Paccheri in piedi e altre amenità in verticale

Il nostro tempo è fitto fitto di contraddizioni e pure di troppa velocità. Tutto si confonde e tutto corre. Tutto è clic. A volte passa. A volte no. La pasta, la pasta, è così centrale nella vita degli italiani e per essa (o anche su di essa) lo stillicidio di amenità è continuo. Incessante. Uso proprio il termine amenità, emblematico nel suo ambivalente significato di piacevole che spazia dall’essere divertente fino al risultare ridicolo. Una parola che da sola sa coprire tutta la distanza che passa tra arguzia e stupidità. Fate voi.
Amenità 1:
l’uso indiscriminato di “Spaghetto” al singolare tutte le volte che è invece plurale nel piatto, in ogni caso, che sia di alta o di bassa cucina, che sia Spaghetto psicadelico come quello di Moreno Cedroni, o Spaghetto Umami come quello di Cristiano Tomei, o Spaghetto Milano (?! cioè condito con un frappè di risotto alla milanese) come quello di Andrea Ribaldone, come pure tutti gli Spaghetto in cerca d’autore che impazzano nella rete…
Amenità 2:
a proposito di singolare, La Molisana produce e commercializza LO SpaghettO quadrato, quello quadrato bucato e anche quello triangolare … Ma si può continuare a chiamarlo spaghetto? Mi sembra il meno, riferendosi a questa celebre azienda dal momento che a La Molisana rimane insuperabile il disgusto che ha generato la lettura delle schede descrittive dei formati di pasta ispirata al colonialismo e al fascismo dal “sicuro gusto littorio” (… e come altro definirlo: antisemita? villoso? troglodita?). Le Abissine sono diventate immediatamente, a polemica appena innescata, Conchiglie rigate ma chi ancora le compra (certamente i redattori del Gambero Rosso e chiunque difenda quelle scelte scellerate in nome degli emolumenti che ne vengono in sponsorizzazioni) ci assicura che nel piatto tuttora barcollano ma non mollano. Buon per loro.
Interessante l’ammonimento che ci viene in merito dall’Olanda da +31mag.nl in cui si ricordano i casi olandesi di revisione di nomi razzisti di dolci (i “moorkop” testa di moro e i “negerzoenen” baci di negro), passando per il falso mito del colonialismo buono all’italiana e per Indro Montanelli che vantava lo stupro di una adolescente etiope.
Amenità 3:
tra i chiunque e i qualunque che si siano affannati a difendere La Molisana, senza volerne comprendere la scelleratezza, in particolare si distingue chi (su isnews.it) definisce assurda l’aggressione al pastificio invitando a superare la querelle con “un bel piatto di Conchiglie Rigate (ex Abissine) n.25 al tartufo e Seirass su crema di piselli (come quelle nella foto) e la pace sui social è fatta.” Cercando la ricetta sul sito aziendale si scoprirà che a parte il titolo, nella spiegazione del procedimento le Abissine rimangono tali, continuano a chiamarsi Abissine (non è semplice in un attimo cancellare tutto…) ma ciò che comunque fa inorridire di più di tutto è la combinazione di olio al tartufo(!), seirass e piselli…
La Molisana torna alle Conchiglie, Gambero Rosso in difesa: assurda aggressione.
Amenità 4:
sempre in tema di discriminazioni e seguente boicottaggio dei consumatori, è notevolissima l’affermazione del giovane Barilla (ho scritto Barilla con la “R”) Guido, presidente della più imponente industria mondiale di pasta. “Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca”. Era il 25 settembre del 2013 e Guido Barilla rispondeva così, ai microfoni di Radio24, ad una domanda sul perché l’azienda non avesse ancora dato spazio agli omosessuali nei propri spot. Al di là del fatto che scegliere una pasta diversa da Barilla significa scegliere di mangiare una pasta buona, oggi la Barilla, come si legge sul sito dell’azienda, è diventata un modello di inclusione e tolleranza (!) e si afferma che, parola dell’AD Claudio Colzani : «promuovere diversità e inclusione non significa solo “fare la cosa giusta”, ma anche sostenere la nostra strategia di crescita». Nella pagina relativa campeggia la foto di David Mixner e nel breve ritratto che segue si legge: “Nominato da Newsweek il gay più potente d’America”. E come lo si potrebbe tratteggiare meglio in un’azienda modello? Modello? Così scrive e sentenzia, più recentemente, un articolo sul settimanale Bloomberg Businessweek (di proprietà del colosso dei mass media fondato dall’ex sindaco di New York Michael Bloomberg), dal titolo: «La svolta della pasta Barilla dall’omofobia al gay pride». Ehi: l’ARCOBALENO si è stabilito tra le nebbie a Pedrignano!
Amenità 5:
Stando ancora in famiglia, Paolo, altro giovane Barilla, vicepresidente della più imponente industria mondiale di pasta, nel novembre del 2017 affermava: “se noi dovessimo fare un prototipo di pasta perfetta, in una zona del mondo non contaminata, senza bisogno di chimica, probabilmente quel piatto di pasta invece di 20 centesimi costerebbe due euro. Una pasta a “glifosato zero” – aggiunge il vicepresidente dell’omonimo Gruppo – è possibile ma solo alzando i costi di produzione. Si sta dando molta enfasi a qualcosa che non è un rischio”. Finchè al consumatore non importa, l’imperativo del pastaio imperialista industriale è questo! La questione però è un’altra: comprare grani al glifosato contribuisce a deturpare il pianeta, avvelena le acque ancora prima dei consumatori, sostiene l’impero dei pesticidi. E non si è ancora smesso. Nel giugno 2020 la Barilla, in pieno trend naturalista e ecofriendly, annuncia la pasta a zero contenuto di Glifosato. Un test condotto in Germania nel gennaio 2021 da Ökotest, mensile tedesco dei consumatori, ha svelato la presenza di tracce di glifosato negli spaghetti Barilla, Buitoni e Lidl… ma magari erano millesimi precedenti…
Amenità 6:
Internet -e a ruota i menù della ristorazione più superficiale e inutile- sono infarciti di ricette di paccheri ripieni (e in piedi per giunta) al punto che qualcuno inizia a confondere i paccheri con i cannelloni. I cuochi della TV li hanno farciti di Certosa Galbani e poi legati con un filo di erba cipollina, di ricotta e spinaci, di crostacei e zucchine, di zuppa di pesce e verdure svagatamente fuoristagione. Che orrore. Non si fa: i paccheri serviti in piedi e farciti vengono mortificati nella loro essenza e struttura precipua, perché la valenza del pacchero è innanzitutto nel suo volume esorbitante e nella sua consistenza imponente, nella sua texture unica e nel suo ingombro gustativo, impegnativo quanto entusiasmante se ami la pasta. Farcirli e servirli in piedi è la peggiore umiliazione che si possa escogitare contro di essi. La popolare culinaricida Benedetta Parodi, beandosene, li farcisce di ricotta e porcini o di ricotta e broccoli, ma arriva addirittura a farcirli, impanarli e friggerli… ( le orripilanti ricette di…
Paccheri ripieni fritti, ricetta Benedetta Parodi, la cuoca bendata.
Paccheri ripieni di ricotta e porcini
Amenità 7:
Nel 1984, Pietro Barilla affida al genio di Federico Fellini (è celebre tra l’altro la frase del mitico regista riminese: “La vita è una combinazione di pasta e magia”) la realizzazione di un corto promozionale (chissà perché spot mi pare qui inadeguato) denominato “Alta società” ma presto ribattezzato “Rigatoni”. Nel 1989, il regista russo Nikita Michalkov, regista sempre al passo di ogni regime, talentuoso quanto politicamente camaleontico nel sostenere la Glasnost di Gorbaciov quanto la dittatura di Putin (lui sta con chi comanda a prescindere) ne proporrà una personale rivisitazione, ambientata a Mosca. Uno spot in cui si esalta il più gretto campanilismo all’italiana, ovvero: essere a cena in un ristorante con vista sulla Piazza Rossa e domandare di mangiare un piatto di spaghetti fuori menù. Come si dice: Italians do it better…
Amenità 8:
Nel Luglio del 2017, il Gruppo Casillo, leader mondiale nell’acquisto, trasformazione e commercializzazione del grano, anche grazie all’attività di trading, per voce di Francesco Casillo afferma che si riconvertirà al bio e al made in Italy. Come non credergli?
Il gruppo Casillo, che lavora e commercializza qualcosa come il 10% di tutto ciò che è grano duro in Europa e fornisce semole industriali a Barilla, Granoro, Garofalo, Pasta Zara etc., continua ad essere il più grande importatore di grani esteri e in particolare dei famigerati grani canadesi seccati con i pesticidi e tuttora acquistati e lavorati da aziende italiane. Come dimostrano le navi cargo attraccate ai porti di Bari, Molfetta e Barletta per tutto il 2020 ( e come, con la solita puntualità, si legge su Granosalus e Greenme).
Non è un caso, quindi, che la recente inchiesta del Salvagente trova ben 7 spaghetti italiani con tracce di glifosato (sono gli spaghetti Divella, Esselunga, Eurospin, Garofalo, Lidl, Rummo, Agnesi) e, nonostante tutto, per quanto ci riguarda, poco importa rimanere dentro i limiti di legge (Efsa ha fissato la dose quotidiana massima di glifosato che può essere assunta senza conseguenze per la salute umana in 0,5 mg per ogni kg di peso corporeo) se il Glifosato nel frattempo sta avvelenando il Pianeta.

Amenità 9:
Rivelando un senso dell’umorismo che l’iconografia non gli riconosceva, gli australiani hanno tambureggiato una serie di tweet di protesta a sfondo gastronomico, sbollendo la rabbia per le 250.000 dosi di vaccino AstraZeneca che non gli sono pervenute.
Da principio ha iniziato il giornalista del The Guardian Naman Zhou che ha scritto che avrebbe spezzato a metà le linguine e le avrebbe condite con la panna per poi definirle alla “carbonara”. Le risposte che sono seguite sono spassosissime. C’è chi aggiungerà il formaggio grattugiato sulla pasta ai frutti di mare e chi aggiungerà le zucchine al ragù alla bolognese. Chissà cos’altro ancora arriverà. In ogni caso: chapeau bas!
Amenità conclusiva:
gli Spaghettoni del Pastificio Fabbri, attivo a Greve in Chianti dal 1893; le Conchiglie, le Ruote e gli Spaghettoni lunghi del Pastificio Cavalieri di Maglie, in provincia di Lecce, attivo dal 1918; gli Spaghetti a matassa del Pastificio Cocco, fondato in Abruzzo nel 1989 a Fara San Martino; gli Spaghetti alla chitarra e i Nastri rigati di un metro del Pastificio Masciarelli, fondato nel 1867 in Abruzzo, a San Martino sulla Marruccina. I Fusilli realizzati, sempre in Abruzzo, dal Pastificio Verrigni, attivo dal 1898 presso Roseto degli Abruzzi. Gli Spaghettoni che nelle Marche realizza il Pastificio Mancini dal 2008. Le Busiate integrali di Feudo Mondello attiva nella Valle del Belice, in Sicilia fin da metà 800. Le Mezze Maniche di semola di Pietro Massi nelle Marche. I Rigatoni e i Conchiglioni monograno del Pastificio Felicetti, fondato nel 1908 a Predazzo sulle Dolomiti trentine. I Paccheri e le Lumache del Pastificio dei Campi, attivo dal 2007 a Gragnano in Campania. Le Candele del Pastificio Vicidomini in provincia di Salerno dal 1812. I Paccheri del Pastificio Faella, a Gragnano dal 1907. I Vesuvio e gli Ziti lunghi del Pastificio Gentile di Gragnano in provincia di Napoli, attivo dal 1876; le mitiche Penne classiche (lisce) del Pastificio Martelli, attivo dal 1926 in Toscana. E quindi, pensando (sempre pensandolo) a Gino Veronelli, affermare senza tema di smentita che: la peggiore pasta artigianale è sempre meglio della migliore pasta industriale.
Poi, alcuni appunti presi durante la redazione del pezzo qui sopra e non usati, ma comunque utili:
“Birdman – o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza” è uno strepitoso film del 2014 di Alejandro González Iñárritu, con Michael Keaton, Emma Stone e Edward Norton che, in particolare, pronuncia una battuta stentorea, divenuta slogan del film stesso: “La popolarità è la cuginetta zoccola del prestigio”.
E, sempre a proposito di apparenza ed essenza nel nostro tempo, appena prima, scriveva Umberto Eco: “Conta ormai essere “riconosciuto” dai propri simili, ma non nel senso del riconoscimento come stima o premio, bensì in quello più banale per cui, vedendoti per strada, gli altri possano dire “guarda, è proprio lui”.
Allora, andate avanti così: fatevi riconoscere!
Pierluigi Gorgoni




