Il Cannonau e la Mamoiada nei vini dell’azienda Sedilesu

Se vi raccontassi che durante una vacanza nella splendida Sardegna mi sono imbattuto in un Mamuthone, un folclorico personaggio vestito con pelli di pecora nera, sulla schiena una serie di campanacci, il viso coperto da una maschera di legno e che poi alla fine ho scoperto che era stato anche rinchiuso in una bottiglia di vino e che poi me lo sono bevuto, penso proprio che mi prendereste per un pazzo.
Ma alla fine è tutto vero. Questo racconto fantasy si è verificato in un piccolo paese della Sardegna centrale, nella Barbagia in provincia di Nuoro, conosciuto proprio per queste tipiche maschere carnevalesche ma famoso anche, e aggiungerei soprattutto, per essere terra indiscussa di Cannonau e di tanti bravi viticoltori: sto parlando ovviamente di Mamoiada.

Ci troviamo dinanzi a un paese di 2500 abitanti, pregno di storia e di tradizioni, che da sempre si è dedicato alla viticoltura, non per fini commerciali ma perché avere una vigna con cui produrre il vino per il consumo famigliare, rappresentava un qualcosa d’irrinunciabile e di rilevanza sociale.
La fortuna che ha avuto questo lembo di terra è che madre natura al momento di elargire i propri doni, è stata molto generosa, regalando condizioni ottimali per una viticoltura di alta qualità.
Vigneti che si spingono anche fino ai 1000 metri di altitudine, con una media di 736 metri. Terreni da disfacimento granitico, sabbiosi, acidi e ricchi di potassio. Ceppi con esemplari che vanno dai 50 ai 100 anni di età, tutti allevati rigorosamente ad alberello basso. Una scarsa piovosità primaverile. Escursioni termiche elevate fra il giorno e la notte che regalano profili aromatici importanti alle soglie della vendemmia.
Tutti questi elementi rendono quest’ambiente perfetto per la coltivazione del Cannonau con terreni che molte volte, in caso di forti pendenze, sono lavorati ancora con aratro e buoi e scalzati a mano con le zappe.
Una viticoltura insomma che non ha scelto la strada del biologico, ma è stata beneficiata da condizioni che non possono che portare a una viticoltura naturale dove la chimica e le sostanze di sintesi sono il demonio da tenere a debita distanza.
Il vino è da sempre protagonista a Mamoiada ma la storia del Cannonau imbottigliato e commercializzato è recente e ha il suo inizio solo nel nuovo millennio.

Oggi i vigneti si estendono per circa 400 ettari con oltre 200 realtà famigliari che coltivano la vigna e 30 cantine che imbottigliano i loro vini per un totale di circa 400.000 bottiglie.
Nel 2015 è nata Mamojà, un’associazione fondata dai produttori e viticoltori di Mamoiada che con i loro vini vogliono valorizzare, promuovere e preservare il territorio, e che mette in evidenza il profondo senso di appartenenza e la grande unione che caratterizza le genti di questa terra.
Ogni gruppo coeso ha un elemento catalizzatore, una leadership naturale guadagnata sia per aver avuto per prima una visione sia per la grande capacità di erigersi a modello positivo cui ispirarsi: nel caso della Mamoiada la famiglia Sedilesu, con la sua cantina e i suoi vini, incarna indiscutibilmente questo importante ruolo.
La storia vitivinicola della famiglia Sedilesu ha inizio negli anni ’70 con Giuseppe Sedilesu. Inizialmente a causa delle scarse risorse economiche che non gli permettono l’acquisto della proprietà, inizia a lavorare il primo ettaro di vigneto solo in regime di mezzadria. Soltanto dopo oltre venti anni di lavoro, Giuseppe riesce ad acquistare cinque ettari grazie a duri sforzi e alla produzione di sfuso, che vende nei paesi vicini e con cui provvede al sostentamento della moglie Grazia e dei tre figli Salvatore, Francesco e Antonietta. Il duro lavoro e la grande passione portano la famiglia Sedilesu ad avere una crescita costante che li porterà nel 2000 a imbottigliare le loro prime 1000 bottiglie di Mamuthone, il Cannonau simbolo della produzione.

La Cantina oggi è condotta da Salvatore Sedilesu, in collaborazione con i fratelli e le rispettive famiglie che stanno comunque iniziando a seguire, in parte, un proprio percorso personale pur restando ancorati sempre alla casa madre. Nel 2009 è stata costruita la nuova cantina e avviato l’attività agrituristica ed enoturistica.
Gli ettari vitati sono 12 e una parte delle uve sono acquistate dal territorio mamoiadino, non facendo venir meno gli elevati requisiti qualitativi.
Oggi la produzione media è di circa 100.000 bottiglie che si pensa di incrementare a 150.000 con la nuova vendemmia.
Le scelte tecniche in cantina, fermentazioni spontanee (senza aggiunta di lieviti selezionati), filtrazioni leggere, l’uso equilibrato delle botti, danno un segno distintivo ai vini Sedilesu, riconoscibili indiscutibilmente come prodotti tipici del territorio.
A farla da protagonista ovviamente è il Cannonau con varie versioni, che spaziano da vini più freschi ad altri più moderni, per arrivare a riserve da viti centenarie.
Fra i vini più rappresentativi della linea di produzione, il Mamuthone è sicuramente il simbolo della cantina. Richiama con tale nomignolo il termine dialettale delle maschere carnevalizie tipiche del paese. E’ un vino rosso di grande struttura, invecchiato in botte per 12 mesi, dal tannino penetrante e dalla coinvolgente trama. Molto lungo e persistente. Elegante e di grande freschezza e bevibilità.

Il Cannonau Riserva Ballu Tundu invece è un vino rosso potente, nato da vecchi alberelli sardi di più di cent’anni, vinificato con lunga fermentazione e maturato per 24 mesi in botte. I profumi sono ricchi e intensi, di frutta rossa matura e spezie dolci e il gusto è strutturato, potente ed equilibrato. Un grande vino.
Dal 2002 è iniziata la valorizzazione della Granazza, un vitigno autoctono che un tempo veniva lavorato in uvaggio, essendo le sue viti dislocate a macchia di leopardo in mezzo a quelle del Cannonau, e quindi vendemmiate e vinificate assieme. Vista la scelta attuale di vinificare 100% di Cannonau, le uve di Granazza oggi sono raccolte per ultime, surmature e vinificate in purezza, ottenendo dei vini bianchi di straordinaria qualità, vinificando sia con macerazione sulle bucce sia in modo tradizionale.
I due vini in bottiglia, il Perda Pintà e il Perda Pintà sulle Bucce, maturano in barrique ma con tempi diversi; un anno il primo e due anni il secondo. Il primo, che conserva un leggero residuo zuccherino, viene filtrato mentre il secondo non ne ha bisogno perché secco e stabile dopo due anni passati in barrique.
In conclusione posso solo augurarvi di fare presto una visita a Mamoiada in modo da conoscerne personalmente la sua storia e le sue tipicità, e se dovreste avere la fortuna di incrociare un Mamuthone non spaventatevi, il mio consiglio è di fare amicizia e magari bere assieme a lui un buon calice di Cannonau.

DIALOGANDO CON SALVATORE SEDILESU
Il blocco causato dall’emergenza coronavirus ha messo purtroppo in grossa difficoltà tutto il sistema economico e il mondo del vino, con flussi turistici bloccati e ristoranti chiusi, ha dovuto pagare anch’esso un grave prezzo.
Quali difficoltà state affrontando e come vi state organizzando per affrontare la ripresa?
La chiusura dei punti vendita e dei ristoranti di fatto ci ha impedito di avere dei rapporti commerciali creandoci ovviamente dei problemi economici. I ristoratori cui avevamo già consegnato il vino ci hanno telefonato pregandoci di tenere fermo l’assegno di pagamento perché altrimenti sarebbero andati in difficoltà.
Il sistema italiano com’è oggi strutturato purtroppo non prevede un paracadute che faccia fronte a una carenza di liquidità. Bastano 2-3 mesi per andare in sofferenza. La nostra vendemmia 2019 è stata eccellente quindi commercialmente c’erano ottime prospettive dopo un 2017 scarso e un 2018 disastroso dove abbiamo raccolto solo un 20% della produzione media e imbottigliato solo 17000 bottiglie di Sartiù, il nostro vino “da beva” quotidiana.
Per fortuna la nostra azienda ha puntato quasi da subito sui vini da invecchiamento, andando controcorrente rispetto alla cultura del territorio dove da sempre si vendemmiava a ottobre, si assaggiavano i vini a Natale e già a Pasqua si beveva il vino.
Il poter avere in cantina riserve e annate precedenti da vendere sono state una sorta di nostro paracadute economico. Aspettare che il vino maturi e si evolva, prima di venderlo, è una cosa in cui crediamo perché volendo parlare in termini marinari “se si beve un vino dopo sei mesi, sarebbe come sparare a una cernia quando ha mezzo chilo mentre aspettando, potrebbe arrivare a pesarne venti e quindi essere molto più appetibile”.
Ritornando al discorso Covid, un’azienda con nove dipendenti e degli impegni con gli istituti bancari, se non incassa, comincia ad aver problemi a far quadrare i conti.
Il virus ha fermato l’economia ma non la natura. I lavori in vigna sono dovuti andare avanti, e anzi abbiamo approfittato per finire qualcosa che avevamo in sospeso, anche se non abbiamo potuto usufruire della manodopera esterna, giacché durante il lockdown potevano lavorare solo i nostri dipendenti.
Adesso tutto è ripartito, anche se in maniera lenta e graduale, ma l’importante è far girare un po’ l’economia per garantire la liquidità necessaria alle imprese per tenersi a galla, mandare avanti il lavoro e pagare i dipendenti. Questa è la priorità in questo momento.

Gli esperti del mondo del vino conoscono bene la Mamoiada, le sue ricchezze e le grandissime potenzialità quando si parla di viticoltura.
Se ti nominassi testimonial promozionale della tua terra, cosa cercheresti di comunicare in primis per far innamorare e incuriosire chi ancora non ha avuto modo di venire in contatto con questo meraviglioso lembo di terra di Sardegna?
È la terra dove sono nato e quindi per me è facile e sono orgoglioso di poter esserne testimonial. Sicuramente è un lembo di terra che molti trovano piacevole da visitare e da vivere. Io ho visitato la Toscana, le sue belle colline, i suoi casali, i picchi dai quali osservare le distese di vigneti, ma sinceramente posso dire che non abbiamo nulla da invidiare a una delle zone d’Italia che riscuote, giustamente, i più ampi consensi.
Arrivando da Nuoro si vedono le colline che pian pianino si alzano.
Mamoiada si trova sui 650 metri con le vigne che iniziano da 600 per arrivare agli 850 metri. Il paese sta parte in una conca e parte un po’ fuori con un microclima che permette di coltivare bene sia le vigne alte sia quelle più basse. Questo garantisce una compensazione, con un intervento diverso dei vari vigneti che mitigano eventuali criticità dell’annata grazie ad un lavoro di squadra che permette di ottenere un perfetto equilibrio. Con un’agricoltura semplice, naturalmente biologica come la nostra, si riesce ad avere un ottimo equilibrio, una riconoscibilità della singola annata oltre che una fedele rappresentazione della tipicità del prodotto.
Siamo un territorio che fa della semplicità la sua forza. Negli ultimi tempi abbiamo cercato di essere attrattivi con le sagre e gli eventi. L’anno scorso abbiamo lavorato tantissimo con l’accoglienza e abbiamo dovuto anche assumerne un ragazzo nuovo.
Viviamo la centralità della Sardegna che ci consente di avere sia la collina sia la montagna a 15 km, con le vette più alte della regione che per un mese sono innevate e quindi portano benefica freschezza e umidità. Poi è giusto ricordare che se prendiamo la macchina in mezzora siamo già al mare.
Questa centralità ci permette di essere raggiunti facilmente dai turisti che si spostano fra le varie zone di vacanza, e difatti quello che direi all’ospite, è di non farsi mancare questo territorio e quindi la possibilità di godere della nostra accoglienza. Un invito semplice ma genuino come siamo noi.

Il Cannonau è l’indiscusso protagonista della vostra azienda ma anche di tutto il territorio della Mamoiada.
Quali sono le caratteristiche principali di questo vitigno e quanto diversi sono i vini che escono dalle vostre cantine rispetto a quelli di altre zone della Sardegna?
A Mamoiada ci troviamo nel cuore della zona classica. Oggi abbiamo la consapevolezza di essere usciti da un deleterio campanilismo, e grazie anche alle persone che si sono avvicinate ai nostri vini, a chi ci viene a trovare, abbiamo capito di essere in un territorio dove il Cannonau ha trovato una sua espressione di eccellenza.
Per fare buoni vini ci vuole anche la sapienza dell’uomo perché le vigne non si coltivano e vendemmiano da sole e noi facciamo di tutto per custodire il patrimonio naturale a nostra disposizione seguendo una viticoltura naturale, intervenendo il meno possibile in cantina beneficiando di fermentazioni spontanee da lieviti indigeni, senza chiarificazioni e filtrazioni spinte, vinificando il Cannonau in purezza. In due parole: semplicità e sapienza nel fare le cose.
È giusto rimarcare che siamo la viticoltura più alta della Sardegna dove ci sono notevoli differenze di temperature fra le stagioni e fra il giorno e la notte. Siamo dentro a una conca protetta dai venti forti che però gode di una buona ventilazione.
I vigneti, piccoli appezzamenti, sono situati in zone diverse con esposizioni e terreni variegati (originati dal disfacimento granitico) andando dal basso verso l’alto della collina dove cambia anche la resa secondo la posizione. Questo crea un equilibrio e una compensazione continua.
Oggi creiamo degli ottimi vini che puntano a evolversi e migliorare nel tempo, ma non è stato sempre così perché una volta ci accontentavamo di fare prodotti semplici di pronta beva, vini alle volte stonati, con residui zuccherini, poco alcolici. La continua ricerca e sperimentazione ci hanno portato a produrre vini più muscolosi, più alcolici che però hanno mantenuto intatta la loro acidità, freschezza, eleganza e bevibilità, termine quest’ultimo che ritengo molto importante.
Se devo parlare delle differenze con i Cannonau di altre zone, non posso esimermi dal dire che per ottenere dei vini di eccellenza ci deve essere il territorio adatto. Se noi ci mettessimo a coltivare Vermentino, Cagnulari, Monica, Carignano non otterremmo dei risultati soddisfacenti e dei vini che rappresentino al massimo le potenzialità dei vari vitigni. Quindi altre zone che coltivano il Cannonau, ovviamente, devono scendere a dei compromessi ed è difficile che riescano a rappresentare la vera anima del vitigno, si tratta più di un discorso di business che di valorizzazione della tipicità.
Purtroppo nella DOC il Cannonau conserva ancora la possibilità di un taglio del 10% – 15% con altra tipologia ammessa, molte volte non di grande qualità, che serve per smussare e correggere certe imperfezioni che però alla fine non fanno che snaturare le caratteristiche del vino.
Il vero Cannonau, quello di Mamoiada e dintorni, deve aver sì struttura e alcol ma i suoi profumi devono essere delicatissimi, con colori non intensi e con una spalla acida che ne permette una grande bevibilità e longevità.

Il Cannonau è il re incontrastato, ma la Sardegna in generale oltre ad essere una terra dalle innumerevoli ricchezze storiche, culturali, paesaggistiche, è anche famosa, se si parla di vino, per la grande varietà di vitigni autoctoni.
A questo riguardo, in Mamoiada ha iniziato a ritagliarsi un suo spazio rilevante, un vitigno la cui vinificazione in purezza è stata riscoperta da poco: sto parlando della Granazza.
Ci racconti qualcosa di questo vitigno e quali sono le sue potenzialità e prospettive a medio lungo termine?
Per collocare storicamente la Granazza bisogna far riferimento ai vigneti antichi in quanto da sempre le viti si trovano dislocate in maniera disordinata in mezzo a quelle del Cannonau.
La Granazza era piantata volontariamente per migliorare i processi d’impollinatura e fioritura, ma secondo me questa è la causa minore. Una spiegazione più plausibile, confermata anche da degli studi, è che sia una presenza causale.
Il ceppo della Granazza non si distingue da quello del Cannonau e la differenza si nota solo quando l’uva matura e chiaramente uno è a bacca rossa mentre l’altro a bacca bianca. Anche dopo la vendemmia non ci vuole molto perché diventino indistinguibili. Quando si andava per la vigna a raccogliere tralci per creare innesti e nuovi portainnesti, se non si erano preventivamente marcati i differenti tipi di viti, si prendevano su inevitabilmente anche quelli di Granazza con il risultato di avere in futuro una certa percentuale in vigna anche di questa tipologia.
Studi fatti dall’Ente Agrario e da un’agenzia hanno permesso di catalogare ben trenta rari vitigni autoctoni, fra cui la Granazza che così l’anno scorso è stata iscritta ufficialmente all’albo nazionale dei vitigni. E’ buffo pensare che risulti il parente più stretto del Cannonau, nato da una variazione antica per uno scherzo della natura che ha portato ad avere due vitigni molto simili con bacche però di colore diverso.
Tornando ai giorni nostri, avendo scelto la strada del Cannonau in purezza, restava il problema di cosa fare della Granazza, poiché nel passato non aveva mai goduto di grandi estimatori, considerata un intruso di basso livello che però inevitabilmente finiva nell’uvaggio visto che era vinificata assieme al Cannonau.
Quando abbiamo iniziato, quasi senza convinzione, a vinificarla in purezza, in poco tempo abbiamo iniziato a capire che invece le potenzialità erano enormi. Non avevamo però una cultura e nemmeno la tecnologia per produrre i vini bianchi, ad esempio per riuscire a contenere le temperature, e quindi l’unica strada era di vinificarla in modo semplice, similmente ai rossi.
Da prove ed esperimenti è nato il Perda Pintà, espressione delle viti vecchie, vinificato in due versioni con macerazione sulle bucce e senza macerazione che ben presto ha iniziato ad avere i consensi degli appassionati e anche delle guide di settore. Visto l’ampio favore della critica e dei consumatori, abbiamo iniziato a produrre vini anche dalle viti più giovani, imbottigliati sotto l’etichetta Granazza (anche in questo caso con la variante sulle bucce) nome che univocamente dà la riconoscibilità al vitigno.
Oggi sono in molti ad avere vigneti interi di Granazza e sull’onda del successo molti stanno piantando nuova vigna.
La percentuale di crescita è molto forte se si pensa che su 10 ettari nuovi, 3 sono di Granazza.

Siete l’azienda della Mamoiada che prima di tutti ha creduto nelle potenzialità dei vini di questa terra ed ha iniziato a imbottigliargli e commercializzarli anche fuori dalla regione e all’estero.
Quanto è impegnativa la comunicazione di un piccolo territorio che si trova ad affrontare i mercati globali con prodotti unici, ma dai piccoli numeri, in contesti dove la concorrenza è aspra e l’offerta generale, molte volte, superiore all’effettiva richiesta?
Noi siamo nati volendo sperimentare la vendita del vino in bottiglia ma rivolgendoci al mercato locale della nostra regione. La Sardegna è nota essere terra molto apprezzata dai turisti e quando qualcuno assaggiava i nostri vini e ne era piacevolmente colpito, una volta a casa li cercava nei ristoranti e nelle enoteche delle proprie zone. Così aumentando i consensi parallelamente sono aumentate anche le richieste. Per farci conoscere ci siamo buttati, con coraggio e un po’ d’incoscienza, da subito nell’esperienza del Vinitaly, nonostante che al tempo potessimo presentare un solo vino. Addirittura la prima volta ci siamo presentati per una degustazione con un vino che non avremmo potuto commercializzare per mancanza di bottiglie da vendere.
Però agli inizi la comunicazione non è stata facile perché non ci aspettavamo quest’attenzione dalla penisola e dall’estero. A piccoli passi siamo riusciti a trovare una nostra dimensione, grazie anche al prezioso aiuto di Yanni, la nostra responsabile commerciale che grazie alla conoscenza delle lingue e competenza è riuscita a facilitarci i contatti con i mercati esteri.
Ovviamente essendo un’azienda medio-piccola non possiamo rivolgerci a mercati che vogliono grandi numeri a bassi prezzi, ma dobbiamo puntare su settori un po’ più di nicchia, fermo restando che ancora oggi il 50% del nostro vino è venduto in Sardegna.
Comunicare il territorio di Mamoiada diventa più facile quando non solo i nostri vini ma anche quelli di tutti i produttori iniziano a riscuotere interesse. Chi non conosce Mamoiada conosce però, di sicuro la Sardegna e la Costa Smeralda e quello è il punto di partenza per almeno inquadrarci geograficamente. Poi il fatto di essere un posto di turismo molto ambito, aiuta perché il turista straniero è sempre molto curioso e ha sete di cose ed esperienze nuove. I Mamuthones ad esempio sono un’ottima promozione perché sono diventati protagonisti di una tradizione molto conosciuta anche al di fuori dei confini regionali e molta gente viene a vedere il carnevale e le nostre maschere caratteristiche.
Insomma abbiamo un territorio che riesce a offrire natura, cultura ed enogastronomia, e questo è sicuramente un volano importante per far conoscere anche i nostri vini di Mamoiada.
Altitudini medie di 736 metri sopra il livello del mare. Forti escursioni termiche fra il giorno e la notte. Viti ad alberello che in alcuni casi arrivano ad avere fra i 50 e i 100 anni di età. Lavorazioni della terra fatte ancora con aratro e buoi e comunque esclusivamente manuali. Assenza totale di chimica e trattamenti che alle volte sono vicini allo zero.
Si può dire che in un periodo in cui giustamente si pone sempre di più l’attenzione su tematiche che riguardano il biologico, il rispetto e la tutela ambientale, la necessità di un’agricoltura sana e pulita che rispetti la biodiversità, la Mamoiada abbia avuto la fortuna di partire in netto vantaggio perché le caratteristiche del territorio, da sempre, hanno portato ad avere una viticoltura che rispettasse tutti questi canoni?
Le caratteristiche del territorio e la cultura stessa delle persone ci hanno portato quasi in modo naturale verso questa direzione, fino a diventare un punto di riferimento per altre zone della Sardegna. La natura ci ha donato condizioni che facilitano la via del biologico, della qualità e della completa negazione di metodi chimici e di sintesi. In alcuni vigneti la scelta dell’aratro e dei buoi è obbligata perché fra i ceppi stretti i trattorini non sono impiegabili. Oggi però sono restati in pochi a utilizzare i buoi in vigna, sia perché è un mestiere che oramai fanno in pochi sia per i costi, perché è quasi più economico mantenere una Ferrari che una coppia di buoi e inoltre è più complicato spostarli nelle varie zone di lavoro rispetto al passato.
Resta il fatto che le lavorazioni dei vigneti più vecchi rimangono completamente manuali, con l’uso molto spesso anche della zappa.

L’azienda è a base famigliare. Giuseppe e Grazia i padri fondatori che oggi hanno trovato continuità al loro progetto nei figli Antonietta, Francesco e Salvatore, coadiuvati dalle dolci metà Emilio, Rosa Mariella e tutte le rispettive famiglie.
Si può dire che accanto alle componenti ambientali e territoriali, la vera forza dell’azienda Sedilesu sia rappresentata dal forte legame famigliare e da radici resistenti e profonde da sempre in simbiosi con il proprio territorio?
La storia dell’azienda Sedilesu inizia con i nostri genitori Giuseppe e Grazia cui man mano ci siamo uniti noi figli a dare il nostro contributo in vigna e cantina in un rapporto di amore e qualche volta odio perché la nostra giovane età di ragazzi, con tanta voglia di divertirsi, si scontrava con gli impellenti impegni della vita di campagna. Ma nonostante il lavoro fosse faticoso, la passione e l’amore per questo mondo non sono mai mancati e l’unione famigliare è stata fondamentale per il processo di crescita cui abbiamo assistito.
Adesso stiamo vivendo un fenomeno che l’architettura fiscale definisce gemmazione di azienda e che, di fatto, identifica una casa madre e due nuove realtà che gemmano. L’azienda madre continua cambiando l’assetto societario e all’interno delle due nuove realtà entrano le singole componenti famigliari delle stesse. Strade diverse che però mantengono saldo il legame con la casa madre e il suo brand.
Possiamo però dire che a Mamoiada siamo come in una grande famiglia allargata, dove la collaborazione e massima e dove si cerca di mettere a disposizione i propri spazi e le proprie attrezzature anche a chi al momento non dispone di quanto necessario per vinificare e imbottigliare i propri vini, perché se si riesce a fare sistema, producendo tanti ottimi prodotti, a trarne benefici sarà tutta Mamoiada.

Producete varie etichette dove il protagonista è sempre il Cannonau ma proveniente da vigneti diversi e con vinificazioni che utilizzano tempi di macerazione e contenitori di maturazione differenti.
Qual è il tuo vino preferito fra tutti quelli che producete e perché?
Il Sartiù, Mamutone e Ballu Tundu sono il primo gruppo che ha differenziato le etichette producendo vini da viti di età differenti, partendo da quelle più giovani per il Sartiù fino ad arrivare a viti centenarie per le riserve. Nel 2010, per le caratteristiche dell’annata, abbiamo prodotto solo riserve, ed è ancora in commercio il “Giuseppe Sedilesu 2010”, vino di grande spessore da viti vecchie.
Il Carnevale rappresenta invece un’apertura per distaccarsi da una tradizione che non vuole l’influenza della barrique. Nasce come studio ed è subito un successone dalla prima annata, fino a primeggiare, addirittura, in un concorso sul più famoso e affermato Turriga. Un esperimento che è proseguito per le tante richieste arrivateci, e oggi un 15-20% della nostra produzione finisce sotto l’etichetta del Carnevale.
Poi abbiamo un vino che si chiama Grassia: la fermentazione spontanea non sempre porta il livello di zuccheri a ottenere un vino secco, e quando è successo di avere una vinificazione con un residuo zuccherino definitivo, abbiamo deciso di dedicare a nostra madre Grazia il vino che come lei e sì di struttura ma anche di delicata dolcezza.
Difficile dire quale sia il mio vino preferito. Io bevo saltuariamente tutti i vini, per tenermi aggiornato sul loro stato evolutivo. Diciamo però che in questo momento il Ballu Tundù 2015 è una spanna superiore rispetto a tutti gli altri, grande annata e grande espressione di Cannonau. Dal lato affettivo però il Mamuthone è sicuramente quello cui sono più legato per essere stato il nostro primo vino imbottigliato, quello che ho iniziato a commercializzare e ci ha fatto conoscere al pubblico, ed è quel vino che dopo il Sartiù rappresenta in nostro pane quotidiano dal punto di vista delle vendite.
Adesso t’interrogo e mi devi fare una breve descrizione di tre tipologie di Cannonau della vostra produzione e il tuo abbinamento ideale con ciascuna di esse.
Cannonau Carnevale. Cannonau Mamuthone. Cannonau Ballu Tundu.
Il Mamuthone lo abbinerei con una bella bistecca alla brace. Il Ballu Tundu a una pecora bollita con patate e cipolle o anche al maialino. Il Carnevale alla selvaggina e ai formaggi stagionati.
Già che ci siamo aggiungo la Granazza con formaggi freschi, mentre la Granazza sulle bucce con formaggi più stagionati. ll Perda Pintà che ha residui zuccherini più importanti arriva addirittura fino alla sebadas se non sono troppo affogate di miele e zucchero.

C’è un sogno nel cassetto o un progetto ambizioso che vorresti realizzare per te, per l’azienda e tutta la famiglia Sedilesu?
Sicuramente consolidare la struttura di accoglienza.
Abbiamo già iniziato a muoverci: un casale è stato appena ristrutturato, poi abbiamo un vigneto nuovo, dove c’è una di quelle casette contadine che ci serviranno per offrire in modo semplice una vacanza speciale ai nostri ospiti in mezzo alla natura a godersi il panorama di Mamoiada.
Ma la mia passione oltre il vino sono i tessuti, infatti, il mio sogno nel cassetto è che la cantina possa avere nel suo brand anche una linea di tessuti di abbigliamento, sia da lavoro sia da festa.
Già adesso mi diletto a rifinire le cassette dei magnum dei nostri vini con il tessuto tipico dei vestiti sardi. Mi sembra un modo originale per personalizzare ogni magnum con un rivestimento che cambia tipo di tessuto per ogni tipologia di vino in modo da rendere unica ogni confezione.
Questa cosa era nata quasi per scherzo con un certo numero di bottiglie, poi ho dovuto continuare perché i clienti si erano abituati bene ed esigevano il tessuto come abitudine consolidata. Vista la mia passione, la cosa ovviamente mi ha fatto molto piacere.
Stefano Cergolj

