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#ManzoniBianco2 – Letture di terre e vini

«Qual vento nel fiorir svelse ‘l mio stato
Et fe’ fortuna a la tranquilla vita
Entro li scogli a le più lunghe notti?
»
Pietro Bembo, Gli Asolani.

Torno sui Colli Asolani poco più di un anno dopo, in un luminoso e tiepido pomeriggio di marzo.
Sono di nuovo ospite della famiglia Cirotto, che ha la sua cantina proprio ai piedi delle colline di Asolo, e le vigne dietro, in piccoli appezzamenti dislocati sulle terre di Monfumo. Torno e il motivo è di nuovo il Manzoni bianco, il vitigno inventato dal professor Manzoni a Conegliano circa 80 anni fa. C’è qualche novità, però: un produttore in più, il trentino Maso Furli, e assaggio alla cieca dei vini, che sono cinque.
Ricapitolando quindi c’è il Costalunga di →Cirotto, il Manzoni di →Vettori, →Maso Furli con il suo Manzoni e infine →Fanti con le due versioni: Manzoni Bianco e Isidor. L’annata in gioco è la 2012, escluso Vettori e Isidor (perché lo spiego più avanti).

Asolo e le sue colline

Si parte subito, nella speranza di finire in tempo per fare un salto nei vigneti di chi ci ospita.
Aspetto di averli nel calice tutti assieme, per potermi orientare grazie al confronto. Ed emerge subito la diversità tra i tre vini trentini e i due veneti.
Pur nella (relativa) distanza tra i colli di Conegliano e quelli di Asolo, la diversità di terreni e la differente annata, il Manzoni in Veneto ha un carattere riconoscibile, e assume note calde di frutta matura e vaniglia, mentre i trentini mostrano toni più freschi di erbe, anche balsamiche, e agrumi.
E questo trova conferma anche nel confronto operato da Tomasi e Marcuzzo nelle annate 2009 e 2010, che ha messo a confronto due vigneti in Veneto, uno in Trentino, e poi ancora Lombardia, Puglia e Toscana – tutti coltivati a Manzoni bianco – e ha evidenziato come si mantenga un trend di maggiore accumulo di terpenoli, seguiti da benzenoidi e infine norisoprenoidi nei due contesti – quello trentino e quello veneto – ma come il Veneto favorisca l’accumulo di composti che danno aroma di vanillina o giacinto, mentre il Trentino sia favorito su note di eucalipto, agrumi, rosa.
Il 2013 di Vettori presentava note calde di vaniglia, resina, agrumi canditi e lime. Emergeva lenta anche una sfumatura balsamica, mentre in bocca si mostrava morbido ed equilibrato. Il 2012, dato il grande stress sopportato in quell’estate (ricordo l’ultima pioggia il 13 giugno e l’attesa poi fino a fine agosto, con notevoli ondate di calore e di imprecazione tra i maiscoltori coi cambi bruciati) non ha permesso di fare un vino all’altezza.

La degustazione da Cirotto

Cirotto presentava il suo 2012: note di vaniglia, caffè, albicocca, in un quadro molto timido. In bocca privilegiava la freschezza, spoglio di morbidezze e rotondità a causa dell’annata che, pur calda, non ha lasciato maturare bene le uve.
Il Manzoni 2012 di Fanti si poneva anch’esso con una certa timidezza, ma lentamente lasciava salire i profumi di scorza d’agrume, erba tagliata e rosa. In bocca mostrava equilibrio tra il corpo morbido e l’acidità spessa, tipiche del Manzoni.
Più in alto sulla collina di Pressano, a circa 600 m di quota, nasce l’Isidor, su terreni più porfirici.
L’impatto è profondo, con note sulfuree e minerali, di kerosene, poi frutta disidrata e menta (di campo, meno pungente). In bocca mostra lo stesso equilibrio, ma in maniera più dinamica, con sapidità e persistenza maggiori.
Ho tenuto per ultimo Maso Furli, anche se nella serie era al primo posto. È stata la scoperta e la sorpresa della degustazione. I vigneti di Marco Zanoni non distano molto da quelli di Alessandro Fanti, sempre a Pressano, su terreni marnosi di origine vulcanica e con il panorama sull’Adige e su Trento (che è poco a sud). Il vino riunisce in sé la freschezza minerale del Manzoni di Pressano – con note di ananas, erbe aromatiche, note sulfuree e minerali – e la potenza elegante di un bianco della valle dell’Adige, con grande ricchezza, equilibrio e persistenza. Vi ritorno spesso, per sentire l’evoluzione, le note di menta, di idrocarburi. L’avevo scambiato per l’Isidor, inizialmente.

Il vigneto Costalunga

Con la calma di qualche pezzo di pane e un po’ di salame e formaggio, assaggiamo anche qualcosa di più vecchio: un Manzoni di Vettori del 2000.
Miele, frutta secca, burro, e poi note balsamiche e accenni di idrocarburi: si mescolano alcuni ricordi del legno ai profumi del vitigno. In bocca è rotondo, cremoso, con un’acidità ancora viva e una dolcezza che va smagrendo, per lasciare emergere l’anima del vino.
Un ricordo di fieno e granaio, sul finale, mi accompagna sui prati del vigneto Costalunga, dove quasi sul bordo della valle ai piedi del Grappa affondano le radici le vigne del Manzoni Costalunga.
Alle spalle di Asolo si alzano alcune colline, unite in una dorsale su arenarie e calcari marnosi. Il territorio compreso tra queste e il massiccio del Grappa è diviso in due da un’altra dorsale, sempre in senso est-ovest. Questa dorsale ha substrato calcareo e arenaceo-silicatico calcareo e le rocce e i suoli tipici sono quelli della foto del vigneto Costalunga.
Fra queste due dorsali, terre diverse si alternano: da Monfumo e salendo verso est, verso il Piave, i suoli sono sottili, derivanti da calcari marnosi facilmente erodibili. Scendendo verso Castelcucco e Paderno i suoli sono invece di origine sedimentaria, con ghiaie molto calcaree che hanno colmato vallivi e conoidi nel corso dei secoli. Alle spalle invece della dorsale vi è la valle più profonda proprio ai piedi del Grappa.
I diversi suoli, plasmati dal tempo, risultano in paesaggi anch’essi diversi, passando dai versanti più ripidi determinati dai conglomerati (Asolo) alle forme più dolci delle marne di Monfumo.
Sono argille promettenti, queste che hanno accolto o accoglieranno la vite. E intanto che sulle terre rosse giù nella pianura che abbraccia questi colli, fervono le semine per rimanere poi ad attendere la pioggia, guardo l’olmo in fiore, coi rami vestiti di viola che guardano il cielo.

Marne e arenarie a Castelcies

Andrea Fasolo

Andrea Fasolo

Aspirante agronomo, laurea in Scienze e tecnologie viticole ed enologiche e poi in Scienze agrarie, innamorato tanto della vite che del frumento, e tanto delle colture quanto della cultura che vi affonda le radici. Lo appassionano tutte le forme di agricoltura a basso impatto e ad alta fertilità, che mettono la terra al centro dell'agricoltura e del mondo che ruota attorno al più antico e nobile dei mestieri.

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