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Le DOC della Lombardia: San Colombano al Lambro o San Colombano

Le Doc della Lombardia: San Colombano al Lambro o San Colombano


❂ San Colombano al Lambro o San Colombano D.O.C.
(Approvato con D.P.R. 18/7/1984 – G.U. n.334 del 5/12/1984; ultima modifica D.M. 7/3/2014, pubblicato sul Sito ufficiale del Mipaaf, Sezione Qualità e Sicurezza Vini DOP e IGP)


zona di produzione
in provincia di Milano: comprende parte del territorio amministrativo del Comune di San Colombano al Lambro;
in provincia di Lodi: comprende parte del territorio amministrativo dei Comuni di Graffignana e Sant’Angelo Lodigiano;
in provincia di Pavia: parte del territorio amministrativo dei Comuni di Miradolo Terme e Inverno Monteleone;


base ampelografica
bianco (anche frizzante): min. 50% chardonnay, min. 10% pinot nero, possono concorrere anche altre uve a bacca bianca, da sole o congiuntamente, provenienti da vitigni presenti nei vigneti, idonei alla coltivazione nella Regione Lombardia, con esclusione dei vitigni aromatici, max. 15%;
rosso (anche frizzante), riserva: 30-50% croatina, 25-50% barbera, max. 15% uva rara, possono concorrere anche altre uve a bacca nera, da sole o congiuntamente, provenienti da vitigni presenti nei vigneti, idonei alla coltivazione nella Regione Lombardia, max. 15%;


norme per la viticoltura
le condizioni ambientali e di coltura dei vigneti destinati alla produzione dei vini a denominazione di origine controllata “San Colombano al Lambro” o “San Colombano”, devono essere quelle tradizionali della zona di produzione e, comunque, atte a conferire alle uve, al mosto e ai vini le specifiche caratteristiche di qualità. Sono pertanto da considerarsi idonei ai fini dell’iscrizione allo schedario viticolo, unicamente i vigneti collinari e pedecollinari ben esposti con equilibrata proporzione di sabbia, limo e argilla, mentre sono da escludere in particolare i fondi valle e i terreni in pianura;
per i nuovi impianti e reimpianti la densità dei ceppi per ettaro non può essere inferiore a 2.500 (3.300 con menzione vigna);
i sesti d’impianto, le forme di allevamento e i sistemi di potatura devono essere quelli generalmente usati nella zona o comunque atti a non modificare le caratteristiche dei vini: spalliera semplice o doppia, pergola a tetto inclinato, Casarsa GDC. Per i vigneti di nuovo impianto o di reimpianto per la produzione della denominazione d’origine controllata “San Colombano al Lambro” o “San Colombano”, recante la menzione “vigna” seguita dal toponimo, le forme di allevamento consentite sono: spalliera semplice o doppia, cordone speronato basso e Casarsa. I sesti d’impianto sono adeguati alle forme di allevamento. La regione Lombardia può consentire diverse forme di allevamento qualora siano tali da migliorare la gestione dei vigneti senza determinare effetti negativi sulle caratteristiche delle uve. La potatura, in relazione ai suddetti sistemi di allevamento della vite, deve essere corta;
è consentita l’irrigazione di soccorso;
la resa massima di uva in coltura specializzata e il titolo alcolometrico volumico naturale minimo devono essere di di 11 t/Ha e 10,50% vol. per le tipologie Bianco e Rosso, 11 t/Ha e 11,00% vol. per la tipologia Bianco con menzione “Vigna”, 11 t/Ha e 11,50% vol. per la tipologia Rosso con menzione “Vigna”, 10 t/Ha e 12% vol. per la tipologia Rosso Riserva con menzione “Vigna”;


norme per la vinificazione
le operazioni di vinificazione, elaborazione e invecchiamento, devono essere effettuate nell’ambito dei territori amministrativi dei Comuni di San Colombano al Lambro, Graffignana, Sant’Angelo Lodigiano, Miradolo Terme, Inverno Monteleone e Chignolo Po;
le operazioni per la elaborazione dei vini “frizzanti” sono autorizzate anche nell’ambito delle province di Pavia e Piacenza;
è consentito l’arricchimento dei mosti e dei vini, nei limiti stabiliti dalle norme comunitarie e nazionali;
è ammessa la colmatura dei vini in corso di invecchiamento obbligatorio, con vini aventi diritto alla stessa denominazione di origine controllata, di uguale colore e varietà di vite, ma non soggetti ad invecchiamento obbligatorio, per non oltre il 5% per la complessiva durata dell’invecchiamento;
il vino a DOC “San Colombano al Lambro” o “San Colombano” Bianco recante la menzione “Vigna” seguita dal relativo toponimo, prodotto nel rispetto del presente disciplinare di produzione, può essere affinato anche in legno e immesso al consumo dopo avere maturato almeno 3 mesi di affinamento in bottiglia, a decorrere dalla data di imbottigliamento;
il vino a DOC “San Colombano al Lambro” o “San Colombano” Rosso recante la menzione “Vigna” seguita dal relativo toponimo, prodotto nel rispetto del presente disciplinare di produzione, può essere affinato anche in legno e immesso al consumo, a decorrere dal 1° settembre dell’anno successivo a quello di produzione delle uve, avendo maturato almeno 3 mesi di affinamento in bottiglia;
il vino a DOC “San Colombano al Lambro” o “San Colombano” Rosso recante la menzione “Vigna” seguita dal relativo toponimo, prodotto nel rispetto del presente disciplinare di produzione, se immesso al consumo dopo un periodo di invecchiamento obbligatorio non inferiore a 24 mesi, a partire dal 1° novembre dell’annata di produzione delle uve, di cui almeno 12 in recipienti di legno, può fregiarsi del termine “Riserva“;


norme per l’etichettatura e il confezionamento
nella designazione dei vini a denominazione di origine controllata “San Colombano al Lambro” o “San Colombano”, può essere utilizzata la menzione “vigna” a condizione che sia seguita dal relativo toponimo o nome tradizionale, che la vinificazione e la conservazione del vino avvengano in recipienti separati e che tale menzione venga riportata sia nella denuncia delle uve, sia nei registri e nei documenti di accompagnamento e che figuri nell’apposito elenco regionale ai sensi dell’art. 6 comma 8, del decreto legislativo n. 61/2010;
sulle bottiglie o altri recipienti contenenti vini “San Colombano al Lambro” o “San Colombano” deve essere riportata l’indicazione dell’annata di produzione delle uve;
i vini recanti la menzione “vigna” seguita dal toponimo, devono essere posti in vendita in recipienti di capacità fino ai cinque litri. Tutti i vini della denominazione di origine controllata “San Colombano al Lambro” o “San Colombano”, se confezionati in recipienti inferiori a cinque litri, devono essere immessi al consumo solo in bottiglie di vetro e con tappo raso bocca. L’uso del tappo di sughero raso bocca è obbligatorio per i vini recanti la menzione “vigna“;


legame con l’ambiente geografico
A) Informazioni sulla zona geografica
Fattori naturali rilevanti per il legame
La zona geografica delimitata ricade nella parte centro meridionale della Lombardia e comprende un territorio collinare nel mezzo della Pianura Padana, a sud di Milano, tra la Pianura Lodigiana e la bassa Pavese. L’amministrazione spetta a tre province: Pavia, la parte sud-ovest, con i comuni di Miradolo Terme e Inverno Monteleone; Lodi, la parte nord-ovest, con i comuni di Graffignana e Sant’Angelo Lodigiano; Milano, la parte a est con San Colombano al Lambro. La collina si alza dalla pianura circostante di circa 75 metri. Ha un’estensione da est ad ovest di 7 km per una larghezza di circa 2 km. L’origine geologica della collina di San Colombano è stata studiata a lungo e oggi sembra appurato che si tratta di un’appendice degli appennini il cui cordone di collegamento è stato tagliato dal fiume Po. Altre ipotesi sostengono che la collina sia emersa in un’epoca successiva alla miocenica, per la natura corallifera, giustificando i ritrovamenti di coralli e conchiglie. Il versante sud della collina è composto da alcune vallate allungate verso il Po proprio a causa delle dirette erosioni, mentre la parte a nord, verso il Lambro, il profilo è più uniforme.
Dal punto di vista del pedopaesaggio i sottosistemi rappresentati sono per oltre il 90% della superficie riconducibili a terrazzi antichi rilevati sulla pianura costituiti da materiali fluvioglaciali grossolani; terrazzi ribassati rispetto ai primi; una porzione meridionale di pianura costituita da sedimenti fluviali fini tra Miradolo Terme e Monteleone; parte di pianura alluvionale inondabile, attraversata dal Cavo Nerone, sostituita da sedimenti recenti o attuali in zona di Miradolo Terme.
L’altitudine dei terreni coltivati a vite è compresa tra 40 e 120 m s.l.m. con pendenza variabile dall’1 al 30%.
Il clima dell’area è tipico della pianura Padana con una piovosità media annuale di circa 700-800 mm, con un minimo di precipitazioni nella stagione estiva e invernale, e il massimo collocato in primavera e autunno.
Fattori umani rilevanti per il legame
La presenza della viticoltura sulla collina di San Colombano al Lambro risale all’epoca romana, spiegando così i numerosi ritrovamenti archeologici che rappresentano l’indice evidente della presenza di numerosi micro-insediamenti sparsi su tutta l’area, ma soprattutto in prossimità delle pendici del colle volte ad oriente. Nelle epoche successive questa vocazione venne perfezionata dal santo irlandese, San Colombano. In particolare lo sviluppo vero della viticoltura sulle colline risale dal 1394, quando i Visconti di Pavia permettevano la stipulazione di contratti agrari non troppo onerosi per gli agricoltori.
È stata riconosciuto come DOC nel 1984. Dal 1987 la tutela e la valorizzazione della produzione e commercializzazione del vino è stata potenziata dalla costituzione del Consorzio volontario Vini Doc San Colombano, di cui fanno parte 17 importanti aziende vitivinicole dell’area.
L’importanza dell’impegno umano dedicato alla zona di produzione ha definito i seguenti aspetti tecnico produttivi, che sono parte del vigente disciplinare di produzione:
▪ base ampelografica dei vigneti: i vitigni idonei alla produzione dei vini in questione, sono quelli tradizionalmente coltivati nell’area geografica considerata: Croatina, Uva Rara, Barbera, Malvasia, Verdea, Pinot Nero, Chardonnay;
▪ le forme di allevamento, i sesti di impianto e i sistemi di potatura che, anche per i nuovi impianti sono quelli tradizionali e tali da perseguire la migliore e razionale disposizione sulla superficie delle viti, sia per agevolare l’esecuzione delle operazioni colturali, sia per consentire la razionale gestione della chioma, permettendo di ottenere una adeguata superficie fogliare ben esposta e di contenere le rese di produzione di vino entro i limiti fissati dal disciplinare;
▪ le pratiche relative all’elaborazione dei vini, che sono quelle tradizionalmente consolidate in zona per la vinificazione in rosso dei vini tranquilli, adeguatamente differenziate per la tipologia di base e le tipologie riserva. Riferite a quest’ultime l’elaborazione comporta determinati periodi obbligatori di invecchiamento e affinamento in bottiglia.
B) Informazioni sulla qualità o sulle caratteristiche del prodotto essenzialmente o esclusivamente attribuiti all’ambiente geografico
La DOC “San Colombano al Lambro” o “San Colombano” è riferita a 3 tipologie di vino (bianco, rosso “base” e “riserva”) che dal punto di vista analitico e organolettico presentano caratteristiche che ne permettono una chiara individuazione legata all’ambiente geografico.
In particolare i vini rossi hanno un colore ricco, con riflessi violacei se molto giovane , porpora o rubino se è di media evoluzione. Il suo profumo è intenso e composito, con distinti sentori di mora, marasca e mandorle. Il sapore è secco e molto sapido, pieno e vigoroso, con un fondo ammandorlato. È un vino di buona struttura, vinoso, armonico, caldo e profumato.
I vini bianchi hanno generalmente un colore giallo paglierino leggermente scarico, con riflessi verdognoli, brillante e tendente al cristallino. Il profumo è abbastanza intenso e persistente, floreale su fondo fragrante. È un vino adatto al medio affinamento, ampio, morbido e strutturato.
C) Descrizione dell’interazione causale fra gli elementi di cui alla lettera A) e quelli di cui alla lettera B)
L’orografia collinare dell’areale di produzione e le varie esposizioni da sud-est a sud-ovest, concorrono a determinare un ambiente luminoso, che insieme alle caratteristiche pedologiche rende la zona particolarmente vocata per la coltivazione dei vigneti del “San Colombano al Lambro”. Da tale area sono esclusi i terreni ubicati nelle zone di fondovalle o mal esposti alla radiazione solare o comunque non adatti a una viticoltura di qualità.
La tessitura dei terreni contribuiscono in maniera determinante all’ottenimento delle peculiari caratteristiche fisico, chimiche e strutturali del “San Colombano al Lambro”.
In particolare i terreni all’interno della zona DOP di San Colombano al Lambro hanno diverse conformazioni, in base alla esposizione e all’origine della collina con le sue numerose variabili. In genere si hanno suoli da moderatamente profondi a profondi, con tessiture da fini a moderatamente grossolane con presenze scarse di scheletro in superficie. La reazione dei suoli cambia molto facilmente lungo la pendenza della collina, passando da alcalina a sub-acida, con contenuti di calcare attivo medi e CSC medie o elevate. Generalmente si trovano capacità drenanti discrete grazie alla presenza di scheletro in profondità. Le altitudini variano da 45 a 120 m s.l.m. con pendenze che oscillano dall’1 al 30%. Queste ultime sono più elevate nella zona della collina esposta a sud, andando a diminuire seguendo la collina a ovest, verso Miradolo Terme e Inverno Monteleone con tratti sempre più pianeggianti.
Il clima della zona è tipico della pianura padana ed è influenzato dalla vicinanza del fiume Po, il  quale rende la stagione estiva calda con contenuti di umidità relativamente elevati, ma con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte in grado di ottenere un microclima ottimale per la produzione di uva. Queste escursioni si accentuano nelle stagioni primaverili e autunnali in concomitanza del massimo di precipitazione. All’interno della collina si formano così delle zone che abbinate all’esposizione e alle caratteristiche pedologiche creano delle situazioni particolarmente vocate alla coltivazione della vite.
La diffusione della viticoltura nella zona di San Colombano risale all’epoca del Sacro Romano Impero Romano, dimostrata da un documento del 918 d.c. in cui l’imperatore Corrado I menziona la zona vitivinicola. È da sottolineare l’addensarsi di ritrovamenti archeologici che rappresentano l’indice evidente della presenza di numerosi micro insediamenti sparsi su tutta l’area, ma soprattutto in prossimità delle pendici del colle rivolte a oriente. Alcune ricerche evidenziano che i tanti insediamenti erano agevolati dalla comunicazione diretta e abbastanza rapida da Milano capitale: oltre all’autostrada fluviale rappresentata dal Lambro, vi era una via terrestre denominata il sentiero per Milano, collegata alla importante Ticinum-Placentia.
Nelle epoche successive tale vocazione venne potenziata, perfezionata e arricchita, a partire dal medioevo da San Colombano, che recuperò la zona in decadenza a seguito del progressivo crollo dell’Impero Romano. Nell’età Carolingia il ripopolamento e il riutilizzo delle zone agricole venne infatti promosso dai monasteri di San Colombano di Bobbio e di Santa Cristina di Corteolona, permettendo il commercio con i mercati di Milano, Pavia e Lodi. Negli anni successivi vennero potenziate queste vie di comunicazione portando la viticoltura al secondo posto subito dopo i cereali. Significativo il fatto che gli affittuari dovevano versare all’amministrazione del monastero un terzo del raccolto in cereali, ma la metà del prodotto in vino, che a sua volta veniva venduto ai commercianti.
Il provvedimento che riguarda in modo diretto l’intensificazione della coltura del Colle è il Privilegio del 19 novembre 1371 di Gian Galeazzo II che instaura una vera colonizzazione per bonificare ed abitare queste terre. Al tempo dei Visconti i poderi distribuiti sul colle dovevano essere numerosi e le vigne erano beni riservati al Duca, che li affittò a terzi. Alcune terre erano state poi donate alla Certosa di Pavia, mentre una parte erano in proprietà a privati cittadini.
Nel 1396 Gian Galeazzo Visconti fondò la Certosa di Pavia includendo anche 1290 ettari della zona Banina. I contratti agrari che seguirono, venivano attuati con canoni decisamente contenuti favorendo l’insediamento di nuove comunità. Da un documento risulta che in 1729 pertiche a vigna nel 1437 crescevano 22579 ceppi, di cui poco più della metà in vigneto specializzato e poco meno della metà in filari, intercalati a strisce a prato o a seminativo. Più di due terzi di questi filari era costituito da viti maritate. È intuibile che nelle aree più adatte alla coltivazione dei vigneti più pregiati fossero inseriti i vigneti specializzati. Nei documenti relativi alla consegna agli affittuari delle terre da coltivare risultano elencati anche strumenti enologici: torchi, tini, bigonce, botti, ecc. la tipologia dei vitigni cui sopra abbiamo fatto riferimento è ben evidenziata dal Bacci nel suo monumentale trattato del 1595, in sette libri. Egli, descrivendo vitigni e vini del territorio a sud di Milano, dopo un riferimento puramente geografico a Lodi, in sostanza focalizza solo la vitivinicoltura di San Colombano.
All’inizio del ‘600, la viticoltura era ben consolidata e da un’indagine risultava che 8/10 del territorio erano vitati e che la produzione annua media di vino era di circa 20000 hl.
“I Colli di San Colombano sono amenissimi. Situati in una grandissima pianura e affatto disgiunti da altri luoghi eminenti, ci presentano queste alture da ogni parte vedute, brillanti e graziose”.
Con queste parole il conte milanese Carlo Verri descriveva la realtà di San Colombano sulla quale si sofferma lungamente nei suoi “discorsi intorno al vino e alla vite” (1824). Una realtà che non riguardava soltanto le bellezze paesaggistiche ma, soprattutto, la qualità dell’uva e del vino prodotti.
Nei discorsi del conte Verri intorno al vino e alla vite, viene descritta la coltivazione in collina: “Sui colli di San Colombano si contano venti e più specie o varietà d’uve. Queste uve generalmente parlando, abbondano di sostanza zuccherina e scarseggiano di materia vegeto-animale… È ammirabile l’arte con la quale si forza questi colli la vite a dare maggiore prodotto. Con gli ingrassi, coi diversi lavori della terra, si cerca di porgere alla vite il maggiore nutrimento onde averne il maggiore raccolto possibile”.
Un risultato raggiunto grazie all’abilità e capacità dei vignaioli locali per i quali la coltura della vite, sempre secondo Verri, aveva raggiunto “l’apice della perfezione”. I Cenni statistici della Provincia di Lodi e Crema per il 1833 conservati all’Archivio di Stato di Milano riportano che la Collina di San Colombano veniva denominata “ronco” perché la maggior parte del terreno agrario era dedicato a terrazzi per la coltivazione della vite e che i suoi vini erano conosciuti in tutta la Lombardia e negli Stati limitrofi. Le principali uve coltivate erano la “vite dall’uva d’oro”, nativa di San Colombano, la Moradella e la Croatina.
Dai dati del Curti Pasini del 1938, risulta che la produzione di uva è in continuo aumento; il territorio di San Colombano è di 1511 ettari, di cui 119 ettari occupati da fabbricati, acque, strade e sterili; 820 ettari sono coperti da vigneto specializzato, che dà una media di 127 quintali per ettaro, 280 sono a colture promiscue con vigneto, 395 a seminativo, 16 a prato e pascolo; la produzione annua è di 100 mila quintali d’uva da vite specializzata, 12 mila da vite promiscua; l’uva da tavola sale a 6 mila; la frutta fresca (ciliegie e fichi) a 3 mila quintali circa. Le aziende agrarie vanno da tre pertiche all’ettaro e sono quasi 2500.
Il 18 luglio del 1984, l’area viticola banina è stata riconosciuta come zona a Denominazione di Origine Controllata, che prende il nome del Santo irlandese. La tutela e la valorizzazione della produzione e commercializzazione del vino è stata potenziata dalla costituzione nel 1987, del consorzio Volontario Vino DOC di San Colombano al Lambro, di cui fanno parte 17 importanti aziende vitivinicole dell’area.
Nell’ultimo decennio del ‘900 l’estensione agraria del comune era di circa 1000 ha di cui 250 ha a vigneto. Questa superficie è suddivisa in 380 aziende, con una media inferiore all’ettaro per azienda. La riduzione risponde alla tendenza nazionale di mirare alla qualità più che alla quantità. I vitigni tradizionalmente conservati in coltura fino ad oggi sono la Croatina, l’Uva Rara, la Barbera, la Malvasia e la Verdea. Recentemente sono stati introdotti il Riesling (Italico e Renano), i Pinot (Bianco e Nero), lo Chardonnay, il Cabernet Sauvignon e il Merlot. Tra i sistemi di allevamento si sta estinguendo la pergola mentre si estendono quelle a spalliera agevolando le operazioni colturali.
Gli ultimi 50 anni sono stati caratterizzati da un profondo cambiamento della viticoltura all’interno della zona Doc, con la continua specializzazione delle aziende vitivinicole che impegnano gran parte delle loro risorse nella ricerca della qualità. Infatti circa il 95% della produzione annuale di “San Colombano al Lambro” o “San Colombano” viene commercializzata in bottiglia, il che riassume il notevole sforzo dei produttori della zona.

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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