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Nel vedere il grafico qui riportato, molti di voi rimarranno basiti dinanzi a tutte queste lettere e numeri, ma non bisogna spaventarsi! Questo schema riassume soltanto in modo colorato e abbastanza esplicito quello che avviene nel nostro corpo quando assimiliamo Resveratrolo. Tanti l’hanno nominato, molti l’hanno osannato, tutti sanno che è contenuto nel vino, ma nessuno sa come agisce. Ora è giusto capirci qualcosa di più. Ma partiamo dal principio, col dire cos’è il Resveratrolo. Il Resveratrolo è un polifenolo presente nella buccia e nella polpa dell’uva rossa, ma anche in altri pochi alimenti come ad esempio le bacche e i pinoli. Il Resveratrolo viene classificato a livello scientifico come nutraceutico, un neologismo tra nutrizione e farmaceutica, ovvero una sostanza contenuta in un alimento che ha un effetto benefico sulla salute, capace di contribuire alla prevenzione o al miglioramento di una malattia cronica. Dando per assodato di aver fatto capire cos’è il Resveratrolo andiamo ad analizzare i vari passaggi che questo polifenolo compie nel nostro organismo.
Nel nostro organismo solitamente PGC-1α ( proteina-regolatore della termogenesi nel tessuto adiposo bruno) è inattiva perché acetilata dal gruppo acetilico (Ac) mediante l’acetilasi GCN5 (enzima).
Nel passaggio successivo la sopracitata proteina PGC-1α viene privata del gruppo acetilico (Ac) da SIRT1 (Sirtuina, proteina) e quindi attivata. A questo punto entra in gioco il Resveratrolo (come illustrato dallo schema a sinistra) che aumentando l’affinità di SIRT1 per il suo substrato NAD (cofattore, aiutante dell’enzima), innalza di fatto la capacità di quest’ultimo di riconoscere PGC-1α. In questo modo la proteina PGC-1α viene deacetilata (eliminazione del gruppo Ac), con formazione di O-acetil-ADP-ribosio (derivato del NAD).
In questa terza ed ultima fase, PGC-1α riconosce e si lega alla proteina NRF-1. Il complesso formato si lega al DNA (rappresentato nello schema dalla doppia elica a spirale) facendo partire la trascrizione di alcuni geni in grado di aumentare il consumo di ossigeno. Questi geni (mitocondriali o che producono proteine coinvolte nella fosforilazione ossidativa) aumentano il metabolismo ossidativo, facendo bruciare più grassi e quindi contrastando l’obesità, diminuendo quindi l’incidenza di malattie cardiovascolari. Lo studio di questo meccanismo lascia supporre che la risposta al famoso “paradosso francese” (nonostante l’elevato consumo di alcol, totale, in Francia c’è una bassa incidenza di malattie cardiovascolari) sia racchiusa nel consumo moderato di vino rosso. Questi recenti studi mettono in luce una nuova importante qualità del nostro amato vino, ma possiamo realmente attribuirgliela? Possiamo realmente pensare al vino come soluzione alle malattie cardiovascolari e non più come semplice bevanda? Possiamo veramente dar ragione al proverbio “Buon vino, fa buon sangue”? E soprattutto siamo proprio sicuri che abbia gli stessi effetti sull’uomo e non solo in vitro? Forza, andiamo a scoprirlo (nel prossimo articolo)…
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