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Assaggi dall'Italia e dall'EsteroAzerbaijanIl vino nel bicchiere

Quegli italiani che fanno il vino nel Caucaso dell’Azerbaigian…

cartina stati del Caucaso

Fin dall’inizio della pandemia, per superare i lockdown a ripetizione e riuscire comunque a passare qualche ora in compagnia, ci eravamo inventati un ”aperiSkype” della domenica da Antonella, diventato ben presto l’appuntamento fisso per goderci qualche buona bottiglia a distanza grazie ai collegamenti gratuiti audio e video di Skype. Il cosiddetto zoccolo duro degli amici partecipanti è sempre stato aperto anche ad altri, proprio come una tavolata in cui s’affaccia qualche altro ospite che, richiamato dalle simpatiche chiacchierate davanti ai calici (sempre pieni, ma sempre vuoti) è sempre il benvenuto. Il buon vino, si sa, è il migliore catalizzatore sociale.
E così alla prima apertura dei confini, con il riconoscimento della zona bianca dappertutto e con il ripristino della libera circolazione fra i vari Paesi europei, ci siamo ritrovati per due giorni di buone bottiglie da stappare e qualche eccellente sfiziosità casalinga da mettere sotto i denti.

Karabach

Provenendo in auto dalla Polonia, Claudia mi aveva chiesto di portare una bottiglia ”strana”, oltre alla vodka di puro grano e alle birre scure del Baltico. Per ”strana” intendeva fuori dal comune e ho pensato che, siccome anche in Italia ormai si trovano più facilmente i vini dei Paesi dell’Europa Orientale, ci voleva qualcosa un po’ più in là, tipo Crimea, Georgia, Daghestan, Armenia o giù di lì. Le enoteche di Bielsko-Biała, dove abito, sono rifornite sempre meglio, come quelle di tutta la Polonia del resto, di vini che arrivano dal Caucaso e che incuriosiscono davvero. Quella terra è considerata la culla della vitis vinifera e sicuramente vi si faceva il vino già all’epoca di Noè e del diluvio universale. Sono stati gli antichi Greci prima e poi anche i Fenici e i Romani a trasportare barbatelle da laggiù per tutta l’Europa occidentale, ma anche nell’Africa settentrionale. Poi sono stati i tartari e le loro carovane a portarle lungo la via della seta fino in Cina. Ogni vino che conosciamo ha i suoi antenati laggiù, fra le terre emerse su cui si dice che sia ammarata l’Arca di Noè.
Il fascino dei vini del Caucaso, che bevo e di cui scrivo da più di vent’anni, è qualcosa d’irresistibile ed è capace anche di dirigere la penna e la tastiera dei viandanti bevitori come me per farsi raggiungere dagli enoappassionati più curiosi. Il 15 novembre 2002 a San Miniato, nell’ambito della Mostra Nazionale del Tartufo Bianco delle Colline Sanminiatesi e della seconda edizione del ”Premio Sapori dal Web”, mi hanno assegnato il primo premio (un grande tartufo bianco) come ”personaggio URL” dell’anno per la mia rubrica ”Speciale Europa dell’Est” su Enotime.it proprio per lo spazio che ho dato a quei vini orientali, anticipando i tempi per dare modo a tutti di abituarsi ad accogliere anche da noi i frutti di quella civiltà enologica.

La tenuta della Xan 1860 dove si fanno i vini Karabach
La tenuta della Xan 1860 dove si fanno i vini Karabach

La rubrica, infatti, in un paio d’anni era diventata una delle più seguite sia dai consumatori che dagli addetti ai lavori. Gli argomenti trattati a volte avevano portato allo scoperto alcune delle problematiche più scottanti, tanto che si erano mobilitati perfino l’Istituto per il Commercio con l’Estero e la Federdoc nel mandarci richieste di maggiori delucidazioni e sempre con tanti complimenti per l’accuratezza del lavoro svolto, come aveva fatto pure Gino Veronelli, vincitore anche lui di un primo premio come ”sito vino docg”, stava già poco bene, era spesso a letto con la febbre e così non abbiamo alla fine potuto andare insieme a ritirarlo come invece avevamo preventivato.
Quel giornalista anarchico che mezzo secolo fa era perseguitato da diversi tribunali perché non era mai stato incline ai compromessi, agli inizi degli anni ’70 in un bar all’angolo tra via Ampère e via Porpora a Milano mi aveva aperto un mondo offrendomi la prima bottiglia con l’etichetta nera della mia vita, il Brusco dei Barbi, un vino che definiva il primo supertuscan. Diventato famoso in seguito a una bella serie televisiva sul vino con Nichi Stefi e trasferitosi a Bergamo, non si era però dimenticato di quella zona popolare e aveva dato il suo importante sostegno alle prime edizioni autogestite dell’enogastronomia eversiva ”La terra trema” al Leoncavallo, uno spazio pubblico a lungo occupato per il quale hanno dato la vita due ragazzini come Fausto e Iaio che non posso dimenticare.

La tenuta Ismayilli Sharab 2 dove si fanno i vini Chabiant
La tenuta Ismayilli Sharab 2 dove si fanno i vini Chabiant

E così, un po’ per ricordare gli inizi della mia avventura con il vino da descrivere on line e un po’ anche per festeggiare il traguardo dei miei primi 1.000 articoli sul Web, invece di portare a Portogruaro una bottiglia che poteva essere ”strana” soltanto per gli altri amici, ero riuscito a scovane ben due che erano ”strane” anche per me, completamente sconosciute, dunque da stappare, godere e commentare ”al buio” come una vera sorpresa. Si trattava di due vini che provenivano da un Paese che si trova sulla riva occidentale del mar Caspio, tra il Daghestan e l’Iran, l’Azerbaigian, una terra che ai tempi dell’Unione Sovietica, quando si chiamava Azərbaycan Sovet Sosialist Respublikası, era una delle più grandi regioni di produzione di uva e di vino già da quattro millenni, come testimoniano i reperti ritrovati negli scavi archeologici negli insediamenti di Kültəpə, Qarabağlar e Galajig.
I vini fatti dall’uva in Azerbaigian si chiamano sharab, mentre i vini prodotti da altri frutti, tra cui le ciliegie, le mele, le more e i melograni, si chiamano nabiz. Attualmente ci sono più di 450 differenti tipologie di uva da vino, sia della vitis vinifera che delle viti selvatiche (p. es. sottospecie amurensis, berlandieri, labrusca, riparia, rupestris…). Di recente, però, hanno un buon successo quelle che producono i vini che incontrano consensi maggiori all’estero, come l’internazionale pinot noir e l’autoctona madrasa. E proprio questi due vini ho portato a Portogruaro, senza averli mai degustati prima, fidandomi del giudizio degli amici molto più esperti di me in fatto di vino, quelli che mi circondano nelle fotografie, ma ancora non sapevo che a farli laggiù sono andati tecnici agronomi ed enologi italiani che collaborano attivamente sul posto con personale azero.

Karabach 5

Pinot Noir Karabach 2018 Xan 1860
Xan 1860 Göygöl Şərab ha una storia enologica in Azerbaigian già da 150 anni, infatti è stata fondata nel 1860 da alcuni immigrati tedeschi che si erano stabiliti nella provincia di Yelizavetopol della regione di Göygöl e avevano creato l’insediamento di Yelenendorf, prima con le cantine di Schwab e due anni dopo anche con quelle di Vohrer e di Hummel.
Il vino di queste aziende veniva venduto a Ganja, Baku, Tbilisi, San Pietroburgo, Mosca, Kiev, Odessa, Tomsk e Batumi. Dopo la rivoluzione bolscevica, sulla base di questi impianti l’8 agosto 1922 era sorta la cooperativa Konkordiya, allora la più grande azienda vinicola dell’intera regione del Caucaso, che esportava anche in Germania e nei Paesi Bassi e che nel 1980 era diventata il terzo produttore di cognac e vino di tutta l’Unione Sovietica ricavati da 1.500 ettari di vigneto con una resa media di 286 quintali per ettaro.
Escludendo il cemento armato e i contenitori grezzi, la capacità totale delle sole botti di rovere per lo stoccaggio era di 100.000 ettolitri e la capacità ulteriore dei serbatoi di acciaio e delle bottiglie di vetro era di 120.000 ettolitri. Oggi gli ettari vitati sono diminuiti a 517, ma le capacità di stoccaggio sono rimaste le stesse, anche se le rese sono diminuite parecchio per favorire maggiormente la qualità, oggi assicurata da Samoxina Nadejda, Nadezhda Vasilievna e Rasim Ömərov.
Il Pinot Noir della linea ”Karabach” 2018 è ottenuto da uve coltivate alle pendici del Piccolo Caucaso nelle terre di Ganja, a 600 m sul livello del mare. I grappoli sono raccolti e selezionati a mano e raccolti sotto le cure di esperti italiani e con l’uso di attrezzature tecnologiche italiane. Il colore è quello tipico dei pinot noir, rosso rubino trasparente e, come ha ben sottolineato Silvia, il vino sprigiona un profumo di chiodi di garofano e pepe nero che apre un bouquet di aromi di ciliegia rossa matura, ribes nero e sfumature di prugna. È un vino delicato e piacevole a una temperatura di servizio di 18°C. Perfetto per anatra e pollo, piatti di funghi e formaggi, ma anche con le chioccioline di mare alla caorlina non era male, vero Claudia? Tenore alcolico del 13%.

Madrasa 2018 Chabiant

Madrasa 2018 Chabiant
I vini con il marchio Chabiant, una nuova linea per i mercati locali e internazionali lanciata nel 2017, sono prodotti dalla cantina Ismayilli Sharab 2, in Azerbaigian, una società pubblica fondata nel 1982 nella regione di Ismayilli, in Azerbaigian, completamente ammodernata e rinnovata nel 2010 la cantina è stata ammodernata e rinnovata la sua attrezzatura di produzione. La cura e la gestione dei 270 ettari di vigneti di cui 150 in biologico, situati proprio alle pendici meridionali del Grande Caucaso tra i 600 e i 1.000 metri di altitudine, tutti reinnestati in conformità con le ultime tendenze vitivinicole dell’Europa occidentale, è affidata alle cure di esperti ed enologi italiani sul posto.
Queste colline godono di un clima ben moderato dalla pioggia e con una giusta escursione termica tra il giorno e la notte, quindi forniscono le migliori condizioni per ottenere uve sane e mature che vengono trasformate in vini nel profondo rispetto per l’ambiente e combinando tradizioni e innovazioni per riflettere il terroir. Le uve vengono raccolte a mano e i vini sono imbottigliati all’origine in 1 milione di bottiglie con l’obiettivo di arrivare presto a 2 milioni. I vini Chabiant sono stati lanciati come un nuovo marchio in una cantina che ha però una lunga storia di vinificazione che risale agli anni ’80, quando c’era ancora il vecchio vino ”sovhoz” con metodi di lavorazione dell’uva concentrati sulla quantità ma non sulla qualità.
Il cambio di marcia lo si avverte anche nell’ospitalità della guesthouse in un edificio principale con 13 camere (che possono essere utilizzate come singole, doppie e alcune anche triple). Alla casa dell’ospitalità si aggiungono 4 cottage (ciascuno con 2 camere da letto e 1 bagno in comune) che possono ospitare fino a 4 persone. Inoltre c’è un altro grande cottage con 3 camere da letto, un soggiorno, cucina e 2 bagni che può ospitare da 6 a 8 persone. Su richiesta possono essere forniti anche dei letti supplementari.
Il Madrasa 2018 della linea ”Chabiant” è di colore rubino più scuro e concentrato, con riflessi granati. All’attacco un profumo di ciliegie mature e more di rovo con sfumature di rovere americano apre un bouquet di aromi di frutti rossi maturi e in confettura. In bocca c’è un bell’equilibrio tra il tannino morbido e la piacevole acidità. Perfetto con carni bianche al pomodoro, formaggi freschi o mediamente stagionati, ma dovete provarlo anche con crostacei alla griglia.

Mario Crosta

Xan 1860 Göygöl Şərab ASC
Heydar Aliyev avenue 2, AZ2500 Göygöl (AZERBAIGIAN)
tel. +994.12.4041418, tel. export +994.50.2462233
coord. GPS: lat. 40.595140 N, long. 46.319851 E
sito www.xan.az, e-mail info@xan.az

Chabiant winery
Tbilisi avenue 35, ASK Plaza 5th floor, AZ1065 Baku (AZERBAIGIAN)
tel. +994.51.2078911
coord. GPS: lat. 40.391011 N, long. 49.823088 E
sito www.chabiant.az, e-mail info@chabiant.az

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it, nonché per alcuni blog. Un fico d'India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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