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Terra di Puglia, Terra di Rosati Parte III


Andrea Fattizzo29 luglio (chi avesse perso le due parti precedenti eccole qui: Prima parte, Seconda parte)
Partiamo per Campi Salentino. Prima tappa: Tenute Mater Domini. L’azienda ha storia recente: nel 2003 Pierandrea Semeraro dà vita all’azienda, che conta attualmente su circa 50 ha di vigneto. Tra vecchi impianti, begli alberelli, suoli particolari e piccole vigne piantate da poco, facciamo due passi in quella rossa terra sassosa assieme ad Andrea Fattizzo, che ci accompagna piacevolmente per le vigne. In alcuni punti lo strato di terra è inferiore ai 50 cm: sotto, roccia in cui infilare le radici fra le fenditure.
I vini provati? Un Sauvignon 2010 gradevole al naso, con una discreta aromaticità per un vino fresco e piacevole. Il rosato Marangi a seguire, con la sua frutta al naso, la fragola matura, e in bocca il corpo e l’alcolicità che gli dà buona bevibilità. Il Marangi rosso poi (negroamaro in purezza) cioccolatoso, speziato, maturo nel frutto che si presenta al naso, molto caldo. Tannini levigati per questo rosso elevato per metà 6 mesi in barrique (nuova, francese; si avverte, ma non infastidisce) A chiudere il Casili (credo sempre 2007, da Negroamaro con un 5% di Malvasia), vinificato in acciaio e passato tutto in barrique nuova che presentava delle note verdi, vegetali, da cui si libera ossigenandolo appena facendo spazio a note boisé (Ferrini ha la mano pesante?), che rimangono sullo sfondo per tutto il tempo, lasciando a loro volta il primo piano ad un’amarena sotto spirito. In bocca si distingue per la sua austerità, e si riprende su un naso troppo marcato dal legno.
Riprendo l’autobus con qualche domanda: ho trovato prodotti che sembravano dire “vorrei ma non posso“. Eppure le vigne mi hanno colpito per la cura, la gestione precisa, non eccessiva da giardino all’italiana, ma ben fatta. Forse quelle uve potrebbero dare molto di più.

Azienda Paolo LeoSbarchiamo alla Paolo Leo, a San Donaci. Cantina di grandi dimensioni, attrezzata di tutte le tecnologie necessarie, che “sforna” quasi 2 milioni di bottiglie l’anno. Paolo Leo ne è proprietario dall’89, quando ancora si chiamava Vinagri. Ci siamo limitati ad un giro fra le cisterne, breve sosta a parlare di export e marketing, e poi all’assaggio. I vini provati sono stati diversi, a partire dal Fuxia Rosé (l’immagine, in effetti, è curata nei minimi dettagli: in quanto a marketing sono molto bravi!) che abbiamo trovato molto semplice, beverino, di impatto immediato e fine (al primo incontro, lunedì, mi ero appuntato che forse sarebbe stato da seguirne l’evoluzione, che a volte stupisce nei vini che si presentano con maggiore discrezione, ma forse come altri ambisce a essere bevuto senza tanti pensieri). La degustazione si è poi spostata, mentre alcuni di noi si erano seduti per qualche istante sotto i pini all’ingresso, sui rossi, con sempre loro due protagonisti: Primitivo e Negroamaro. Li abbiamo trovati vini molto strutturati, dove il legno nuovo e piccolo lascia la propria riconoscibile firma, sia nei profumi evoluti, che nel corpo importante che è un po’ lo stile aziendale. Per un imprevisto il pranzo non è stato possibile in azienda, quindi saliti in autobus abbiamo assaltato una gastronomia, in cui una signora assieme al marito ha improvvisato alcuni tavoli con alcune prelibatezze casalinghe di grande piacevolezza (e pure fritto sul momento alcune melanzane deliziose). Un pranzo memorabile!

Bottaia della Sociale di San DonaciA questo punto vorremmo abbandonarci ad un riposino postprandiale. Ma non cediamo alla tentazione: alcune centinaia di metri e siamo alla Sociale di San Donaci.
La cantina è attiva dal 1933, e raggruppa circa 600 soci, per un volume di circa 50mila q.li di uva l’anno. La zona interrata è molto bella: corridoi stretti, archi, volte, con i muri scuriti dal tempo e dall’umidità (tutto sommato si stava bene in quella frescura) e piccole cataste di bottiglie impolverate: la curiosità di sapere cosa c’era dentro era parecchia, ma nessuno sapeva nulla. I vini provati sono stati anche qui diversi, dagli autoctoni agli internazionali, tutti firmati Salento.
Partiamo con lo Chardonnay della linea Anticaia, classico bianco d’annata, da bersi fresco per esaltarne acidità e sapidità, ma non troppo per permettere ai profumi di frutta gialla, estiva di uscire. A seguire il Rosato, sempre della linea Anticaia, che avevo curiosità di risentire dopo che lunedì credo colpa di un tappo, si era presentato con un profumo di china, erbe aromatiche, sentori di fiori secchi.
L’ho trovato invece di un bel frutto rosso, lampone, mentre in bocca aveva un buon equilibrio tra morbidezze e acidità. Siamo poi passati a diverse espressioni di Negroamaro, in purezza o con piccole aggiunte di malvasia nera, che talvolta smorzava la forza elegante del negroamaro, spostando i sentori dai frutti di bosco e spezie (o cacao, eredità talvolta degli affinamenti in legno) a toni più freschi, di frutta rossa, ciliegia.
In bocca erano tutte espressioni di grandi vini, dai tannini risoluti, a volte forse poco integrati (colpa di maturazioni troppo rapide?) o di mancanza di quel pizzico di freschezza che rende agile la beva, ma senza cadere nel vinone muscoloso tutta dolcezza e alcol. Complessivamente una sociale che guarda avanti, rimanendo legata al proprio passato importante, e al territorio su cui ha il mercato più importante (col vino sfuso che forse ancora supera l’imbottigliato).

moelleux al cioccolato servito su due creme (bianca e nera)Ci rimettiamo in viaggio. Destinazione La Fontanina, per qualche ora di riposo (il caldo sinceramente si stava facendo sentire, e inoltre avevamo ritmi abbastanza serrati. Dopo il necessario recupero eccoci pronti per Graziano e la sua cucina. Sarà clemente? Appena arrivati uno scherzo: menu a base di cavallo e di mulo, apposta per una di noi che ama troppo i cavalli per poterli mangiare. In realtà il menu stavolta è più “di terra”, e quel che mi incuriosisce sono i quattro vini in degustazione quella sera: tutti del secolo scorso. Ma prima parlo della cena.
Cotto crudo e semicrudo (una polpettina, una tartare e un altro pezzo appena scottato) di vitellone con croccante alle mandorle (la polpettina ha conquistato tutti); pan focaccia cotta nel forno a legna con salsiccia, catalogna e olive su passatina di patate (unico difetto la pasta un po’ dura, difficile da tagliare, ma era squisita), ciceria e tria (lagana fritta con ceci e ventresca croccante: è il terzo, forse quarto primo piatto di Graziano che ci manda in paradiso, in senso buono!); galletto ruspante con patata rosticciata e peperoni aglio e menta (cottura lenta e perfetta del pollo saporitissimo, forse ci voleva qualche minuto in più); arriviamo al pre-dessert: un’insalatina ghiacciata di cocomero barattino su crema bruciata al rosmarino e limone (inusuale, strano: ti spiazza, piacevolmente) per finire sul “gran trionfo del Relais… surprise”: un nome un programma.
Temevamo il peggio. E invece è stato un piacevole dolce con della crema fritta, della frutta fresca, un croccante di mandorle locali e per finire un moelleux al cioccolato servito su due creme (bianca e nera) che era spettacolare. E i vini? Partiamo da quello con cui abbiamo finito: Primitivo 2007 Attanasio: eppure avevo già avuto occasione di assaggiarlo, cos’aveva quella bottiglia? Il naso era legnoso. Le componenti slegate, coriste egocentriche, il tannino polveroso: sembrava un vino da farsi, ancora da integrarsi. Il finale dolce, quando anche si libera un po’ da quella sensazione del tannino, lascia intravedere buona materia, ma…
Durante la cena, comunque abbiamo avuto modo di provare alcune vecchie creature, a firma Severino Garofano. Parto dal più vecchio (non accenno al colore perché eravamo nella semioscurità di alcune candele, all’aperto, quando minacciava pioggia!) Graticciaia 1996, Agricola Vallone (negroamaro in purezza vinificato dopo un breve appassimento di due settimane su graticci). In sintesi? Un Amarone. Si sente il ruolo dell’appassimento nella costruzione di questo vino. I profumi sono profondi, di frutta rossa matura, caffè, liquirizia, poi ancora note balsamiche. Grande armonia, setoso in bocca, grande bevibilità. Dell’Amarone mi ricorda la “decadenza crepuscolare” dei grandi figli della Valpolicella. Notarpanaro 1997, Cosimo Taurino (negroamaro con un po’ di malvasia nera). Credo fosse una delle tante bottiglie sfortunate della serata. È dominato da una nota di catrame, ma è spento, forse non ha retto gli anni, chissà: colpa del tappo?
Le bottiglie in degustazione alla cenaDuca d’Aragona 1998, Cantine Candido (negroamaro 80%, montepulciano). L’impatto sembra promettente, non è esplosivo ma incuriosisce. Purtroppo si spegne poco dopo, col tannino solista su un palco vuoto. Più tardi tirerà fuori una stravagante nota d’incenso.
Patriglione 1999, Cosimo Taurino (Negroamaro in purezza, passito sì, ma in pianta, sempre un paio di settimane a settembre). Non coinvolge. Non è partecipativo. Una strana nota al naso ci convince a cambiare bottiglia: speriamo. Non ci convince, però l’impressione è diversa, e provo ad aspettare. Si apre, pian piano esce una nota di mandorla, sullo sfondo note balsamiche, di frutto maturo e scuro. In bocca l’acidità e il tannino sono di un coinvolgimento intrigante, tanto che non si smette di seguirne l’evoluzione che porta ribes nero, e ancora balsamicità. La bottiglia è stata la più fortunata delle 4 che sono state provate, e forse anche dei 4 vini della serata. Il coraggio premia.
Ovviamente non è finita qui: per festeggiare il compleanno di Rosanna, ecco zucchero filato e un dolce che raffigurava una civetta. Abbiamo avuto il piacere di provare così Le Briciole, dell’azienda Monaci: l’ho trovato un bel passito, elegante, senza manie di grandezza, misurato. I profumi sono quelli di frutta disidratata, albicocca, miele, vaniglia. In bocca non è travolgente come mi aspetterei, ma questo gli fa guadagnare in bevibilità. Buonanotte.

Botte dell'azienda Michele Calò30 luglio
Ebbene sì, siamo giunti all’ultimo giorno di degustazioni. Domani si farà qualche viaggetto, ma le aziende da visitare terminano con le due che seguono. Arriviamo a Tuglie dopo aver sbagliato strada, essere rimasti bloccati dalla banda (che ovviamente era per accogliere noi! ..cosa credete?) e aver fotografato peggio che per un calendario, qualche vecchio ulivo. Primi segni di follia.
Dicevo che arriviamo a Tuglie, da Michele Calò. Sfortunatamente (ma meno male che ci siamo arrivati comunque) era stato escluso dalla manifestazione al Vinitaly, probabilmente per il vino fresco di imbottigliamento. Tuttavia non so per grazia di chi, è stato incluso nel tour.
Quindi eccoci in azienda, ad ascoltare la storia di Michele e del figlio Fernando, che attualmente guida l’azienda, e che ha passato molti anni a Milano. E questo, assieme ad un conterraneo in Belgio, lo aiuta in una distribuzione all’estero importante, per un’azienda di queste dimensioni.
Fernando ci spiega come produce il suo rosato: 300 quintali di uva finiscono in tre fermentini in acciaio, solamente diraspata: negroamaro all’80%, il rimanente è malvasia nera. Il mosto che si forma per alzata di cappello, dopo circa 14-15 ore, viene svinato e trasferito in altri fermentini dove svolgerà la fermentazione (a 18 °C). È la “lacrima”.
Come capire il momento giusto per sottrarla? Solo esperienza. Il rimanente mosto (parliamo di vigneti che dànno 70-80 q.li/ha) verrà vinificato in rosso e venduto sfuso. La qualità – ci dice – è troppo bassa per i suoi standard. Il rosato rimane in cemento fino a febbraio, per essere stabilizzato poi in acciaio e finire in bottiglia (70 mg di SO2). Ma com’è questo Rosato Mjere? (premesso che ci siamo trovati di fronte ad un vassoio bellissimo di friselle e briochine di sfoglia con del prosciutto che se solo ci penso! E a quell’ora, uno spuntino, sai com’è…) Il colore del Rosato è molto bello, intenso e brillante. Al naso esprime una buona vinosità, e profumi di ciliegia succosa, matura. Una nota di mandorla accompagna la degustazione: un rosato armonico ed elegante, con un corpo che fa sentire una bella materia in bocca, presente, sorretta da acidità e sapidità. Posso dirlo? Mi piaceva, e molto.
Abbiamo provato anche il Rosso, da negroamaro in prevalenza (e un tocco di malvasia) di cui una piccola percentuale fa legno. Un rosso piacevole, profumato, asciutto, equilibrato. Potrebbe essere interessante vedere come cambia con il tempo, se acquista complessità e non perde la piacevolezza.
Anche se poco canonico, a quel punto ci incuriosiva testare la qualità del Bianco, ottenuto dall’ormai compagna di viaggio (silenziosa) verdeca, in purezza. Questo non reggerà molti anni, in quanto si avverte in questo vino (e forse è proprio il vitigno) una grande verticalità, di freschezza, sapidità senza allargarsi in morbidezze o sovrastrutture. Non riesco a fare a meno di pensarla rifermentata, e magari lavorata alla borgognona, in rovere sulle fecce: per puro scopo conoscitivo! …non mi si imputi la rovina della Verdeca dalla vendemmia 2011!
Scherzi a parte, è stata una bella conoscenza, e merita parlarne bene per recuperare la sfortuna di Vinitaly.

Le bottiglie in degustazione alla cenaUltima sosta da Mottura, altro colosso assieme ai già incontrati nei giorni precedenti. Faceva un caldo pesante. Pensiamo di trovare refrigerio in cantina, e lo troviamo vicino l’imbottigliatrice, mentre chiacchieriamo delle origini della famiglia, con Pasquale Mottura che nel ’27 fonda l’azienda. La rimanente parte dell’azienda, nonostante sia stata visitata, era in realtà quasi invivibile per il forte odore di metabisolfito, usare da poco per sanificare ambienti ed attrezzature.
L’azienda produce due linee: Villa Mottura, destinata all’HoReCa, e la Classica, destinata alla GDO. Quante bottiglie? Più di due milioni e mezzo. Gli ettari di proprietà sono non proprio pochissimi, cui se ne aggiungono 150 in affitto.
Partiamo con Rosé, bollicina rosata a base Negroamaro, profumata di frutta fresca (lampone) anche se con una solforosa un po’ ingombrante. In bocca è fresco e vivace: da bere freddo in riva al mare. A seguire il rosato, che purtroppo non mi ha convinto in nessuno dei due momenti (lunedì e sabato). Non vi riscontravo parecchi difetti, eppure, forse l’aver avuto il naso pieno di solforosa non mi ha permesso di apprezzare la sostanza del vino (che in bocca si comportava bene, con un buon gioco di acidità e sapidità).
Siamo poi passati a due rossi: un Primitivo base, che ho trovato leggermente imperfetto: poco pulito nei profumi, e slegato nelle componenti gustative. Il Negroamaro che gli è seguito invece era molto più piacevole: profumi di frutto rosso si mescolavano ad un dolce boisé, mentre in bocca risultava pieno, con un buon corpo – sarei stato curioso di vederlo a tavola.
Risaliamo in autobus per prendere la strada per Felline, a pochi chilometri dal mare. Il paesino è piccolissimo, l’aria è quella assopita e silenziosa di un sabato pomeriggio di piena estate, la luce chiara e calda di un sole splendente.
Ci intrufoliamo in alcuni vicoletti, giriamo a destra alla piazzetta: alcuni metri ed ecco la porta piccolina che ci conduce dentro al Molino di Alcantara, dove due gentili signorine ci accolgono sorridenti (noi un po’ meno: dopo i vini, le camminate sotto al sole – troppo lunghe per quanto brevi – e vista l’ora, con il pomeriggio che si affacciava.. spero siano state comprensive!).
Ci sediamo attorno ad un tavolo talmente grande da occupare tutta la sala. Palamita al verde di basilico, insalata di polpo, riso venere con cocktail di mare, tartare di tonno con crema di pistacchio, gamberi in pasta kataifi su letto di fave all’olio agrumato, polpette di polpo e cozze pasticciotto: ho reso l’idea? Ah, è solo l’antipasto. I gamberi erano molto buoni, spiccavano sugli altri piatti buoni anch’essi, ma semplici, nulla di esilarante. Detta così sembra negativa: le materie prime erano buone, le lavorazioni anche, ma non colpivano.
Continuiamo con delle fettuccine al primitivo con ragù di pomodoro (un po’ dolci, ma soprattutto un bel po’ abbondanti!) e un’ombrina al forno con patate e olive nere ben fatta, piacevole: delicata e profumata. Per chiudere delle perle di anguria al ghiaccio (erano davvero ghiacciate!) e del gelato alla mandorla con passata di fichi e mostacciolo alla cannella. Vera chicca finale gli amari agli agrumi, alla foglia d’olivo e se non erro anche un altro, ma la memoria non mi supporta. Due passi nel borgo, e ritroviamo quell’aria di tranquillità: un tavolo, un mazzo di carte, e quattro vite che si sfidano. Mi ha lasciato una sensazione di strana serenità.
Osteria già Sotto l'ArcoChe dite, uno sguardo al mare andiamo a darlo? …riusciamo ad arrivarci, ma non ci fermiamo molto, giusto alcuni minuti. La gente va, viene, si sposta. Le ferie… E ormai noi siamo alla conclusione. E si sente, nel silenzio (rotto da alcune ronfate, qua e là) un po’ la tristezza di una bella settimana che si avvia a conclusione, mentre torniamo.
Per arrivare a La Fontanina ci mettiamo più di quanto pensassi. Ormai il pomeriggio è terminato. Abbiamo un’oretta a disposizione. Provo a scrivere due righe, leggere qualcosa. Una doccia e si parte per Carovigno, Già sotto l’arco. Ci sono pure gli sbandieratori toscani a far da accompagnamento musicale alla serata. L’osteria Sotto l’Arco nasce negli anni ’50, per spostarsi poi nel palazzo settecentesco dove ora si trova, diventando Già Sotto l’Arco. Ad accoglierci è Teodosio Buongiorno, mentre la moglie Teresa guida la cucina. S’inizia? Salmone marinato, servito con dell’olio bio di Carovigno (cultivar Picholine): essenziale. In accompagnamento un Rosé Duca D’Araprì, metodo classico frutto di montepulciano e pinot nero, dominato dalla crosta di pane, che si alterna a sentori di frutta rossa, fiori: un’aromaticità che continua anche all’assaggio, invadendo il palato con la bollicina sottile. Molto gradevole.
Prosegue la creatività di Teresa con un tortino di melanzane e mozzarella su vellutata di pomodoro (unico difetto: la difficoltà a tagliare la melanzana, un po’ dura. Ma il sapore era divino)
Segue un tortello di patate ripieno di baccalà, che era però stato saltato forse in troppo burro, e non aveva molta cremosità; abbiamo poi provato un risotto alla barbabietola mantecato al gorgonzola, nel complesso molto dolce, burroso, pieno. In bilico: un passo ulteriore e sarebbe stato pesante. A quel punto è arrivato il Vigna dall’Ora 2006 (Primitivo di Manduria), ma prima un accenno al secondo. Un carré d’agnello farcito alla cicoria morbido, succulento, saporito.. splendido. Brava Teresa!
Il Vigna dall’Ora? Quattro bottiglie hanno sfilato, e quattro vini diversi ho conosciuto. Forse ha ragione Soldera quando dice che “non ci sono due bottiglie in cui lo stesso vino si evolve nell’identico modo“. Comunque quella che ho seguito maggiormente aveva uno sfondo ossidativo, si apriva su note di affumicato, empireumatiche (pure una seconda bottiglia aveva note di pane bruciato) e poi erbe aromatiche, timidamente. Pian piano ha perso quei sentori per marcare la balsamicità, e sfoggiare una bella liquirizia. In bocca tuttavia manteneva quest’espressione cupa.
Chiudiamo con un semifreddo, piacevole chiusura di una cena complessivamente molto gradevole. Ce ne torniamo passeggiando per il centro, ascoltando il rumore dei nostri passi.
Domani sì, è l’ultimo giorno.

Lillino Silibello31 luglio
Sveglia tranquilla, a metà mattina partiamo per Ceglie Messapica. Un quarto d’ora d’autobus e arriviamo. Contenuta, intima: forse con questi due aggettivi spero di poter racchiudere l’essenza di questa cittadina, dalla quale la vista su Ostuni e la Valle d’Itria è spettacolare: ulivi a perdita d’occhio (e me li ricordo, quando una settimana fa non mi ci ritrovavo più!).
Un bicchiere d’acqua fresca, mentre qualcuno acquista qualche cartolina, o cerca un quotidiano (“tutti finiti, mi spiace!”). Ma tocca scappare, ché arriva un nuvolone. Scarica due gocce, e poi continua. Così noi c’incamminiamo verso il Cibus.
Ecco, questo sì sarà difficile da raccontare. Lillino Silibello è l’estroversa anima del locale, assieme alla sorella che si occupa della cucina. Ecco, non ho preso un appunto, quella volta. E credo questo avvenga quando stai troppo bene per chiederti se è da scrivere o meno della nicchia dei salumi, quella dei formaggi (il profumo inondava la saletta che la precedeva) e della cantina labirintica piena di opere d’arte. O degli antipasti infiniti (“le melanzane con l’aglio in cu…”; la stracciatella fenomenale, il capocollo che ti faceva godere solo con il profumo, le olive calde, e cos’altro? Ricordo ancora solo il pane e i pomodori eccezionali…) e poi i primi: uno strascinet con del pomodoro tanto rustico quanto buono, degli straccetti di pasta nera con ragù di coniglio e peperoni (sarà che non riesco a soffrire i peperoni, ma secondo me stonavano, anche se erano appena accennati) e un piccolo assaggio di tagliolini con una ricotta affumicata e invecchiata, profumatissima! A quel punto Lillino ci ha portato quella bisteccona alta, con il grasso abbondante, da cuocere nei tipici fornetti, e che ci ha servito con una patata semplice e spettacolare, cotta con la buccia nello stesso forno, assieme al marretto di agnello, anche quello di una succulenza unica, che assieme all’altra carne ha portato il tasso di godimento a livelli sconosciuti.
Segue momento di smarrimento. A cui poniamo fine con una selezione di quattro formaggi che lui stesso tiene ad affinare, accompagnati da qualcosa di inaspettato: ecco spuntare dalla cantina una magnum, nessuna etichetta. Ceralacca sul collo e un 95 bianco stampato sul vetro.
L'autore Andrea Fasolo con la magnumÈ un primitivo di un contadino del posto, da cui Lillino si rifornisce di qualche grande formato. Densità, profumi di frutto maturo, marmellata, dolci, come quelli dei più bei Porto.
Ho la bottiglia sulla scrivania, così da mantenere il ricordo. E così, prima dei dolci e della visita al locale, prendo in mano il tappo di quella bottiglia, ne sento la consistenza: ha tenuto prigioniero quel nettare per quasi 16 anni. E ora?
Siamo arrivati noi da tutt’Italia, per vederla aprire. Siamo arrivati con una missione: raccontare il Rosato pugliese, ma forse era solo un pretesto per raccontare la Terra pugliese. Fatta di gente ospitale, in maniera proporzionale alla lunghezza delle cene!
Fatta di produttori che hanno un vantaggio incredibile: possono contare su un’idea del loro prodotto più conosciuto, il Rosato appunto, che forse non si rendono conto esista.
E questo è un po’ il rammarico. Non esiste un Consorzio, né per le singole DO (salvo alcune eccezioni) né tantomeno uno unico per il Rosato, cosa che io auspicherei ci fosse. La domanda di rito era quante bottiglie ogni azienda producesse di rosato: non ci sono dati che dicano i volumi, ogni produttore parla per sé, a volte senza nemmeno saperli tutti, quei dati.
Unirsi, l’unica via per consolidare questa realtà in questo momento di vacche grasse (relativamente) e per far fronte comune quando ci saranno quelle magre. E crederci. Credeteci!
Un appunto “tecnico”, se mi è permesso. Ne ho parlato nel mio breve intervento la sera, nella manifestazione di chiusura, a La Fontanina. Il rosato forse è ancor più delicato che un bianco. Numerosi vini provati a Vinitaly erano diversi da come si presentavano a luglio. Forse Vinitaly, visto il momento in cui si fa, non è nemmeno il momento migliore per fare la selezione, ma forse è il meno peggio. Ridurre il numero di imbottigliamenti potrebbe permettere al vino di assorbire il trambusto dell’imbottigliatrice e della solforosa: sembra troppo mutevole questo rosato!
Abbiamo visto rosati che sanno reggere gli anni: non è una strada che io auspico, ma è una metodologia che consiglio: pensare ad un vino che regge nel tempo, lo tutelerà di più, anche se magari sarà meno immediato nel lasciarsi scoprire. Se un rosato a settembre, ottobre è già “morto”, qualche domanda forse non è fuori luogo. Poi chissà che si riesca a vendere tutto entro l’anno.
Avete una bella Terra, amici pugliesi: fate del vostro meglio perché si esprima!
Chiudo veramente con un ringraziamento a Francesco Pezzarossa e Francesco Nacci; lo staff de La Fontanina, da Graziano ai due gentili camerieri che ci hanno sopportato in quelle sere (sperando almeno si siano divertiti) a Carlo Macchi, tutto il gruppo e a Roberto Giuliani.

Andrea Fasolo

Aspirante agronomo, laurea in Scienze e tecnologie viticole ed enologiche e poi in Scienze agrarie, innamorato tanto della vite che del frumento, e tanto delle colture quanto della cultura che vi affonda le radici. Lo appassionano tutte le forme di agricoltura a basso impatto e ad alta fertilità, che mettono la terra al centro dell'agricoltura e del mondo che ruota attorno al più antico e nobile dei mestieri.

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