Riecine: da John ad Alessandro nel segno della continuità

Se c’è un’azienda chiantigiana che è riuscita, praticamente da sempre, a farmi sobbalzare sulla sedia durante le mie sessioni di degustazione, questa è Riecine. Non chiedetemi perché, sono quelle cose che vanno oltre il valore tecnico, puntano dritto ai sensi con una precisione che non lascia spazio a giudizi razionali. La questione acquista ancora più valore se non sei a conoscenza del vino che stai esaminando.

Certo, non posso dire che l’azienda, fondata nel 1971 dalla mitica coppia inglese John Dunkley e Palmina Abbagnano in quel di Gaiole in Chianti, non abbia subito cambiamenti in 53 anni, sarebbe impossibile, del resto è passata di mano più volte: la storia inizia con l’acquisto di un ettaro e mezzo di vigna rilevato nella zona confinante con il monastero di Badia a Coltibuono, impiantato interamente a sangiovese e seguito come un figlio dai proprietari; dal 1979 l’enologo Carlo Ferrini fornisce il suo contributo.

Purtroppo nel 1991 Palmina muore, nello stesso anno John assume come stagista il giovane enologo Sean O’Callaghan, affiancato da Ferrini fino al ’96. Nel 1998 John cede l’azienda al newyorkese Gary Baumann (solo i vigneti, i boschi e i terreni annessi, mentre la villa di residenza rimane di proprietà della famiglia Dunkley), Sean O’Callaghan continua a collaborare con i nuovi proprietari. Un anno dopo anche John lascia questa Terra. A Baumann si deve la costruzione della prima cantina e della prima vinsantaia.

Nel 2011 è Lana Frank a rilevare l’azienda, ha da subito chiaro l’obiettivo di mantenere il più possibile lo stile dei vini di Riecine, ma dà un forte rinnovamento sul piano tecnologico della cantina. A lei si deve l’acquisto di 12 nuovi tini di cemento non vetrificato progettati dall’azienda francese Nomblot, che hanno la particolarità di avere al loro interno una piastra di raffreddamento per il controllo della temperatura in fermentazione.

Nel 2015 entra a far parte del team il giovane enologo Alessandro Campatelli, in qualità di direttore generale, affiancando Sean O’Callaghan per un anno nella conduzione tecnica di vigna e cantina. Successivamente Sean si trasferisce alla tenuta di Carleone a Radda in Chianti, da quel momento è Alessandro a occuparsi completamente della direzione tecnica, contando nuovamente sulla consulenza esterna di Carlo Ferrini.

A Luglio 2024, Alessandro rileva le quote di Riecine e ne diventa unico proprietario.
Grazie a Riccardo Gabriele dell’agenzia PR Comunicare il Vino, a maggio ho avuto l’opportunità di visitare l’azienda e fare una lunga chiacchierata con Alessandro.
Girando le vigne ho subito notato quanto il lungo periodo di pioggia aveva prodotto una vigoria vegetativa impressionante. Ci troviamo nel cosiddetto Macigno del Chianti Classico, ovvero un agglomerato di sabbie compatte e ricche di ferro, su questi suoli le radici delle piante riescono a penetrare spaccando le rocce e trovano i minerali, soprattutto ferro, non a caso i rossi di Riecine dànno spesso sensazioni ematiche…

Le vigne, 15 ettari che a breve arriveranno a 16, sono quasi tutte intorno all’azienda, a parte vigna La Casina, meno di 2 ettari che si trovano a 550 metri di altitudine a ridosso della frazione di Barbischio. La produzione si attesta tra le 70 e le 80mila bottiglie annue. Una dimensione che difficilmente cambierà, sia perché la conduzione famigliare è imprescindibile, sia perché per avere una produzione maggiore andrebbe ingrandita la cantina a scapito del paesaggio. E visto che i vini sono davvero di altissimo livello, direi che non possiamo che esserne contenti!

A questo proposito c’è da dire che nel periodo in cui la proprietà era di Gary Baumann, una parte delle uve provenivano da alcune vigne di sua proprietà a Montecucco, che confluivano principalmente nel supertuscan La Gioia, forse il vino che ha subito i cambiamenti più tangibili, soprattutto sul piano dell’opulenza.
A parte questo piccolo particolare, i cambiamenti in azienda sono stati quasi esclusivamente di tipo tecnologico: prima del 1998 si lavorava in modo davvero artigianale, con la prima vera cantina nel 1998, sono arrivate barrique nuove e vasche d’acciaio, con ovvi cambiamenti sul piano espressivo dei vini, dove il legno era inevitabilmente evidente. I successivi cambiamenti in cantina hanno nuovamente influito sui vini con la sostituzione dell’acciaio con il cemento non vetrificato e delle barriques con i tonneaux.

A mio avviso, comunque, si possono avere delle preferenze a livello di gusto, è del tutto normale, ma i vini non sono mai usciti dalla cantina con uno stile “improvvisato”, anche perché l’impronta del territorio è tutt’altro che secondaria, l’arenaria, l’età delle viti, il clima, danno comunque un timbro forte e riconoscibile.
Poi è normale che ciascuno porti il proprio contributo di esperienza e visione, ma nessuno ha mai avuto nella testa l’intenzione di adattare i vini al proprio volere o a mere esigenze di mercato, semmai il filo conduttore è la voglia di migliorarsi, di non fermarsi mai a ciò che si è già acquisito.

Non a caso Alessandro ha preso sempre più dimestichezza con le tecnologie a disposizione, forte anche dell’esperienza maturata in quattro anni presso la Tenuta di Trinoro, imparando dal grande Andrea Franchetti quanto sia importante il controllo delle temperature in vinificazione, soprattutto a livello del cappello, dove tendono a salire maggiormente; così ha fatto una modifica ai tini di cemento inserendo una seconda piastra di raffreddamento nel 2018.

Piccole cose che influiscono sui vini non poco, favorendo una maggiore stabilità aromatica. Così come influisce il raffreddamento delle uve dopo la raccolta, processo ormai sempre più diffuso, che consente di affrontare meglio le annate particolarmente calde.
L’azienda è biologica certificata da quasi vent’anni, le fermentazioni sono spontanee, tutti i vini tre mesi prima dell’imbottigliamento, di solito attorno a novembre, vengono rimessi in cemento all’aperto per una naturale stabilizzazione tartarica e proteica, senza aggiunta di coadiuvanti, grazie alle basse temperature esterne.
LA DEGUSTAZIONE

Palmina Rosato 2022: piacevole tinta aranciata, none di agrumi, fragolina, ciliegia, mirtillo rosso, melagrana, cenni di favo e timo; sorso godibile e fresco, con un bel ritorno agrumato e assenza di note amaricanti.
Chianti Classico 2022: richiama con precisione certosina i tratti migliori del sangiovese, con note di viola mammola, rosa, una punta di glicine, ciliegia, poi arancia sanguinella, bacche e una piacevole sfumatura di pesca gialla. Al palato regala sensazioni fresche, un tannino preciso e ben rifinito, slancio fruttato che accompagna un finale lungo e godibilissimo.
Chianti Classico Riserva 2021: qui si va più in profondità, mentolato, terroso, sottobosco, erbe aromatiche, speziatura fine e delicata; all’assaggio emerge tutto il suo carattere, spalla decisa ma ben gestita, giocato tutto sull’eleganza, persistente, con una trama tannica pregevole e un finale complesso, articolato.

Chianti Classico Gran Selezione Vigna Gittori 2021: per me è uno dei migliori esempi di Gran Selezione, impressiona per armonia dei suoi elementi, la struttura importante riesce a spingere sulla finezza fornendo un’ampiezza espressiva che non stanca mai. Se fosse un’opera musicale sarebbe una sinfonia, il gioco degli elementi è tutto in sintonia, qui si affaccia con decisione la macchia mediterranea, una balsamicità naturale, resina, un frutto pieno e maturo il giusto, che ricorda la confettura di lamponi, sbuffi pepati. Grande vino!
Riecine di Riecine 2021: proviene dal vigneto storico “Palmina” prospicente l’azienda, circa un ettaro e mezzo di sangiovese, questo vino lo definirei monumentale, racchiude in sé una classe elevatissima. Non vede legno e questo la dice lunga sul pedigree di questo vitigno di oltre 50 anni, solo uovo in cemento non vetrificato, dove trascorre quasi 4 settimane a contatto con le bucce. Qui il frutto si esalta, si concentra e non spinge sulla maturità ma resta vivo, quasi “croccante”, nella magnifica materia si fondono le note di macchia con un ampio bouquet floreale, tutto è caratterizzato da colori che si fondono generandone continuamente di nuovi. Un vino splendido che non sarebbe male avere sempre in cantina…

La Gioia 2020: 80% sangiovese, 20% merlot (la percentuale è suscettibile di variazioni secondo l’annata), unico vino che matura in tonneaux nuovi. Come avevo accennato nell’articolo, è bene scrollarsi di dosso qualsiasi diffidenza, poiché qui non c’è alcun legame con i supertuscan degli anni ’90, questo è un vino di grande eleganza, equilibrato, certamente più rotondo ma mai cedevole verso stucchevoli dolcezze, grazie anche a una freschezza piena che dà spinta al sorso, rendendolo appagante e completo.
Tresette 2018: è la terza annata di questo merlot in purezza, proveniente da un vigneto impiantato da John Dunkley nel 1980; fermenta in botte grande tronco-conica di rovere francese Grenier, cui seguono 30 mesi in tre tonneaux da 7 ettolitri (ecco perché si chiama Tresette). Non nascondo che è il vino che mi ha meno coinvolto, il legno si fa sentire e la componente balsamica aleggia fortemente, accompagna note di mora, ribes nero, chiodo di garofano, cardamomo, erbe aromatiche e spezie fini. Anche qui la freschezza non manca, è un merlot di livello che riesce ad esprimere una buona eleganza, ma lo sento meno in sintonia con gli altri. Impressione del tutto personale, ovviamente.

Bianco di Riecine 2021: questo vino nato nel 2020 e ottenuto da sole uve trebbiano inaugura l’anfora di cocciopesto in casa Riecine. Per l’esattezza dopo la vendemmia l’uva viene posta in anfora per la fermentazione e poi lasciata in macerazione fino a novembre. Dopodiché una parte del liquido viene trasferita in un tonneau di rovere francese nuovo e l’altra lasciata in anfora ancora in macerazione con il 50% delle bucce. A marzo viene creata la massa definitiva in anfora dove permane per 10 mesi. Chiude il cerchio un affinamento di 4 mesi in bottiglia. Sono convinto che il trebbiano toscano abbia grandi potenzialità se lavorato in un certo modo, d’altronde il vinsanto ha ampiamente dimostrato che la neutralità del vitigno è dovuta esclusivamente al modo con cui viene lavorato in vigna e in cantina. In realtà si è potuto vedere che è un’uva che sa esprimere un carattere complesso e profondo, e acquisire anche grande capacità d’invecchiamento. Questo ne è un fulgido esempio, colore oro luminoso, trama olfattiva complessa, richiama le spezie officinali, il miele di castagno, l’agrume maturo e parzialmente in confettura, cenni di frutta candita, sapidità, lunghezza. Un vino pregevole che mi piacerebbe riassaggiare tra una decina d’anni, ma mi accontenterei anche di 5, visto che non sono più un ragazzo…
Roberto Giuliani




