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Non c’è proprio verso, i produttori del Roero ce la mettono davvero tutta, eppure ogni anno devono sopportare critiche e maldicenze sui loro vini: chi dice che scimmiotta(va)no il Barbaresco (che a sua volta scimmiotta(va) il Barolo), chi ritiene che gli manchi sempre qualcosa, chi pensa che sono sfigati perché hanno come vicini di casa due colossi, chi preferisce saltare a piè pari l’argomento concentrandosi sulle altre due denominazioni, persino il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero porta il nome per ultimo…Ironia a parte per questa piccola denominazione il confronto non è certamente “alla pari”, i numeri lo evidenziano chiaramente. I vigneti del Roero non arrivano a 200 ettari totali (194), con trecento aziende coinvolte (quindi una media di poco più di 1,5 ettari a produttore) per una produzione totale che si avvicina alle 800.000 bottiglie annue, contro 1.771 ettari a Barolo con 770 aziende e una produzione che ormai sfiora i 12 milioni di bottiglie, 688 ettari a Barbaresco con 500 aziende e oltre 4 milioni di bottiglie. Ma il Roero ha dalla sua un territorio più equilibrato, non ci sono, come nelle altre due denominazioni, vigne fino ai cigli delle strade perché in epoca di vacche grasse il vino andava alla grande, qui il nettare di Bacco è affiancato da altre coltivazioni: la pera madernassa, la pesca, la produzione delle fragole in continua crescita, ci sono i boschi di castagni da cui si ricava la famosa castagna della Madonna, a Corneliano e Guarene si coltivano le mele, insomma è un territorio dove si è mantenuto l’equilibrio produttivo e dell’ecosistema, il che non è poco. Probabilmente questo equilibrio è dovuto, più che alle scelte dei suoi abitanti, alla conformazione e alle caratteristiche del territorio.
Infatti il Roero si è formato in epoca più recente rispetto alle Langhe (Miocene), circa 10 milioni di anni dopo, si estende alla sinistra orografica del fiume Tanaro e risale al Pliocene dell’Era Terziaria (5 milioni di anni fa), testimoniato dall’abbondante lascito di fossili da parte delle acque padane. Terreni più soffici quindi, sabbiosi, non a caso c’è ampia produzione di vini bianchi, soprattutto a base arneis, il vitigno principe di questa zona. Ma anche il nebbiolo trova nel Roero una splendida culla dove nutrirsi e dare vini profumati ed eleganti. La vendemmia 2009 è da considerare sicuramente parte integrante di un cospicuo numero di annate buone e ottime, che si sono succedute a partire dalla 2004. L’inverno è stato caratterizzato da copiose nevicate, mentre la primavera ha goduto di un buon quantitativo di piogge che hanno consentito al terreno di acquisire la giusta riserva idrica per affrontare il periodo estivo. Ed è stata una fortuna, poiché la stagione successiva è passata all’insegna del caldo deciso e prolungato, con rari casi di brevi piogge. La fase di germogliamento primaverile è iniziata in ritardo ma il caldo estivo ha accelerato i ritmi di maturazione portando il periodo di raccolta a partire dal 10 settembre per concludersi a fine mese con il nebbiolo. L’annata si colloca dal punto di vista della maturazione tecnologica tra la 2003 e la 2007: grado zuccherino elevato ma anche ottima percentuale di acidità, ma la vera differenza ancora una volta si è fatta in vigna: laddove gli uomini hanno saputo meglio interpretare l’andamento dell’annata si sono ottenuti risultati migliori, inevitabilmente chi tende a standardizzare il metodo di conduzione è destinato a maggiori difficoltà.
Quello che manca, probabilmente, fra uomini e vini del Roero, pur nella ammirevole coesione – tutt’altro che ottenuta a Barbaresco e a Barolo – è l’elemento trainante, quello che fa parlare di sé e fa da stimolo per tutti gli altri. Certamente Matteo Correggia, prematuramente scomparso, almeno in parte aveva avuto questo ruolo con il suo Roche d’Ampsej, ma forse il suo stile era troppo diverso e personale, difficile seguirlo nel suo percorso di modernizzazione e interpretazione di un nebbiolo “altro”, che trovò nel gruppo “Langa In“, di cui la sua azienda fa tutt’ora parte, una chiara espressione (per intenderci quello di Domenico Clerico, Bruno Rocca, Paolo Scavino, Eraldo Viberti, Pelissero, Parusso, Conterno Fantino, Azelia ecc.). Negli anni passati ebbero il ruolo, nel bene e nel male, di portare l’attenzione sul territorio e sul difficile mondo del Barolo. Già, perché quello “tradizionale” non era facile da capire, non senza una opportuna educazione al nebbiolo di Langa e ai suoi tannini, alla sua fondamentale esigenza di considerare tempo e complessità elementi imprescindibili. In un’epoca che chiedeva tutto e subito la strada non poteva che essere in salita…
Quest’anno alla terza edizione di Nebbiolo Prima, lunedì 14 maggio hanno sfilato nella consueta cornice del Palazzo Mostre e Congressi di Alba, 15 Roero 2009 (uno in più dell’anno precedente) e altrettante Riserve 2008. La mia impressione generale è di una buona annata, classica, con interessanti possibilità evolutive. I più stimolanti sono stati il Bricco Medica di Cascina Val del Prete, il Bric Volta di Malabaia di Canale, il Bric Valdiana di Giovanni Almondo, il Roero di Cornarea, quello di Matteo Correggia, il Monfrini di Maurizio Ponchione, lo Srü di Monchiero Carbone e l’Audinaggio di Cascina Ca’ Rossa. Per quanto riguarda le Riserve 2008 (annata non facile per via di numerosi attacchi di peronospora e oidio, in ogni caso variabile da zona a zona, la quantità ne ha risentito, molto meno la qualità) non il migliore ma sicuramente una sorpresa per me che non lo conoscevo il S. Francesco di Lorenzo Negro (fermentazione malolattica in barrique e affinamento in botti da 25 hl), più che convincente il Trinità di Malvirà, ancora una bella prova per Malabaila di Canale con il Castelletto, già ben delineato il Braja di Deltetto, meno voluminoso del solito (ma per me è un pregio) il Sudisfà di Angelo Negro, riuscito il Mompissano di Cascina Ca’ Rossa, da tenere d’occhio l’Antaniolo di Daniele Pelassa (per me altra novità), decoroso e in sicura crescita il Valmaggiore di Cascina Chicco, meno convincenti il Printi di Carbone (stile concentrato e un po’ appesantito) e il Ròche d’Ampsej di Correggia (caffè e caramella di ciliegia, un nebbiolo atipico al quale continuo a preferire il Roero base).
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