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Non so se possa definirsi una presa di coscienza o semplicemente una tendenza destinata a sgonfiarsi, ma la diffusione che sta conoscendo il settore della produzione biologica, con particolare riferimento ai prodotti agroalimentari, fa pensare che qualcosa si sta muovendo nel campo della sicurezza alimentare. Nel biennio 2007-2008 la spesa degli italiani per l’acquisto dei prodotti biologi è aumentata di circa il 15% rispetto al periodo precedente (fonte SINAB, Sistema di Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica); non è molto, è vero, ma è comunque il segnale che una parte dei consumatori sta timidamente abbandonando i prodotti convenzionali verso quelli che nella propria percezione ritiene più genuini, quindi più sicuri e meno dannosi per la propria salute. Sebbene, infatti, in Italia esistano norme restrittive che limitano alcune pratiche, come ad esempio la coltivazione e l’utilizzo di OGM, è ormai chiaro che il sistema di produzione agroalimentare moderno è orientato alle colture intensive, all’uso di fertilizzanti chimici, di pesticidi, di erbicidi, di additivi e di tutte le altre diavolerie che garantiscono una produzione sicuramente abbondante, ma qualitativamente scadente e probabilmente dannosa alla salute dei consumatori.
Ma cerchiamo di capire meglio di cosa stiamo parlando. L’agricoltura biodinamica, nata più di ottant’anni fa grazie alle intuizioni di un filosofo austriaco, Rudolf Steiner, secondo cui il terreno andava fertilizzato con prodotti organici di cui un’azienda agricola poteva disporre al suo interno (come ad esempio il letame), si basa su tecniche di produzione e di allevamento non invasive, che privilegiano il più possibile l’utilizzo di ingredienti naturali. Quindi una messa al bando totale di agenti chimici (fertilizzanti, pesticidi, erbicidi ecc.), di semi geneticamente modificati, di farine animali nei mangimi, e un uso limitato di antibiotici da somministrare al bestiame. Per la garanzia dei consumatori poi, le aziende che vogliono produrre e vendere derrate biologiche, debbono essere certificate, a proprie spese, da enti appositi riconosciuti dalle istituzioni. È facile intuire che un siffatto sistema produttivo risulti più oneroso, anche se non sempre sono giustificati prezzi raddoppiati (o addirittura triplicati) rispetto al prodotto convenzionale. Ovviamente anche in questo settore non mancano i detrattori e quelli che mettono in discussione l’effettivo beneficio dei prodotti biologici, ma numerosi studi hanno dimostrato che questo tipo di alimenti contengono una quantità maggiore di vitamine e minerali, e gran parte della comunità scientifica concorda sul fatto che l’agricoltura biodinamica, assecondando la natura con l’alternanza delle colture, non impoverisce il terreno delle sostanze di cui dispone naturalmente. In uno studio effettuato nel 2007 da alcuni scienziati dell’Università di Davis, in California, è stata misurata la concentrazione dei flavonoidi nei pomodori biologici e in quelli convenzionali. I flavonoidi sono degli antiossidanti e antinfiammatori naturali, e svolgono un ruolo fondamentale anche nella prevenzione di numerose patologie; lo studio ha dimostrato che i pomodori bio avevano in media il 97% in più di canferolo, il 79% in più di quercetina e il 31% in più di naringina, e si è inoltre dimostrato che il suolo coltivato con metodi biologici migliora nel tempo, dando frutti sempre migliori. Più o meno agli stessi risultati è giunta una ricerca condotta dall’Università degli studi di Roma Tor Vergata, Istituto Nazionale per la Dieta Mediterranea e la Nutrigenomica, pubblicata su European Review Medical Pharmacological Science, che indica “un diverso effetto sull’organismo dei prodotti di origine biologica rispetto ai convenzionali; apportando una maggiore quantità di principi antiossidanti e migliorando lo stato infiammatorio dei consumatori, una dieta basata esclusivamente su prodotti biologici, inserita in uno stile di vita salutare, può garantire un’efficace azione antiossidante, utile per favorire una buona attività metabolica e rallentare i processi infiammatori e cronico-degenerativi“. Come ho già accennato, però, lo scoglio più duro da superare è concretizzato dal prezzo con cui gli alimenti biologici giungono nelle nostre tavole. Abbiamo detto che una parte del sovrapprezzo è rappresentata dai maggiori costi di produzione (i mangimi e i concimi sono più cari rispetto al convenzionale, e i volumi di produzione sono inferiori), ma troppo spesso, soprattutto nella grande distribuzione troviamo prodotti il cui prezzo è completamente al di fuori della portata di una famiglia media. Il biologico è destinato quindi a rimanere un fenomeno di nicchia? Non ci sono alternative al cibo tecnologico? La risposta è ovviamente negativa, e vediamo perché.
Che la GDO sia in grado di trasformare l’oro in legno non è una novità. La filosofia del biologico dovrebbe essere la cosa più distante dalla filosofia del profitto tipica delle grandi catene distributive, e invece la quasi totalità del commercio biologico è in mano ad esse, e gli unici punti dove si possono acquistare questo tipo di alimenti sono i supermercati, perché solo questi dispongono dello spazio necessario per la vendita. Mi spiego meglio. Secondo la legge gli alimenti biologici devono essere divisi da quelli convenzionali e devono avere degli espositori dedicati, il che rende molto difficile gestire i prodotti sfusi, soprattutto per i piccoli dettaglianti che spesso non dispongono di spazio sufficiente. Non è neanche pensabile per questi dedicarsi esclusivamente all’offerta biologica, in quanto si tratterebbe di rivolgersi ad un target limitato che non garantirebbe profitti accettabili. La grande distribuzione quindi, è consapevole del fatto che chi acquista prodotti biologici lo fa nella convinzione di far bene alla salute di se stesso, dei suoi figli e dell’ambiente circostante. Ha cioè delle motivazioni talmente forti che la variabile prezzo diventa secondaria; probabilmente sarebbe disposto a spendere anche più di quello che effettivamente spende. Come non fiutare in questa situazione la possibilità di trarre profitto e di accaparrarsi anche quella nicchia di mercato sufficientemente ricca? Che interesse avrebbe la grande distribuzione di abbassare i prezzi del biologico quando ha praticamente in mano il monopolio del settore? Farebbe soltanto una concorrenza al prodotto convenzionale, ossia a se stessa.
E allora cosa ci rimane da fare? Sembrerebbe che l’unica via d’uscita sia rappresentata dai GAS, i gruppi di acquisto solidale, di cui ultimamente si sente parlare sempre più spesso. I GAS sono dei piccoli gruppi di persone (raramente superano le 20 unità) che si organizzano per rifornirsi da uno o più produttori biologici, accorciando la filiera distributiva e spuntando così dei prezzi molto vicini a quelli dei prodotti convenzionali. Io personalmente ne gestisco uno a nord di Roma insieme ad alcuni amici volontari, in seno all’associazione di tutela dell’ambiente di cui faccio parte, il Progetto Verde Cereco, e devo dire che intorno ad esso cresce sempre di più l’entusiasmo e la partecipazione delle persone, che con una spesa del tutto accettabile riescono ad acquistare prodotti buoni e genuini. Anche la provincia di Roma ultimamente ha incoraggiato la formazione dei gruppi d’acquisto stanziando una somma per finanziare progetti legati al loro sviluppo. Come ho già detto, sono soltanto dei piccoli segnali che qualcosa si sta finalmente muovendo, ma questo non significa che non siamo autorizzati ad avere una speranza. Sicuramente fino ad oggi è stato fatto troppo poco, e un paese che vanta il maggior numero di Dop e Igp in Europa, ha l’obbligo morale di guidare questa piccola rivoluzione e di promuovere il consumo su larga scala degli alimenti biologici. Vorrei chiudere questa breve dissertazione con la stessa domanda con cui l’ho cominciata: ci troviamo di fronte ad una presa di coscienza dei consumatori, che sono disposti a spendere qualcosa in più pur di mettere sulla propria tavola alimenti genuini e qualitativamente superiori, oppure è vero che il biologico non ha futuro e siamo condannati a nutrirci di pesticidi e additivi?
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