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Hic et Nunc e il Monferrato Casalese: la salvaguardia dei vitigni autoctoni

Hic et Nunc

Lo scorso 17 maggio ho avuto il piacere di incontrare Massimo Rosolen, il titolare della cantina Hic et Nunc di Vignale Monferrato (AL), per trascorrere una giornata all’insegna del Monferrato Casalese e approfondire i vitigni autoctoni del territorio che egli ama profondamente. Ci troviamo a metà strada tra e Asti, Alessandria e Casale, sul confine tra Alessandrino e Astigiano, centro geografico del Basso Monferrato. Questo angolo di Piemonte, che riversa le sue antiche tradizioni verso la confinante Liguria, è ricco di fascino e di storia. Tra queste colline Patrimonio Unesco, come in gran parte della regione, la viticoltura ha una storia antica e rappresenta un motore trainante per l’economia locale, assieme al turismo e ad altre colture agricole. In questo contesto storico e sociale, quattordici anni fa nasce Hic et Nunc, grazie all’intuito e alla passione di Massimo, oggigiorno coadiuvata dall’impegno di Donato Lanati, enologo di fama internazionale che non ha certo bisogno di presentazioni.

Massimo Rosolen
Massimo Rosolen

Oggi la proprietà conta cento ettari, di cui 30 vitati, 23 dei quali in regime di agricoltura biologica certificata e sette attualmente in conversione. Frequento queste colline da circa venticinque anni, e ogni volta che percorro i sentieri che conducono ai vigneti immagino per diletto questi luoghi durante gli inizi del Novecento, epoca in cui furono piantate le prime viti ritrovate negli appezzamenti di località Mongetto, poco più a nord di Vignale Monferrato, dove oggi si sviluppa il patrimonio viticolo dell’azienda. Massimo è ben consapevole che queste terre conservino un fascino a tratti impareggiabile, e non sto parlando solo della bellezza del paesaggio che varia ad ogni stagione, ma di tutta una serie di tradizioni, usi e costumi – uniti a una cucina tra le migliori del bel Paese – che devono essere ad ogni costo raccontate, vissute, assorbite da coloro che vogliono allontanarsi, anche solo per un giorno, dal proverbiale logorio della vita moderna.

Hic et Nunc

Iniziamo dal nome: “Hic et Nunc”, dal latino “qui e ora”; i grandi appassionati di letteratura avranno già riconosciuto uno dei versi celebri di Orazio, sommo poeta della letteratura classica. Trovo questa metafora alquanto accattivante: troppe zone vitivinicole piemontesi devono darsi una bella svegliata, perché hanno un potenziale enoico incredibile ma faticano ancora troppo a comunicarlo. È un vero peccato, soprattutto se pensiamo che molte aree avrebbero già dovuto “tatuarsi addosso” questo concetto: nonostante la viticoltura regionale sia una delle più importanti d’Italia, moltissime microzone restano ancora poco valorizzate, pur avendo un potenziale espressivo enorme.

Hic et Nunc, vista sulle colline al tramonto
Hic et Nunc, vista sulle colline al tramonto

Il Monferrato Casalese ha un suo pubblico di grandi appassionati e negli anni ha conquistato fette di mercato non indifferenti. Più che alla ricerca della qualità a tutti i costi, però, si è spesso pensato alla quantità e a tipologie di etichette che ambiscono ad essere coprotagoniste della buona tavola, salvo rare eccezioni. Gran parte di questa impostazione deriva da una produzione che negli ultimi trent’anni ha investito molto sui vitigni internazionali, lasciando purtroppo in panchina veri e propri cavalli di razza del territorio come, ad esempio, l’uva cortese o il grignolino. Massimo Rosolen ha fatto l’esatto opposto: ha puntato sin dal principio solo ed esclusivamente sulle cultivar sopracitate – affianco ad altri nomi storici della viticoltura piemontese quali barbera, nebbiolo, freisa e dolcetto – le stesse che meglio di qualunque altra varietà sono in grado di trasmettere al consumatore le potenzialità di queste colline. Scelta che condivido appieno.

Hic et Nunc

I terreni, di origine marina, presentano una matrice argilloso-calcarea che cela nel sottosuolo blocchi compatti di calcare e arenarie dal classico colore giallo-ocra: le cosiddette “pietre da cantone”, estratte dalle popolazioni locali fin dall’antichità per essere impiegate nell’edilizia. Si tratta di suoli indubbiamente poveri, ma ricchi di microelementi capaci di donare ai vini struttura, finezza e, grazie alla componente calcarea, una spiccata sapidità. Un altro elemento importantissimo di cui si avvale Hic et Nunc è la biodiversità paesaggistica, elemento piuttosto raro in una regione che oggigiorno ahimè si avvale sempre più della classica monocultura. Dei 100 ettari di proprietà il 79% è a seminativi, boschi e pioppeti. Dai racconti di Massimo si evince un chiaro rispetto per l’ambiente, un interesse concreto nel voler difendere ad ogni costo ciò che la natura ha donato all’uomo. La difesa attiva dei suoli – racconta il nostro protagonista – e dell’ecosistema avviene attraverso pratiche quali inerbimento dei filari, attenzione a non esasperare la compattazione e il dilavamento dei suoli, riduzione dei trattamenti al minimo indispensabile. Pratiche virtuose adottate anche per il controllo “termico” del vigneto, fondamentale in una fase di cambiamento climatico come quella in corso. Inoltre, un doppio passaggio in vigna per lo sfoltimento della chioma in base all’esposizione, assicura ai grappoli di godere della luce solare in modo adeguato, ovvero senza scottature, lesioni degli acini o, peggio ancora, arresti di maturazione. Una conduzione agronomica “ragionata” e calibrata sulla base di situazioni da valutare con attenzione vigneto per vigneto, anche in funzione dell’età e della vigoria delle piante, nonché delle giaciture e delle caratteristiche del suolo –.
Massimo Rosolen ama l’accoglienza: varcando la soglia della sua cantina, è impossibile non apprezzarne gli arredi, la cura del dettaglio e il suo atteggiamento volto a mettere a proprio agio la clientela, composta da turisti e amanti del buon bere.

La degustazione da Hic et Nunc

Egli sostiene che l’atmosfera, la vista, i profumi, i colori e gli aneddoti legati alle tradizioni vadano vissuti interamente in loco. Da quest’idea nel 2012 viene interamente restaurata Ca’ Milano, la casa colonica, trasformata in un wine resort denominato Ca’ dell’Ebbro. Un’oasi di pace inserita in un contesto rurale di rara bellezza, perfettamente integrata nel paesaggio circostante, come del resto è la cantina che gioca a nascondersi tra i filari. Cantina e wine resort si adagiano sulla dorsale che collega Vignale a Frassinello, un anfiteatro naturale di colline e vigneti attraversati da boschi, pioppeti, noccioleti, campi coltivati e pascoli. Hic et Nunc oggi produce circa 100.000 bottiglie distribuite su svariate etichette.
Di seguito il nostro punto di vista sui vini degustati. Troverete anche una mini-verticale di quattro annate relative al Cortese Monolite, chiamato Temì in relazione alle prime annate prodotte, il cui 10% della massa fermenta e affina in barriques, la restante parte in acciaio. Colgo l’occasione per ringraziare personalmente Massimo per l’accoglienza e per la condivisione dei tanti aneddoti.

Hic et Nunc spumanti

Pandemonio Extra Brut Rosé 2024: Martinotti-Charmat da uve barbera, affina 9 mesi in autoclave e si distingue per un bel colore cerasuolo e una carbonica estremamente fine. Al naso cipria, agrume dolce, fragolina di bosco e rintocchi balsamici. In bocca ritrovo tensione acida, spina dorsale e una buona sapidità.

Metodo Classico Rosé Pas Dosé Marinella 2023: uve grignolino; affina 24 mesi sui lieviti. Color cipria con riflessi buccia di cipolla, perlage particolarmente minuto. Naso minerale, sa di pietra frantumata, agrumi e fiori lievemente appassiti; anche spezie dolci in chiusura. Ritrovo le stesse anche in bocca, con la consueta freschezza che accompagna il sorso e la bevibilità spinta ai massimi, ovvero il marchio di fabbrica.

Metodo Classico Pas Dosé Monbullae 2022: affina 36 mesi sui lieviti; blend di barbera e cortese in parti uguali. Paglierino con riflessi chiari, bollicine fini e copiose. Naso intenso di frutta secca, agrume e lieve calcare/smalto. Il sorso è ritmato da un’acidità notevole, in linea con una chiusura sapida e un ritorno agrumato in grado di lasciare il palato fresco e pulito.

Metodo Classico Pas Dosé Monbullae Collezione del Fondatore: sosta tre anni sui lieviti; blend di barbera e cortese, quest’ultimo affina nove mesi in legno. Oro antico, perlage minuto e continuo, il naso è fortemente balsamico (mentolo in primis) con una lieve percezione di tostatura data dal contenitore di affinamento, e ricordi di pasticceria. È un vino ancora molto giovane, sapido, e lo si evince soprattutto al palato. Indubbiamente da attendere. Lunghissimo il finale, mostra il potenziale dei vigneti.

Hic et Nunc bianchi e rosati

Monferrato Chiaretto Rosato Pòta 2025: uve dolcetto, il vino affina in serbatoi d’ acciaio per cinque mesi. Cerasuolo, luminoso, media consistenza. Timbro olfattivo piuttosto sobrio, tra sbuffi mentolati, ricordi di cipria e fragolina di bosco; bella tensione acida e guizzi sapidi in chiusura. Tanta bevibilità.

Monferrato Casalese Cortese Mè Frel 2024: uve cortese, affina 10 mesi in acciaio. Tra il paglierino chiaro e il beige, media consistenza. Al naso frutta a polpa bianca, miele millefiori e una lieve percezione salmastra; sorso fresco, dinamico, acidità prorompente e una sapidità che convince appieno. Lunghissimo.

Vino Bianco Felem 2022: uve baratuciat in purezza, il vino subisce una macerazione sulle bucce dell’80% della massa per nove mesi in acciaio. Mi ha sorpreso moltissimo. Massimo è riuscito a centrare l’obiettivo, ovvero produrre un Baratuciat – in pieno stile Orange – che colpisce per la sua complessità ben allineata alla piacevolezza: sia al naso che al palato, senza che l’una prevarichi sull’altra. Tra i più buoni della categoria bevuti quest’anno.

Hic et Nunc verticale Cortese

Monferrato Casalese Cortese Monolite 2023: uve cortese in purezza. Paglierino con riflessi oro antico, timbro intenso, ammicca alla frutta esotica, al timo limone e alla pietra polverizzata; con lenta ossigenazione si apre e i profumi divengono suadenti. È un vino dotato di una sapidità trepidante, la freschezza deterge l’insieme. Lunghissimo.

Monferrato Casalese Cortese Monolite 2022: uve cortese in purezza. Colore oro pieno e caldo. Al naso è intenso, con note di miele millefiori, spezie dolci e macedonia con yogurt (un profumo che richiama le mie colazioni altoatesine). Il sorso è pieno, succoso, sapido ed elegante, grazie a un’acidità sempre protagonista.

Piemonte Cortese Temì 2018: uve cortese in purezza. Tonalità oro con riflessi paglierino a bordo calice; anche in questo caso yogurt e miele mille fiori, caramella mou, pietra focaia e un curioso ricordo di crosta di sale al profumo di erbe aromatiche. Complessità notevole. Apprezzo la capacità di questo Cortese di riempire il palato ed al contempo mantenere freschezza, golosità, agilità di beva. Un bel mix, insomma.

Piemonte Cortese Temì 2016: uve cortese in purezza. A dieci anni dalla vendemmia – ed è soltanto “l’inizio” per quanto riguarda la potenzialità di questo grande vitigno piemontese – ritrovo al naso austerità e fascino, attraverso suggestioni di idrocarburi, pietra focaia, ma anche miele agli agrumi, sentori lattici e una chiusura di fiori oserei dire “sepolcrale”. Il bianco migliore dell’intera batteria: arioso, sapido e con una progressione da centometrista. Buonissimo.

Hic et Nunc vini rossi

Grignolino del Monferrato Casalese Altromondo 2023: uve grignolino 100%, affina 10 mesi in acciaio. Granata-rubino, media consistenza. Il respiro è lento, sobrio, va ricercato: timo, lampone e ribes rosso spremuti, grafite e pepe nero. Pienezza al palato, controbilanciata da una buona tensione acida che a mio avviso verrà fuori maggiormente nei prossimi anni.

Barbera del Monferrato Femminile Singolare 2023: uve barbera 100%, affina 7 mesi in acciaio. Rubino vivace, molto luminoso. In questo caso avverto tutta la “croccantezza” dei frutti di bosco, ed una spezia dolce, suadente, con rintocchi di geranio selvatico e liquirizia. La freschezza del sorso e ben allineata al centro bocca, media sapidità; il finale richiama molto il frutto.

Barbera del Monferrato Femminile Singolare 2021: uve barbera 100% da piante ultraottantenni, affina 24 mesi tra acciaio e tonneaux di rovere francese. Tra i rossi migliori della degustazione, per via della sua classe innata: un naso che rende onore a tutta l’eleganza che può assumere il barbera allevato mediante selezione certosina, tra spezie orientali, amarena e rosa rossa; in bocca è pura seta che gioca ad imitar la stoffa. Da bere “a secchiate”.

Monferrato Nebbiolo Mondano 2023: uve nebbiolo in purezza allevate su terreni ricchi di marna bianca; affina 10 mesi in botte grande. Le vigne sono ancora giovani, ovvero 12 anni d’età. Tra il granata ed il rubino, naso giocato su toni speziati piuttosto intensi, viola e scorza d’agrume; vi è anche un ricordo di cosmesi. Ciò che apprezzo maggiormente di questo vino è la capacità di parlare un linguaggio universale pur mantenendo l’essenza del vitigno e soprattutto del territorio, mediante una freschezza pronunciata e una scia sapida che mostra il carattere dei vigneti.

Anteprima Grignolino del Monferrato Casalese 2023 affinato 18 mesi in botte grande e un anno in bottiglia (prima annata prodotta non ancora in vendita): tonalità rubino vivace con evidenti sfumature granata. Al naso ritrovo un bel mix di spezie ed erbe officinali per nulla esuberanti, appena sussurrate: pepe nero, melissa e timo. Mediante opportuna ossigenazione, il vino si apre ad un frutto dolce/acido: lampone, ribes e scorza di arancia rossa; la parte floreale ricorda le caramelle violetta. In chiusura una traccia marcatamente minerale richiama la pietra polverizzata e il calcare. Il palato è teso, verticale, vibrante, la freschezza richiama l’agrume; mediamente intenso e strutturato, la sensazione di pienezza del frutto e della spezia donano equilibrio, profondità. Lunghissimo il finale, sapido, rimane in bocca una piacevole nota ammandorlata ed una sensazione tannica significativa; quest’ultima fa presagire un futuro roseo anche in termini di ulteriore affinamento.

Andrea Li Calzi

Andrea Li Calzi

È nato a Novara, sin da giovanissimo è stato preso da mille passioni, ma la cucina è quella che lo ha man mano coinvolto maggiormente, fino a quando ha sentito che il vino non poteva essere escluso o marginale. Così ha prima frequentato i corsi AIS, diplomandosi, poi un master sullo Champagne e, finalmente, nel giugno del 2014 ha dato vita con la sua compagna Danila al blog "Fresco e Sapido". Da giugno 2017 è entrato a far parte del team di Lavinium.

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