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Demarie, il Roero non si ferma. La comunicazione contro la pandemia

Fotografie di Azienda Demarie e Danila Atzeni

Demarie: lavoro in vigna
Demarie: lavoro in vigna

Collaboro ormai stabilmente da diversi anni con agenzie di comunicazione legate al mondo dell’enogastronomia, questa attività si sta intensificando a maggior ragione in questo periodo; stagione (speriamo non un giorno in più) che verrà ricordata per la tremenda pandemia legata al Covid-19, fenomeno che ha scosso il mondo intero, troppi i fattori determinanti. Questo virus ha cambiato totalmente le nostre abitudini, ci ha costretti a sottostare a regole ferree per il suo contenimento, ci ha “distanziato”, in tutti i sensi, sia dal punto di vista psicologico che fisico, inoltre, ha obbligato le aziende ad adottare il lavoro agile, meglio noto come smart working, quest’ultimo punto fa riflettere. Era necessaria davvero una pandemia per far capire alle aziende italiane l’importanza di questo nuovo approccio al mondo del lavoro? Questa è la domanda che molti lavoratori si sono posti, la risposta è uno sola: “No di certo!”. Molti altri stati d’Europa adottano questo sistema già da anni, con ottimi risultati; un risparmio in termini economici e psicofisici a favore del dipendente, del titolare d’impresa, ma soprattutto in tutela dell’ambiente, tema ahimè ancor più delicato della pandemia stessa. È necessario che ognuno di noi capisca l’importanza di questa causa, in ogni modo e con ogni mezzo necessario, ne va del nostro stesso avvenire.

Sentieri tra le vigne del Roero
Sentieri tra le vigne del Roero

Un’azienda che l’ha capito già da anni è Demarie, sede a Vezza d’Alba (CN), storica cantina di uno dei comprensori vitivinicoli piemontesi che negli ultimi anni sto approfondendo di più, il Roero. Molteplici gli articoli che ho già scritto, dedicati ai suoi protagonisti e agli eventi promossi dal Consorzio di Tutela del Roero, fondato sei anni fa, primo fra tutti “Roero Days”. Quest’anno per ovvie ragioni la rassegna è stata annullata, ma la quinta edizione si svolgerà in un futuro prossimo, ne sono sicuro, anzi colgo l’occasione per augurare un grosso in bocca al lupo a tutti gli organizzatori e ovviamente ai produttori. Devo ammettere che le terre del Roero stanno catturando la mia attenzione, soprattutto da quando la maggior parte dei produttori ha deciso di inseguire la propria strada, di puntare sulle peculiarità che contraddistinguono queste colline, dare voce a un territorio in grado di plasmare vini eleganti, austeri, dotati di finezza e austerità, soprattutto piacevolezza di beva. Lungi dal voler sollevare sterili polemiche, ma in passato, troppe volte, alcuni produttori del territorio hanno voluto emulare le caratteristiche dei vini prodotti nelle vicine Langhe; il terroir non mente, ogni cru, o vigna che dir si voglia, vive attorniato da caratteristiche pedoclimatiche ben precise, il frutto di tutto ciò è il risultato nel bicchiere, quello non mente mai.

panorama tra i vigneti
Panorama tra i vigneti

Ma torniamo per un attimo all’agenzia di comunicazione che in questo caso mi ha direttamente coinvolto, la WHY NET Food&Wine Marketing Agency di Alba, portavoce di molte aziende vitivinicole italiane e del territorio roerino. Alessandra Beltramo, referente dell’azienda con il quale abitualmente scambio mail inerenti al lavoro, conoscendo il mio punto di vista su queste nuove forme di comunicazione adottate in emergenza Covid-19, mi ha proposto di partecipare a una videochiamata con Paolo Demarie, responsabile commerciale dell’azienda, colui che più di tutti si occupa soprattutto della comunicazione. Devo ammettere che l’idea inizialmente mi ha un po’ spiazzato: simulare un incontro con un produttore, senza prima conoscere e calpestare le sue vigne, la cantina, i “colori” dell’azienda? Perché no, a conti fatti l’unica cosa da spiazzare veramente è questo maledetto virus, non è il momento di inseguire inutili schemi fissi mentali, bisogna andare avanti, vivere la materia sempre e comunque; se la videochiamata con un produttore potrà diventare un nuovo mezzo per comunicare, ben venga. L’essenza della comunicazione è l’incontro, il confronto, non il mezzo o la location.

Il terreno ricco di fossili
Il terreno ricco di fossili

Ascoltare le parole, il racconto del lavoro svolto dal nostro protagonista e dalla sua famiglia, le trazioni, il dibattere in tempo reale circa le caratteristiche organolettiche dei vini aperti simultaneamente. Insomma, tutto ciò si è svolto circa un paio di settimane fa e ancor oggi ripensando a quelle tre ore passate in compagnia di Paolo devo riconoscere che è stata un’esperienza piacevole, una giusta ricompensa alle troppe rinunce che abbiamo dovuto subire per sottostare alle regole ferree imposte da questa maledetta pandemia; in parole povere fare l’ennesimo sgambetto al virus, in attesa di poter raggiungere i titolari di questa bella realtà vitivinicola di Vezza d’Alba.
Demarie è un’azienda ormai giunta alla terza generazione, Paolo e Aldo i protagonisti indiscussi. Del primo ho già accennato, rappresenta la voce dell’azienda, anche se non disdegna assolutamente la collaborazione in cantina, circa il secondo è bene aprire una parentesi. Aldo è il cuore pulsante dell’azienda, l’essenza stessa del territorio, restio ad ogni tipo di approccio che lo allontani anche solo per mezza giornata dal suo luogo del cuore, la vigna, che ama vivere in maniera totale, una sorta di simbiosi.

I grappoli "neonati"
I grappoli “neonati”

Paolo, suo fratello, scherzosamente mi ha raccontato che ci sono degli importatori esteri che non sono mai riusciti a vedere nemmeno una sua foto, troppo assorto a gestire al meglio i suoi 20 ettari di vigneto sparsi tra i comuni di Vezza d’Alba, Castellinaldo, Castagnito, Piobesi d’Alba e Guarene. Doveroso ricordare i fondatori dell’azienda, ovvero nonno Bartolomeo e qualche anno dopo papà Giovanni e zio Carlo, due fratelli con vent’anni di differenza, sconosciuti l’un l’altro per via del conflitto bellico, (seconda guerra mondiale, 1946) riavvicinati solo per via dell’amore per la vigna. In quegli anni, assieme, impiantarono il primo vigneto di nebbiolo in Vigna Varasca. Oggi la cantina di vinificazione e affinamento si trova appena fuori Vezza d’Alba, una moderna struttura studiata per la salvaguardia dell’ambiente, costruita con materiali e tecniche in grado di sfruttare l’energia ecologica, come ad esempio i pannelli fotovoltaici. Da segnalare, inoltre, che la cantina sfrutta una caldaia a biomasse-cippato in grado di riciclare i tralci provenienti dalla potatura dei vigneti per la sua stessa combustione. L’azienda in questo periodo è in piena conversione all’agricoltura biologica, con l’annata 2020 lo sarà al 100%, un lungo percorso iniziato anni fa, fortemente voluto dai due titolari ed in linea con la filosofia green della cantina. In vigna l’approccio è molto chiaro: potature appropriate, diradamenti, sovescio in specifici vigneti, in cantina si predilige la scelta oculata dei lieviti indigeni o selezionati a seconda del vitigno e della tipologia di vino. Attualmente Demarie si avvale della consulenza agronomica del Dott. Cavallo, oltre alle competenze di Aldo e il punto di vista dello stesso Paolo. Da qualche anno nuove leve stanno dando il loro contributo: Luca Simonella e Carlo Cucco, consulenti giovanissimi, entrambi enologi; Paolo tiene a precisare che l’azienda punta molto su questi due ragazzi, perché talentuosi ed appassionati del territorio, delle tradizioni, ma con uno sguardo sempre proiettato verso il futuro.

Uno sguardo fra i filari
Uno sguardo fra i filari

Abbiamo affrontato diversi punti durante la videochiamata, quello più importante è a mio avviso il tema della ristorazione ai tempi del Covid-19: “Andrea, tu che hai modo di confrontarti con diverse tipologie di professionisti legati al mondo dell’enogastronomia, qual è il tuo percepito rispetto allo stato d’animo dei ristoratori e di tutti coloro che dipendono attualmente dalla filiera che deve fare i conti con queste importanti restrizioni? Cosa pensi cambierà una volta ripartiti? Questa domanda, oltre ad avermela posta Paolo, se la stanno ponendo ormai da mesi tutti gli attori coinvolti. Non potendo usufruire dei benefici della proverbiale palla di cristallo, confrontandoci, siamo arrivati alla conclusione che i ristoratori hanno una gran voglia di ricominciare, a qualunque costo, la soluzione per recuperare questi mesi d’inattività non sarà necessariamente l’aumento dei prezzi, è troppo rischioso, perché bisognerà fare i conti con la diffidenza iniziale di tutti coloro che potranno pian piano ricominciare a metter piede in un ristorante. Va inoltre sottolineato il fatto che sarà comunque un’esperienza nuova, che porterà con sé pareri positivi e negativi. Significativo l’aneddoto raccontato da Paolo giunti a questo punto della discussione: “Sai Andrea, qualche giorno fa son andato in centro ad Alba, erano mesi che non vi mettevo piede, volevo comprare una torta gelato per festeggiare la festa della mamma; entrambi siamo piemontesi, sappiamo bene che nella nostra amata regione le attività commerciali sono gestite seriamente, con passione e professionalità, nulla da eccepire, ma certamente non possiamo considerarci romagnoli riguardo l’ospitalità e l’esuberanza durante il servizio; beh devo riconoscere che al contrario, in questa circostanza, la titolare della gelateria, che conoscevo già, mi ha accolto con un sorriso e un calore che mi ha conquistato, dimostrando un’empatia che difficilmente ricordo di aver mai provato in circostanze simili. Vedi, questo è l’atteggiamento che a mio avviso farà ripartire pian piano il settore, mostrare passione per il proprio lavoro predispone bene il cliente.

Andrea Li Calzi
Andrea Li Calzi

Con sommo gaudio è arrivato il momento di stappare le bottiglie previste per il tasting virtuale. Per fortuna la parte prettamente edonistica ha mantenuto i caratteri classici della degustazione: cavatappi, bicchiere, ossigenazione, mescita, insomma sia io che Paolo abbiamo scherzato molto su questo punto, un vino virtuale spaventa entrambi, soprattutto dopo un’abbondante ora e mezza di chiacchierata, perché viene sempre una sete “reale”. Quale migliore occasione per raccontare un grande territorio se non attraverso i suoi stessi prodotti, frutto dell’impegno dei viticultori e delle peculiarità di queste meravigliose colline piemontesi.
Protagonista incontrastata delle uve autoctone piemontesi a bacca bianca, l’arneis, soprattutto nelle colline del Roero, ha trovato una felice connotazione attraverso i suoi vini, tanto da guadagnare negli ultimi 20-30 anni importanti fette di mercato italiano ed estero. La famiglia Demarie ha sempre creduto molto nel suo potenziale, oggi l’intero staff enologico sperimenta molto in cantina, partendo sapientemente dalla vigna, lo scopo è produrre differenti tipologie di vino fortemente caratterizzate e con diverse peculiarità. Si parte da una versione spumantizzata in metodo charmant chiamata “Charme”, segue la versione metodo classico “For You” che sosta 18-24 mesi sui lieviti, la terza, è un’etichetta con vinificazione piuttosto classica di vino bianco fermo, per concludere, una bottiglia molto particolare: il “Sabbia”, ottenuto usando l’uva arneis, vinificata come un vino rosso, a contatto con le bucce durante la fermentazione e con invecchiamento in barrique. “È giusto accontentare il più possibile le esigenze di mercato e il gusto dei consumatori in continuo mutamento, inoltre anche per noi è sempre una continua sfida, l’importante è mantenere sempre una sorta di legame indissolubile con la terra del Roero”. In questo Paolo e Aldo non sono secondi a nessuno, questo concetto mi è parso chiaro e insindacabile, soprattutto a giudicare dalla chiarezza del loro pensiero che si riflette nella gamma dei vini proposti.

Roero Arneis 2019 Demarie

Roero Arneis 2019
Tralasciando le due versioni spumantizzate, il mio obbiettivo è comunque raggiungere presto l’azienda per poter toccare con mano la vigna, e perché no, degustare anche le bollicine, al momento ci concentreremo solo sui vini fermi. La prima etichetta è una versione piuttosto classica di Roero Arneis DOCG, vigne ubicate perlopiù a Vezza d’Alba, all’interno dell’MGA (Menzione Geografia Aggiuntiva) “Torion”, situata a nord-est rispetto allo stesso comune. Il terreno rispecchia totalmente le peculiarità delle colline del Roero: vigne a perdita d’occhio, pendenze estreme, il caratteristico terreno ricco di sabbia, elemento che dona ai vini freschezza, eleganza di profumi, struttura e complessità. Classica fermentazione alcolica a temperatura controllata e vinificazione in acciaio. In questo caso l’obbiettivo è forgiare un prodotto in grado di rivelare i sentori classici dell’uva arneis, uno scopo “pseudo didattico”, far capire al consumatore gli elementi distintivi del vitigno allevato nel contesto reoerino. È bene ricordare che questa cultivar viene allevata anche nelle vicine Langhe, dunque quale contenitore più dell’acciaio risulta in grado di tradurre fedelmente un territorio per mostrare sensibilmente il DNA del vino. 13 % Vol., 4,78 g/l di acidità totale e una resa per ettaro di circa 7000 litri. Al calice mostra tonalità paglierino chiaro, luminoso, affascinante. Esordio fruttato in cui si distinguono pera Kaiser e mela Golden, albicocca, biancospino e ginestra, fresche sensazioni vegetali di resina e menta peperita, chiude il cerchio un soffio minerale iodato, a voler ricordare la componente del terreno. Un sorso slanciato, succoso, dinamico, acidità scalpitante su medio corpo; prevale una sensazione di frutta croccante inspessita da un ritorno salino che aumenta la profondità gustativa del vino. Perfetto a mio avviso su un piatto di totani spadellati con aglio fresco e punte di asparagi.

Vino Bianco “Sabbia” 2018 Demarie

Vino Bianco “Sabbia” 2018
“Il vino “Sabbia” è un vero e proprio esperimento, inoltre è un omaggio alle sabbie giallo-oro del Roero in cui nasce; l’etichetta poi è una vite, e rappresenta l’albero genealogico della famiglia, sulle radici il nome dei miei genitori, Giovanni e Quintilia, a salire le nostre famiglie. Sullo sfondo, c’è una vigna, e i pali di testa, che sono quelli che sorreggono tutto il filare, hanno i nomi delle persone che lavorano per noi in azienda. Il ringraziamento particolare e un po’ speciale va soprattutto a loro, al territorio, ai nostri cari, insomma a tutti coloro che credono in noi e ci aiutano giornalmente “. Queste belle parole di Paolo, raccontano il vino più di qualsiasi scheda tecnica o dettaglio che dir si voglia, ma è interessante il progetto che sta dietro a questo prodotto dunque trovo corretto raccontarlo e specificarne le caratteristiche. Partiamo dal presupposto che un vino ottenuto usando l’uva arneis vinificata come un vino rosso, a contatto con le bucce durante la fermentazione, e con invecchiamento in barrique, non è un qualcosa che s’improvvisa. Nasce da un profondo interesse del nostro protagonista, unito a tanta curiosità, circa il cosiddetto “mondo dei vini naturali/bianchi macerati”, ma soprattutto dalla voglia di sfidare le potenzialità di un territorio e di un’uva in grado di regalare tante soddisfazioni. Partiamo dal presupposto che chiamarlo “Orange Wine” è inappropriato, perché nonostante appartenga alla categoria, l’uva arneis, anche se gestita con lunghe macerazioni sulle bucce, difficilmente virerà su tonalità diverse dall’oro. Il primo esperimento risale all’annata 2015, quest’etichetta, la 2018, rappresenta il secondo vino prodotto dall’azienda. Le uve vengono diraspate, segue una lenta fermentazione in acciaio con bucce e semi senza controllo della temperatura per 20 giorni; alla fine della fermentazione alcolica vengono lasciate le bucce a macerare per altri 25 giorni. In questo caso vengono utilizzati solo lieviti indigeni, successivamente il vino viene sfecciato e travasato in barriques francesi usate dove affina per un periodo di 4 mesi. L’uva proviene dagli stessi vigneti del vino precedente, rese per ettaro son le medesime, l’acidità totale in questo caso è 5,30 g/l., 13 % Vol. Confermo quanto già asserito dal mio interlocutore, il vino mostra una lucentezza importante con tonalità giallo oro che scaldano la classica atmosfera fredda della degustazione virtuale, resa piacevole e a tratti goliardica, dall’empatia subito raggiunta con il buon Paolo, persona davvero simpatica e alla mano. Un naso caleidoscopico, cangiante, dapprima impregnato di sentori dolci di frutta disidratata (scorza d’arancia, albicocca, pesca), evolve maturando un respiro complesso di cera d’api, sabbia bagnata, caramella mou, nocciola e mais tostato; con lenta ossigenazione affiorano sentori di smalto ed un floreale acre di biancospino e acacia. Lento a concedersi, ma in questo modo è più appassionante coglierne i cambiamenti, le sfumature, i grandi vini si comportano quasi tutti così. Il palato, in questa fase, è leggermente più bilanciato a favore delle parti sapide rispetto a quelle acide. L’alcol, ben integrato alla materia, non disturba affatto, profondità gustativa in primo piano, il vino, a mio avviso, deve ancora stemperare la grande potenza del terreno, ingentilirsi, “diluirsi” naturalmente a favore di una beva stimolante e compulsiva; l’affinamento in bottiglia realizzerà tutto ciò, accade spesso con vini che seguono questo protocollo di vinificazione e affinamento. Un piatto che abbinerei volentieri è il più classico dei conigli all’Arneis, ricetta di grande tradizione reorina.

Roero Riserva 2016 Demarie

Roero Riserva 2016
Demarie è un’azienda vitivinicola legata indissolubilmente alle colline del Roero, nel 1946 Giovanni e Carlo hanno piantato un vigneto storico di nebbiolo chiamato Vigna Varasca, a Vezza d’Alba, nel cuore dell’MGA (Menzione Geografia Aggiuntiva) “Torion”. La vite affonda le radici in un suolo d’origine alluvionale con una presenza importante di sabbie di origine marina del pliocene, si parla di circa 5 milioni d’ anni fa, era terziaria, inoltre vi è presenza di calcare, conchiglie. Tutto ciò contribuisce a plasmare un terreno più soffice rispetto alla matrice langarola, famosa per l’argilla e per la sua compattezza. Il nebbiolo in queste lande piemontesi indossa i panni di un concertista di musica jazz, la finezza vocale di David Sylvian, l’eleganza innata dei musical di Jacques Demy; insomma è questa l’identità del Roero, un vino che ammalia con i suoi profumi gentili e conquista per via della sua grande sapidità e profondità gustativa. Ormai si parla di “più di 300 iscritti al Consorzio fra produttori e viticoltori, e più di 1.000 gli ettari vitati della Denominazione Roero, per un totale di circa 6 milioni di bottiglie prodotte”, come cita il sito del Consorzio di Tutela del Roero. Se tutti costoro puntassero in futuro a produrre vini con un DNA simile, le potenzialità di questo vino saranno pressoché infinite; lo auguro davvero a tutti i vignaioli che dal primo giorno stanno seguendo con passione questa strada, l’unica a mio avviso. Veniamo al Roero DOCG Riserva 2016 dell’azienda Demarie. Il vino segue un protocollo piuttosto classico, lo scopo è offrire un prodotto di grande tradizione per imprimere nella mente del consumatore la qualità e le peculiarità del nebbiolo allevato in queste colline. In questo caso le stesse sono poste a un’altitudine di 200-400 metri sul livello del mare, esposte a sud-ovest. Resa per ettaro mai superiore a 80 quintali per ettaro, fermentazione svolta in acciaio e cemento, affinamento in barriques francesi (70% usate, 30% nuove); complessivamente il vino affina per un minimo di 32 mesi, di cui almeno 6 in legno, come da disciplinare. Acidità totale 5,61 g/l, 14,5% Vol. Un granato che ammicca al rubino, media trasparenza, tonalità calda e vivace; mostra consistenza, roteandolo nel bicchiere, l’estratto del vino delinea archetti fitti e regolari. L’esordio al naso mostra complessità e finezza, la sinfonia dei profumi si alterna in maniera quasi ritmica: percezioni fumé date dalla tostatura di un legno mai invasivo si alternano a tracce minerali di sabbia bagnata, terriccio umido, toni salmastri, il frutto è croccante e stimola il naso, il ribes rosso anticipa la susina, l’amarena, segue un respiro balsamico di mentolo, rosmarino, cardamomo, tabacco in foglia. Ad oltre mezz’ora dalla mescita affiorano ricordi floreali intrisi di fascino ed eleganza, un gran bel naso davvero in continua evoluzione. Il palato non si discosta poi molto stilisticamente, la sensazione di morbidezza è subito contrastata da una spalla acida che ravviva il sorso e deterge l’insieme, dominato da grande sapidità/profondità gustativa che riporta cuore e mente in vigna. Ciò che rapisce è la totale assenza di alcol percepito nonostante i 14,5% Vol., il vino si beve e si ribeve con estrema piacevolezza. In questo è complice un’annata estremamente regolare, priva di periodi torridi o importanti siccità, dunque ormai universalmente riconosciuta a cinque stelle. L’ho personalmente abbinato a uno spezzatino di manzo con peperoni di Carmagnola, devo ammettere che la soddisfazione provata nell’accostare il piatto al vino è stata notevole, un connubio perfetto tra i vari elementi di un grande territorio, quello delle colline del Roero e del grande Piemonte.

Andrea Li Calzi

Andrea Li Calzi

È nato a Novara, sin da giovanissimo è stato preso da mille passioni, ma la cucina è quella che lo ha man mano coinvolto maggiormente, fino a quando ha sentito che il vino non poteva essere escluso o marginale. Così ha prima frequentato i corsi AIS, diplomandosi, poi un master sullo Champagne e, finalmente, nel giugno del 2014 ha dato vita con la sua compagna Danila al blog "Fresco e Sapido". Da giugno 2017 è entrato a far parte del team di Lavinium.

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