Campo alla Sughera, l’impegno della famiglia Knauf a Bolgheri

Torno con estremo piacere a parlare di Bolgheri, area vitivinicola toscana in provincia di Livorno che da sempre attira a sé interesse da parte dei mercati nazionali e soprattutto internazionali. In merito a quest’ultimo punto, nel corso degli anni, non sono mancate polemiche, opinioni, punti di vista e tesi particolari. Il vitigno è al centro di tutto, il rispetto dello stesso e della storia che racconta rappresentano armi vincenti, nelle mani del vignaiolo, atte a mostrare il proprio lavoro, e attraverso il vino prodotto la filosofia aziendale. Spesso sono autoctoni, ovvero cultivar nate in un determinato luogo e solo successivamente trapiantate in altri lidi.
È ciò che sostengo da sempre, ma il peregrinare verso svariati territori vitivinicoli e la possibilità di assaggiare tantissimi vini, ha fatto crescere in me convinzioni altrettanto veritiere. Lo studio e l’approfondimento di un determinato luogo, in relazione al vitigno, può portate risultati incredibili; tutto ciò grazie ad anni di sperimentazione supportata dai dati, alle competenze e alla tenacia di alcuni protagonisti oggigiorno considerati pionieri. In relazione a Bolgheri è senza dubbio Mario Incisa della Rocchetta il padre putativo di questa denominazione. Il marchese impianta il primo vigneto di cabernet a Castiglioncello di Bolgheri e dopo anni di sperimentazioni varie nasce nel 1968 la prima bottiglia di Sassicaia, ai tempi “Vino da Tavola”. La DOC viene attribuita solo nel 1994 e disciplina il Bolgheri e il Bolgheri Sassicaia quale esempio di cru italiano (nel 2013 la DOC Bolgheri Sassicaia diventa indipendente, ndr). Durante questi anni, molte aziende hanno cercato di valorizzare al meglio il territorio senza cedere all’incessante spinta del mercato che richiedeva il più delle volte vini piuttosto omologati, ruffiani e “schiaffeggiati dal legno”.

Una tra queste è indubbiamente Campo alla Sughera, una realtà vitivinicola nata nel 1998 da sempre in mano alla famiglia Knauf. Ci troviamo nel cuore della regione, per l’esattezza tra Bolgheri e Castagneto Carducci, un’area compresa tra le sponde del Borro delle Macine e del Fosso di Bolgheri. La cosiddetta Costa Etrusca della Toscana fa da sfondo, un luogo meraviglioso che vive una doppia anima: mare e collina, due paesaggi che fanno parte dello stesso insieme, e che fanno a gara ad influenzarsi a vicenda, questo elemento emerge nei vini in maniera inconfondibile, ma lo vedremo come sempre più avanti. È un territorio caratterizzato da antichi fondali marini ricchi di fossili, ma non solo, le rocce delle alture incontrano sabbie ancestrali. Solo il tempo è stato in grado, attraverso le piogge e altri fenomeni atmosferici, di trasformare questi elementi in ciottoli e argille ricche di minerali. La famiglia Knauf, imprenditori tedeschi da anni presenti in Toscana, ancor prima della nascita di Campo alla Sughera, per l’esattezza nel 1997, ha condotto una minuziosa classificazione dei terreni su basi geologiche e pedoclimatiche per individuare gli appezzamenti più vocati di Bolgheri. Da questa vera e propria zonazione nasce la proprietà che oggi si estende su 20 ettari, di cui 16,5 vitati. Lo studio approfondito dei vitigni e l’attenta analisi nei confronti di questi terreni dotati di grande finezza e complessità, hanno reso possibile la produzione di vini fortemente caratterizzati in grado di mostrare le peculiarità dell’ambiente circostante.

“Le proprietà del suolo sono importanti nella viticultura così come lo sono per noi nella scelta dell’ubicazione delle cave di gesso. Per noi Bolgheri è stato davvero un colpo di fortuna!” È quanto afferma Isabel Knauf, co-proprietaria e geologa. Un altro personaggio chiave della Cantina è Stéphane Derenoncourt, enologo di fama mondiale che dal 2017 collabora attivamente al progetto, affiancato da un gruppo internazionale di professionisti di comprovata esperienza. La ricerca della qualità assoluta, materia ostica in campo enologico, ma fortemente voluta da Campo alla Sughera, è un obbiettivo altresì necessario per poter competere ad armi pari con tutte le più grandi realtà vitivinicole del mondo. Proprio per questo le uve vengono trattate con il massimo del riguardo: tanto in vigna, con pratiche sostenibili e dedite al minimo impatto, quanto in cantina, luogo che serve a realizzare concretamente ciò che la natura offre, non a manipolare la materia prima per conquistare fette di mercato che il più delle volte richiedono vini omologati, vere e proprie chimere di successo.
“Il rispetto dell’espressività dei vitigni passa da una programmazione dettagliata degli interventi in vigna, a stretto contatto con le esigenze della vite e il rispetto del suo ecosistema. Un pensiero globale che si traduce in azioni mirate e concrete per favorire la massima vigoria e la perfetta salute di ciascuna pianta.” È quanto afferma Campo alla Sughera, principi chiari, nobili, che a mio avviso contribuiscono a realizzare nel tempo la cosiddetta linea di successo costante di un’azienda vitivinicola. Si cerca di preservare al massimo ogni caratteristica organolettica delle migliori uve in relazione al miglior terreno; al contempo il vino, ovvero il risultato di questi sforzi, viene lasciato affinare senza vincoli preordinati di tempo, rispettando sempre il disciplinare, s’intende. I continui assaggi in cantina da parte del team preposto sono l’arma vincente, lo scopo è poter offrire al consumatore un prodotto armonioso, equilibrato, in grado di evolvere in maniera vincente anche con ulteriore affinamento in cantina.

Le diverse aree vitivinicole dove sono ubicati i vigneti dell’azienda vengono vinificate separatamente, solo in questo modo si è in grado di cogliere le diverse sfumature allo scopo di creare un prodotto finale che mira all’eccellenza; una sorta di orchestra dove tutti i musicisti suonano in perfetta armonia. L’importanza dell’ambiente pedoclimatico è uno dei fattori caratterizzanti del territorio vitivinicolo. Campo alla Sughera è un’azienda situata a Castagneto Carducci (LI) all’interno di un anfiteatro naturale di antica origine alluvionale. Le colline sono contornate da boschi che raggiungono anche i 400 metri d’altitudine, ma non dimentichiamoci che il mare è a pochi chilometri, 6-7 al massimo, e le sue brezze sono molto importanti. I grappoli vengono coccolati da maestrale o libeccio, gli stessi influiscono positivamente riguardo la crescita delle uve, allontanando parte delle classiche malattie della vite. La zona, ubicata tra la costa toscana e i primi rilevi dell’entroterra, è caratterizzata da una luminosità diffusa dalla rifrazione marina, la stessa garantisce un irraggiamento costante e soprattutto non eccessivo. Elementi ottimali per la vegetazione della vite, grappoli sani e maturi.
Campo alla Sughera si avvale del cosiddetto “metodo mèdocaine”, uno specifico sistema d’allevamento sfruttato dai più famosi e importanti Château bordolesi. Per i più curiosi di seguito un sunto fornito dall’azienda che spiega correttamente di cosa si tratta: “L’alta densità degli impianti – ovvero un numero elevato di ceppi per ettaro – contribuisce ad aumentare la competizione radicale delle piante, che raggiunge strati più profondi e ricchi di microelementi. Grazie a questa tecnica d’allevamento la vite si specializza sulla produzione del frutto, riducendo l’apparato fogliare e concentrando le qualità polifenoliche e aromatiche in acini più piccoli e dalla buccia più spessa.”
Nelle prossime pubblicazioni approfondirò in maniera dettagliata i tre vini presentati dalla Cantina. Le uve, allevate con passione in terra bolgherese da Campo alla Sughera, sono principalmente petit verdot, cabernet sauvignon, merlot e cabernet franc. Il vermentino, tra i vitigni a bacca bianca più diffusi in Costa Toscana, è protagonista dell’unica etichetta prodotta per rendere onore alla cucina ittica della regione, ma non solo.
Andrea Li Calzi




