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Ho tardato un po’ a produrre questo articolo poiché proprio tre giorni fa, l’11 giugno, ho avuto modo di riassaggiare un buon numero di Barolo 2004, in occasione di un evento organizzato a Roma da Camera di Commercio di Cuneo, Regione Piemonte, Enoteca Regionale del Barolo ed Enoteca Regionale del Barbaresco, presso il Marriott Grand Hotel Flora, dedicato sia ai Barolo 2004 che ai Barbaresco 2005 (che stanno evolvendo molto bene). Non potevo lasciarmi sfuggire l’opportunità di poter verificare, anche se a distanza di poco più di un mese da Alba Wines Exhibition, lo stato dell’arte di questo vino che, quando raggiunge le alte vette, almeno a mio avviso sono davvero pochi a poter reggere il confronto con la sua straordinaria eleganza ed espressività. E come mi aspettavo ho avuto solo conferme, si tratta di un’annata che riesce ad offrire già ora grande piacevolezza, i tannini sono generalmente setosi, il corpo pieno e avvolgente, l’austerità e la durezza trovano posto solo in pochi casi, in quelle versioni che hanno sempre avuto un carattere meno disponibile, ma comunque anche gli irriducibili sono apparsi meno scontrosi. Insomma, un Barolo 2004 che rappresenta il connubio ideale fra una immediata disponibilità e una capacità evolutiva senza alcun tentennamento. Un’annata certamente classica, dove il nebbiolo ha trovato la sua migliore espressione, riuscendo a tirare fuori tutta la sua nobiltà, la sua classe ancora in piena gioventù. Un’esperienza per certi aspetti nuova, poiché in precedenti millesimi di valore come 2001 e 1999, nonostante se ne cogliesse la grandezza, molti vini chiedevano tempo per concedersi, mentre la 2000, da alcuni un po’ troppo osannata, non aveva la stoffa e la classe di questa pur presentando vini già piacevoli.
Non ci sono dubbi, questa è un’annata da ricordare, i produttori ne possono essere ampiamente soddisfatti, anche perché è riuscita a fondere qualità e abbondanza, infatti per quanto si potesse diradare, selezionare, di uva ce n’era molta e tutta buonissima, con i dati di zuccheri, maturazione fenolica e acidità praticamente perfetti. Un riscatto che ci voleva dopo una 2002 che la grandinata del 3 settembre ha rovinosamente colpito, risparmiando quasi esclusivamente il comune di Serralunga d’Alba, e una 2003 che ha subito gli effetti di un’estate torrida. Insomma, questa è l’occasione, per chi può permetterselo, di andare in enoteca e acquistare un bel numero di bottiglie, qualcuna da godere sin d’ora e un bel po’ da mettere in cantina, potrei dirvi come investimento ma vi sfido a resistere dal berle.
Una sintesi sulle differenze fra i Comuni
Come ormai saprete è consuetudine di Alba Wines Exhibition presentare i vini dividendoli per comune di provenienza, elemento utilissimo per una prima individuazione delle caratteristiche delle diverse zone. Sebbene siano 11 i comuni coinvolti nella denominazione (l’intero territorio di Barolo, Serralunga d’Alba e Castiglione Falletto, parte dei comuni di Monforte d’Alba, La Morra, Verduno, Novello, Grinzane Cavour, Diano d’Alba, Roddi e Cherasco), possiamo concentrarci su quelli più significativi, ovvero Barolo, Monforte d’Alba, Serralunga d’Alba, La Morra, Castiglione Falletto e Verduno. Fatta eccezione per La Morra, che salvo alcune eccezioni è apparsa decisamente sotto tono e poco convincente, con una serie di vini fin troppo ampia che non sembra essersi giovata di un’annata di notevole qualità come la 2004, le cose migliori, anzi superlative sono arrivate principalmente da Serralunga e, in seconda battuta, da Monforte. Mai come in questa occasione avevo riscontrato tanti vini di livello altissimo, anche da aziende che solitamente non mi avevano convinto. Su 32 campioni provenienti da Serralunga, più della metà hanno raggiunto o sfiorato l’eccellenza, una media che non ricordo di avere mai rilevato, neanche in annate come la 1999 o la 2001. Ho provato una progressiva esultanza man mano che andavo avanti nella degustazione, sebbene avessi appena terminato di apprezzare 30 Barolo di Monforte e quelli di Serralunga fossero gli ultimi di una serie di 249 vini fra Roero, Barbaresco e Barolo, sciroppati in quattro mattinate. Insomma una serie indimenticabile di vini eleganti, ricchi, di carattere, freschi e polputi, con dei tannini tosti eppur setosi, spiccatamente territoriali, a tratti commoventi, pieni di fascino. Monforte, dal canto suo, ha fornito una bellissima prova, solo leggermente più discontinua e con un minor numero di eccellenze, ma comunque esaltante, assolutamente convincente, con una buona serie di vini eleganti, nervosi e complessi. Molto bene anche Castiglione Falletto, che anche questa volta non ha tradito la sua capacità di donarci vini di grande finezza, profumati, senza eccessi né estremismi, bensì equilibrati, godibili, sorridenti e con tannini sempre dolci, vellutati. Per quanto riguarda Barolo, i 32 campioni presentati hanno fatto la loro figura, dimostrando che i vigneti di questo comune (in particolare il Cannubi) riescono ad esprimersi al meglio in annate più fresche ed equilibrate, tanto da essere emerse anche aziende che solitamente non mi apparivano molto convincenti. Infine va menzionata Verduno, che al confronto con gli altri comuni rappresenta un fazzoletto di terra, ma vanta dei cru di altissimo livello come Monvigliero, Riva, Massara, San Lorenzo e per il quale erano presenti i vini di sole quattro aziende, tre delle quali hanno dato ancora una volta prova di grandissimo livello. Ma scendiamo nel dettaglio dei vini seguendo l’ordine di presentazione per comune di provenienza.
Barolo
La mattina di giovedì 8 maggio, dopo una carrellata di 22 Barbaresco provenienti da Treiso e Neive, questi ultimi non proprio entusiasmanti, confesso che ero un po’ preoccupato di dover affrontare subito i non sempre facili Barolo di Barolo, ma le cose sono andate in modo del tutto diverse. Sin dai primi campioni si percepiva che l’annata gli aveva donato una marcia in più, che questa volta sarebbe stata una piacevole avventura, con alcune sorprese e qualche piacevole ritorno.
Mi ha subito convinto il Barolo Liste di Damilano, che dal millesimo 1999 non mi aveva più entusiasmato, questa volta molto classico, complesso, variegato, di grande florealità, ma anche con bocca di spessore, tannino deciso ma fine, molto elegante nel tessuto espressivo arricchito da note di ribes, lampone e, soprattutto, liquirizia.
Un’altra piacevole sorpresa è arrivata dal Cannubi di Gianni Gagliardo, a riprova che la 2004 è stata ideale per questo famoso cru: naso particolare, con note di fiori in parte freschi, fra cui la rosa e la viola, in parte appassiti e secchi, per proseguire con richiami al cuoio e alla liquirizia, un rovere più dosato che in passato, mentre al gusto presenta una struttura decisa, tannino fitto e ancora mordace, ma con un apporto di polpa e freschezza che ne lasciano intravedere un’ottima evoluzione.
Saliamo un gradino più in alto con l’ottimo Cannubi di Michele Chiarlo, solitamente piuttosto lontano dai livelli del Cerequio di La Morra, ma questa volta assai più preciso, grande freschezza, note di viola, ciliegia, amarena, note ferrose, in bocca ha materia, polpa, gustoso, tannino fine, pulito, frutto che ritorna lungo e stimolante.
Migliore che in altre occasioni il Cannubi di Cascina Adelaide, anche se conferma un approccio al piccolo legno ancora troppo incisivo, che sottrae personalità ad una trama degna di interesse, al palato si sente un tannino ancora aggressivo e spigoloso, che non so quanto riuscirà ad essere ammorbidito dal tempo.
Buona prova anche per Francesco Rinaldi con il suo Cannubbio, dai toni di tè alla rosa e salmastri, con qualche spunto etereo che ritroviamo all’assaggio nel frutto sotto spirito; il tannino ha una bella misura e il finale si profila ampio e persistente.
Dal Vigneto Cannubi arriva un’altra buona prova da Burlotto, l’azienda condotta da Fabio Alessandria, un naso che si propone ampio con sfumature di lampone, melagrana, quasi pepato, terroso, mentre al palato si impone per un tannino elegante, una fruttosità che si fonde a note di liquirizia e un buon equilibrio d’insieme, con ottime prospettive evolutive.
Il Cannubi di Sergio Barale (Fratelli), appare particolarmente azzeccato, nonostante qualche tono leggermente animale al naso, si presenta al gusto di ampio respiro, guizzante, con un tannino di grande misura sebbene manchi un po’ di polpa.
Ottimo il Bricco Sarmassa di Enzo, Oreste e Giacomo Brezza, un vino che come sempre è in progressione, al momento si dona meglio al naso, con note di violetta, noce moscata, ciliegia e prugna, in bocca ha una massa di grande importanza, elegante, freschissima, il tannino già ben inquadrato, vino dalle grandi capacità di invecchiamento.
Di poco inferiore il Sarmassa della stessa famiglia, che denota un naso quasi più aperto e riccamente floreale, poi di timo, fogliame e una bella ciliegia, mentre al palato denota un tannino un po’ più rigido e la necessità di un po’ di tempo per equilibrarsi al meglio.
Torno ad apprezzare il Cannubi Boschis di Virna, di cui ricordo un 2001 eccellente, non ne amo particolarmente lo stile eppure a volte riesce a trovare un buon connubio fra il piccolo legno e la trama di notevole fattura, qui appare al naso con iniziali note di erbe medicinali, poi liquirizia, toni ferrosi, china, ha una leggera nota di oliva, al palato restituisce la nota di medicinale ma ha una struttura interessante, si sviluppa molto bene e ha una lunghezza notevole, senza che il legno dia alcun fastidio.
Tra il Costa Grimaldi e il Nei Cannubi di Poderi Luigi Einaudi, la spunta quest’ultimo, ennesima dimostrazione che quel vigneto ha trovato una condizione ideale per esprimersi con la 2004: solitamente molto moderno, questa volta mostra un carattere più mediato, dove il rovere c’è ma non nasconde l’ottima materia prima, che si esprime al naso con note di ciliegia, fragola di bosco e liquirizia, che restituisce in pieno in bocca, dove il tannino si manifesta finissimo, il frutto dolce.
Si sale ancora con il Brunate Le Coste di Beppe Rinaldi, vino a tratti commovente per la sua schietta onestà, che lo rende in qualche modo unico, difficilmente lascia impassibili, va bene al naso, preciso e caratteristico, va bene al gusto, intenso, fresco, ampio, persistente.
Maria Teresa Mascarello ha preso saldamente le redini della storica azienda di papà Bartolo, proponendo un Barolo come sempre frutto di un assemblaggio delle uve provenienti dai diversi vigneti di proprietà, tradizionalmente lento ad aprirsi, austero e poco incline al gusto immediato, con la versione 2004 riesce a trovare una maggiore misura, pur confermando il suo carattere indomito.
Un’altra sorpresa, il Barolo Famiglia Anselma dell’azienda omonima, che in altre occasioni non mi ha mai convinto del tutto, trova finalmente un carattere più solido in questo millesimo, il naso si staglia su piacevoli note di lavanda, qualche tratto resinoso e gommoso, poi frutta quasi caramellata, mentre al palato appare di ottima finezza, si apre progressivamente, non manca di qualità.
Davvero un buon risultato dal Barolo Le Vigne di Luciano Sandrone, che riesce ad esprimere un carattere più “libero” rispetto al Cannubi Boschis, giocato su un bel mescolarsi di frutti e spezie e un palato equilibrato, appena disturbato da un lieve sovrasterzo alcolico.
Novello
Da questo piccolo comune solo 5 aziende, mi limito a segnalare il buon esito del Ravera di Elvio Cogno, il vino che ho trovato più convincente: naso sottile ma particolare, molto interessante ed elegante, floreale, con una sfumatura che ricorda il cacao, bocca avvolgente, buona stoffa, tannino fine e misurato, legno sotto controllo, forse non di grande complessità ma non gli manca la piacevolezza.
Castiglione Falletto
Sebbene mi aspettassi ottime cose cominciando la degustazione cieca dei 162 Barolo 2004, non immaginavo certo di partire in quarta sin dal primo campione. La prima serie di 16 assaggi provenienti da Castiglione Falletto, mi ha subito prodotto una scossa che ha risvegliato i miei sensi con uno splendido Vigna Mandorlo dei fratelli Maurizio e Paolo Giacosa, un Barolo preciso, dal naso molto floreale, rosa in particolare, di grande finezza, con un approccio al palato altrettanto elegante e un frutto molto bello, vivo, fresco, succoso e dal tannino perfetto.
Sempre piacevoli il Villero e il Barolo annata di Livia Fontana, con al momento una leggera preferenza per quest’ultimo. Il primo si offre al naso con note di erbe marine, rosmarino, qualche flessione dai toni eterei, al gusto è un po’ magro, c’è un tannino vivo e fine ma la sostanza non sembra avere tutta la forza espressiva che ci si aspetterebbe da questo millesimo. Meglio il secondo, dove si mescolano fiori e frutti, liquirizia e note balsamiche, in bocca gli sfugge un po’ l’alcol ma ha buona materia, eleganza, frutto pieno e molta freschezza.
Davvero notevole il Ciabot Tanasio di Francesco Sobrero, granato medio molto bello, naso fine e più vicino alle note tipiche della zona, grande finezza, complessità, eleganza che ritroviamo molto bene anche all’assaggio, bel tannino vivo ma pulitissimo, frutto succoso, finale sapido e minerale.
Il Rocche dei F.lli Monchiero fa la sua figura, appena dolce al naso, ma con una bella sequenza olfattiva, al gusto ha un tannino deciso e un bel ritorno di frutta e spezie, intenso e di buona eleganza..
Un piccolo gioiello il Bricco Boschis di Cavallotto, naso molto gradevole e misurato, fiori e spezie che si susseguono arricchiti da note balsamiche e mentolate, bella polpa in bocca, tannino ancora resistente, ma dal riassaggio effettuato due giorni fa, sta già amalgamandosi molto bene.
Bel vino anche il Rocche dei Brovia, un vino che se l’è sempre giocata sul filo del rasoio con l’altro, grandissimo, Ca’ Mia; elegante, con una bella viola, lampone, ciliegia, liquirizia, tabacco biondo, mentre al palato offre una bella corrispondenza e un tannino quasi setoso.
Da Cascina Sciulun di Franco Conterno arriva un’altra sorpresa, un Vigna Pugnane più buono del solito, con note di viola, rosa, leggera lavanda, poi ciliegia sotto spirito, al palato ha buon tessuto, tannino misurato, bella succosità e freschezza, finale lungo e godibile.
Non male anche il Villero di Giacomo Fenocchio, anche se mi sarei aspettato qualcosa in più, però l’eleganza e la tipicità ci sono perfettamente già nei profumi ampiamente floreali, è al palato che accusa una trama ancora serrata e poco incline ad espandersi, ma il tempo lo migliorerà senz’altro.
Infine buona prestazione dal Rocche di Vietti, fine e concentrato sul frutto ma con avvicendamenti floreali di rosa, ciliegia, cassis, noce moscata, in bocca ha buona materia e una chiusura tannica non indomabile.
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