Il senso di Sette Cieli per il Cabernet Franc

Nel celebre romanzo di Peter Høeg “Il Senso di Smilla per la neve”, sicuramente di non facile lettura di primo acchito, il fatto che colpisce maggiormente è senza dubbio la sensibilità della protagonista nei confronti della neve e del ghiaccio, in cui è proprio il suo senso di libertà e di natura a prevalere su tutto.
Siamo in un contesto completamente diverso, certamente a livello geografico e culturale, ma una parte della storia di tale penisola scandinava mi ricorda, in un certo senso (e scusate il gioco di parole) un bel tratto della cantina bolgherese di Sette Cieli, solitaria, caparbia, correttamente fiera, in continua ricerca della verità degli spazi aperti. Qui, infatti, tra Castagneto Carducci e Monteverdi Marittimo, Ambrogio Cremona Ratti ed Elena Pozzolini, rispettivamente titolare e AD dell’azienda, interpretano con la massima finezza possibile, il carattere complesso del Cabernet Franc, cercando di metterne in luce, proprio come Smilla, l’ambientazione e l’istinto.

Già, è un po’ come scoprire il proprio compito e sempre lì, a Sette Cieli, tra quelle paradisiache ondulazioni collinari, è come se si respirasse la sensazione di uno scopo autentico: un progetto enologico sicuramente non disegnato a tavolino, bensì un lungo lavoro frutto di innumerevoli esperimenti e prove in cantine.
Si sa, il Cabernet Franc è stata una varietà troppo spesso assemblata e offuscata dal più diffuso Cabernet Sauvignon, ma con un buon corpo, in particolare con un frutto più immediato del fratello maggiore (tipico aroma di ribes con speziatura del peperoncino rosso) e con quell’inconfondibile e delizioso sottofondo erbaceo talvolta più evidente e marcato.
“Potremmo dire che Sette Cieli crede nel Cabernet Franc, ma sarebbe più corretto affermare che è il Cabernet Franc a credere in Sette Cieli”, ci ricorda Ambrogio con la massima umiltà che del resto l’ha sempre accompagnato da quando ha intrapreso questa appassionante avventura toscana.

E come dargli torto, in un terroir così unico e vocato, dal microclima particolarmente favorevole alla coltivazione della vite e dalla presenza di un sottosuolo così ricco di minerali. In particolare, la vicinanza del mare contribuisce a mantenere le temperature sui livelli quasi mai eccessivamente alti; anche l’ottima escursione termica tra giorno e notte sui vigneti che raggiungono i 400 metri s.l.m. si riflette sul vino (e quindi sul Cabernet Franc) che ne guadagna in termini di acidità.
Un altro elemento di fondamentale importanza è, ancora, la notevole variabilità dei suoli che cambia in base all’altitudine, poiché, di fatto, è possibile riscontrare in una zona relativamente ristretta la presenza di suoli calcarei, vulcanici, argillosi, sabbiosi o ancora di terreni ricchi di depositi fluviali e marini.

Il nostro vino protagonista qui a Sette Cieli si chiama Scipio, per connotarsi come vino da meditazione, deciso e memorabile per le gesta dello storico generale romano. Si afferma come “cru della produzione”, ove la componente principale del suolo a medio impasto è la roccia, mentre l’allevamento a guyot, la densità di circa 9300 ceppi per ettaro, la selezione a mano delle uve, la fermentazione alcolica spontanea con lieviti indigeni in vasche d’acciaio, la maturazione di circa un mese sulle bucce, i 15 mesi di barriques in rovere francese (40% nuovo) e gli ulteriori 24 mesi di affinamento in bottiglia, sono gli altri passaggi del suo biglietto da visita.
Nella annata 2018, in forma smagliante, intenso e pungente nello sviluppo degli aromi con tratti piacevolmente balsamici, mostra sin da ora tutto il suo frutto di perfetta maturità, il sorso è ricco e la stoffa tannica è rimarchevole. Dinamica trascinante, persistente con chiusura rinfrescante su classiche note erbacee. Insomma, un grande vino che promette un radioso futuro.
Lele Gobbi



