getnatoun 2010 bianco semi-dry naturale da uve voskehat di Vayots Dzor è di colore dorato chiaro, sviluppa aromi di fiori di primavera secchi e di polpa di frutta molto matura, specialmente mele rosse, albicocche, meloni gialli, con alcune note di cipria. Ha un certo non so che di sensuale, direi ammaliante, molto femminile, ma allo stesso tempo, specie nel finale, emergono sfumature di timo e di miele che lo rendono molto leggero e beverino. Sul luogo lo consigliano con piatti di pesce e dessert, evidentemente secondo le ricette della loro cucina e della loro pasticceria, che non conosco ancora di persona.
Io non ce lo vedo proprio bene con tutta la nostra cucina di pesce d’acqua dolce né salata, ma andrebbe a nozze, servito fresco tra i 12 e i 16 °C, con l’oca alle prugne, i dessert e le torte a base di frutta soprattutto cotta o con le confetture anche a pezzetti, il gorgonzola di media stagionatura con le pere sciroppate, i formaggi erborinati cremosi e i paté di fegato, anche perché è leggero, quindi se ne può bere un po’ di più rispetto agli altri, ma pulisce anche bene la bocca.
Mario Crosta
Getnatoun LLC
Vayots Dzor Region, Yeghegnadzor, Yerevanian 11, ARMENIA
Tel/Fax +374.281.25565 e +374.91.417544
sito www.getnatoun.am e-mail: getnatoun@mail.ru




