Blauburgunder!

Maggio è mese di luce e profumo: le rive in fiore si illuminano di bianco, e la terra riscaldata dal sole e bagnata dalle piogge instancabili emana il suo profumo intenso. Dopo le piogge la luce diventa limpida, pulita, e filtra attraverso il verde esile delle foglie in espansione, in preparazione delle fioriture. Ma l’Alto Adige in tutto questo, vede nero. Pinot nero!
Un discreto accompagnatore alla lettura: Ayub Ogada – Obiero (►vedi) Ormai sono terminate – tre giorni soltanto – ma l’anno prossimo non mancate. Salite lungo la Valdadige, passate in quel punto in cui la statale è costeggiata da alcuni bellissimi pioppi cipressini, quando Faedo fa spazio a Salorno, e il Trentino all’Alto Adige.
Da quindici anni qui si organizzano le Giornate del Pinot Nero, e un Concorso nazionale (dedicato solo al nobile vitigno), giunto alla sua dodicesima edizione. Verena Pedrotti e Gunter Haas dirigono l’orchestra, tra Egna, dove si trovano i banchi di assaggio di oltre cento pinot da tutto il mondo, e Montagna, dove si svolgono le degustazioni guidati e gli approfondimenti (quest’anno riguardanti il ►Pinot Nero del cantone dei Grigioni, una degustazione orizzontale di Clos de Vougeot e un momento tecnico sulle esperienze con i vari cloni).
Il Pinot nero è uno dei vitigni più antichi sulla piattaforma ampelografica europea. Columella, nella descrizione della viticoltura delle terre abitate dai Celti, parla di un vitigno dalle foglie quasi rotonde, che sopporta il freddo ma non i terreni troppo fertili e che il vino che se ne trae era adatto all’invecchiamento (Scienza, 2009).
Chissà se era già quella stessa Elvanacea piccola dalle bacche piccole, scure, saporite di frutta, raccontata da Plinio, o se stava ancora solo vedendo il padre. Nacque in una primavera lontana, il nostro Pinot, tra la valle del Reno e la Borgogna, quando si incontrarono i genitori in fiore: il (pinot) Meunier e il Traminer.
Ma non lasciò quelle terre senza prima dare vita anche lui a qualcosa di nuovo, che lo accompagnò a colonizzare i vigneti dalla Côte d’Or alla Champagne: è lui stavolta il padre, assieme all’Heunisch, di Chardonnay, Aligoté b, Gamay n, Melon b e altri vitigni minori.
Ha vissuto felice nei vari clos borgognoni per secoli, fino a che qualcuno ha cominciato a diffonderlo e a farlo conoscere, forse convinto che la straordinarietà dei vini nati laggiù non sia solo merito della terra, ma anche di un grande vitigno come questo: il più polimorfico, il più complesso, con il maggior numero di cloni, e forse tra i più complessi caratteri viticoli.
Il Pinot nero giunse dalla Francia probabilmente tramite l’associazione che riuniva gli agricoltori del Tirolo, e che ricevette dall’Arciduca Giovanni d’Asburgo, fratello dell’imperatore austriaco, verso la metà dell’Ottocento, un certo impulso, grazie alla diffusione di nuovo materiale per le osservazioni nei campi attorno a Merano. E ha trovato nell’Alto Adige una seconda casa, di grande vocazione. Le Giornate raccolgono quindi soprattutto i testimoni di questa espressione, ma cerca anche il confronto, in primis col resto d’Italia e con la Francia.
Partire per questo viaggio proprio dalla terra natia, la bramata Borgogna dei paesini, i mille cru gestiti da tanti vigneron, forse è partire con un piede più che giusto. Un Volnay 1er cru, del Domaine Dublere, mi dà il benvenuto. Frutto maturo, grafite, balsamico e un tocco di amaretto al naso, in bocca è elegante e setoso, sottile ed elegante. Gran bel vino.
Qualche Village (quindi uno scalino sotto nella piramide della classificazione borgognona, ai 1er cru, che possono essere monovigneto o cuvée assemblate), mi accompagna più a nord, nella Côte de Nuit, dove nascono i più famosi Bourgogne Rouge.
Continuando da sud verso nord, il primo paese è Nuits Saint Georges. Il Domaine Hudelot Noellat ricava dai vigneti che vi sorgono, un Village profumato di erbe, minerale con tocchi di pietra focaia, mescolati alle bacche rosse. Forse uno dei più eleganti incontrati, godibile nella sua giovinezza, interessante nella sua fattura. Qualche chilometro lungo la Route des Grand Crus, per arrivare a Vosne Romanée, che racchiude nel proprio nome il riferimento ai due famosi grand cru, ma in particolare al Romanée-Conti. Il Domaine d’Eugénie coltiva nell’appellation due parcelle per un totale di 2,36 ettari, ricavandone un pinot esemplare del piccolo comune di Vosne: fruttato e balsamico, intrigante, con richiami anche gustativi alla mora, al ribes, con grande eleganza, freschezza, equilibrio. Bello: altre parole sono superflue.
Passare per Gevrey Chambertin (e qui i rimandi sono allo Chambertin e ai cru che lo circondano), è altrettanto d’obbligo. Armand Rousseau prova a trasmettere la maggiore forza dei pinot di Gevrey, più intensi. E infatti i profumi speziati e balsamici, vivaci, si mescolano ad accenni di frutta rossa, dimostrandosi molto giovane al gusto, con un tannino ancora vivace, e una grande freschezza.
Anche in Italia partirò da sud, ma stavolta la mia Route è la SS12, quella che affiancando l’Adige va dalla Valpolicella al Brennero.
I trentini che fanno pinot nero non sono pochi, anche se l’altro pinot, il grigio, continua a conquistare terreno, e forse i viticoltori sono ancora più propensi a produrre base per il Trento DOC, che non ad avventurarsi nel confronto con questo vitigno.
Pisoni produce un IGT Vigneti delle Dolomiti che si presenta rubino vivo, con profumi molto balsamici e floreali, scaldati dall’alcol consistente. In bocca è molto piacevole, lievemente morbido, con un frutto integro. Pojer e Sandri è un punto di riferimento nel panorama trentino. La selezione di pinot dai vigneti a Rodel e Pianezzi si ritrova in questo vino, dal colore scarico, brillante, e dai profumi avvolgenti, di frutta, fiori, rosa. Molto asciutto al gusto, magro, eppure equilibrato. Ritorna la viola e un accenno di tabacco.
Maso Poli, nei pressi di Lavis, coltiva dal ’78 un vigneto di pinot nero. Ne esce un vino dai piacevole sentori di liquirizia e frutta matura, con una ricchezza olfattiva delle più belle incontrate. Al gusto pecca di gioventù, ma dimostra stoffa ed eleganza già da ora.
Complessivamente il Trentino mi è sembrata zona da Pinot più scarichi, dal colore fino alla struttura, alle acidità, più speziati e floreali. Questa loro natura più esile comporta un rischio, se si opta per l’uso del legno (e penso che praticamente tutti lo facciano): è quello di sentori troppo boisé, troppo legnosi, e tannini troppo aggressivi, che sovrastano e coprono il vino con grande facilità. Ovviamente non era il caso dei tre raccontati.
L’Alto Adige, quindi. Mazzon, sopra Montagna, è considerato il cru più vocato in assoluto, per il Pinot. Brunnenhof sorge proprio là, in mezzo alle vigne, e ne rappresenta forse uno dei migliori interpreti. Il Pinot nero Riserva si presenta di un bel rubino intenso, luminoso. La frutta che si affaccia al naso è sotto spirito, mescolata ad accenni balsamici. Equilibrato ed elegante in bocca, complesso ed evoluto. Unica pecca i quattordici gradi che si fanno notare. Elena Walch (che quest’anno con il suo Ludwig ha vinto il concorso) coltiva a Gleno, sempre sopra Montagna, il proprio Pinot nero. Aromatico, profumato di frutta matura, fiori, in bocca si presenta equilibrato e piacevole: un gran bel pinot.
Weingut Gottardi è un altro interprete del Mazzon. I profumi di rosa e glicine, mescolati alla mora e al ribes, la grande eleganza nei lineamenti asciutti ma sinuosi, fanno sognare un angolo di Borgogna.
Finora solo terreni calcarei, di solito una garanzia per i grandi rossi. Ignaz Niedrist però, mi aveva incuriosito quando, nel ►video di Mauro Fermariello parlava dei propri suoli acidi oltreadige, su granito. Il colore è ciliegia, maturo, brillante. I profumi subito balsamici, di frutta fresca, estiva (pesca, mora, fragola), un leggero accenno di legno sulla fine. Al gusto equilibrio, ritorni di erbe: molto elegante. Si avverte la forza gentile, derivante appunto da suoli non calcarei. Eccezione di grande classe.
Verso sera scende lentamente un temporale da nord, l’ennesimo. Mi trascina verso valle, a Salorno, ma salgo alla Tenuta Dornach. Il tempo mi lascia giusto qualche minuto con Patrick Uccelli in vigneto. Ci si guarda un po’ attorno, si osservano le piante. Ma poi bisogna scappare.
Assaggiamo un po’ del lavoro svolto in queste ultime annate, e rimango sempre convinto che sia una buona strada. Ho il grande piacere di ritrovare il pinot nero assaggiato quella sera – ancora in vigna, la sua ultima – trasformato, ovviamente: la fermentazione è un processo incredibile.
La sera si mangia speck fatto in casa, spettacolare. E altre bontà, coltivate in un orto a Montagna, confrontando un po’ il 2009 e il 2010, raccontati dal Pinot Xx. E poi si continua a parlare di vigne, di agricoltura, di terra.
È proprio buono il 2010 (visto che i confronti si fanno alla pari), e anche se si avverte l’irruenza della giovinezza (ha ancora bisogno di un po’ di tempo per trovare una sua coralità), il carattere è riconoscibile, anche dai primi tempi.
Comincia a farsi tardi, l’indomani mattina un piccolo momento tecnico, con Josef Terleth sui cloni di Pinot chiuderanno (purtroppo) questo viaggio altoatesino. Alla radio va un po’ di buona musica, i Bodeans cantano ►Fade Away, e forse il Pinot non sostiene più certe riflessioni.
Buonanotte, sì, ma il Pinot nero, nonostante la trasparenza luminosa, non svanirà nella notte. E domani saremo di nuovo in viaggio correndo assieme all’Adige, nella luce profumata di maggio.
Andrea Fasolo




