Kékfrankos 2006 Imre Kaló Pincészet

Tra i vini ungheresi di qualità mi piacciono anche quelli derivati dal vitigno Kékfrankos (Blaufränkisch), di cui si sono trovate le tracce più antiche in Austria, ma che si è diffuso in tutta l’Europa orientale, dov’è chiamato anche Frankovka o Franconia, e in Germania, dov’è tuttora chiamato Lemberger.
Nel 1875 era stato registrato come un clone di Gamay per via della casuale somiglianza morfologica con quel vitigno di Borgogna, ma le recenti ricerche sul DNA dell’Ufficio federale per vigneti e frutteti di Klosterneuburg lo classificano piuttosto come un incrocio tra il Gouais blanc (Weisser Heunisch) e un altro “fränkisch” esportato dai Franchi ai tempi di Carlo Magno (che resta ancora da definire), anche se si fanno largo le ipotesi del Blauer Silvaner o del Blauer Zierfandler.
Non prendetevela se colgo proprio quest’occasione per affrontare un tema delicato come quello dei vini “controversi”, ma sono stato letteralmente affascinato da un Kékfrankos ben fatto, sì, ma alla boscaiola, sebbene ammaliante come un paio di gambe meravigliose in calze velate nere a 20 den. Un vino senza gioghi né briglie.
L’autore, segnatevelo, è Imre Kaló, un vignaiolo che a Eger, in Ungheria, va per conto suo, è autodidatta, ha imparato solo dal nonno, dal padre e dai libri e sta continuando a imparare da altri produttori che aiuta nelle loro vigne. Un guardiaboschi che coltiva ceppi di trent’anni in modo biologico ad alberello, non ha mai utilizzato fertilizzanti, erbicidi e pesticidi, usa solfato di rame solo quando l’invadenza delle muffe diventa estrema e riduce all’osso le rese, lasciando al massimo 1 kg di uva sulla pianta in piccoli grappoli.
Da 21 vitigni coltivati in 18 ettari nei vigneti Mácsalma, Ispánberki, Vénhegy, Gyűr, Jatótető, Csájszél e Poletár produce ben 27 vini diversi e tutti a piccole partite che vinifica all’antica con strumenti anche arcaici, fa macerazioni lunghe come la fame (110 giorni per un Cabernet Franc, 150 per una cuvée di Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon parzialmente attaccati dalla Botrytis Cinerea, 70 per un Grüner Veltliner…) in una cantina tanto nera come la pece che si fatica addirittura a credere che possa rispettare l’igiene almeno come si deve.
Qualcuno lo chiama “őrült borász“, cioè l’enologo folle, forse soltanto perché con i suoi metodi sembra aver perso enologicamente la trebisonda. Altri arricciano il naso in quel dedalo di tunnel della sua cantina incrostata di una pelliccia scurissima di color grigio topo che lascia crescere dovunque, anche sulle antiche botti e sulle sue attrezzature primitive, cosa che farebbe venire i brividi a un enologo moderno.
Dà perfino l’impressione di essere un tipo un po’ caotico, eppure progetta tutti i suoi processi di produzione e non lascia nulla, ma proprio nulla al caso, anzi tiene i mosti e i vini sotto perfetto controllo. Questi sono il risultato di una spontaneità di vinificazione genuina, sì, ma che è al guinzaglio del suo capriccio, non di un calcolo tecnologico progettato a freddo, non di un affarismo enologico prostituito al marketing.
Non dubito che Imre conosca i suoi vini di gran lunga meglio delle proprie tasche: ha una memoria fenomenale, tanto che non ama nemmeno scrivere le date e l’ora degli appuntamenti o i numeri di telefono e gli indirizzi, eppure se li ricorda tutti.
Gli ci sono voluti ben 14 anni per ottenere il primo vino che lo soddisfacesse in pieno, con l’annata 2000, e ancora altri due per farne uno fantastico, quello che mi ricordo meglio, con l’annata 2002. Ricordo anche un Cabernet Franc 2006 straordinario, succosissimo, indimenticabile: un fondo di selva umida, funghi, muschio, corteccia, belle note di menta, terra pulita, goudron e un fruttato leggermente asprigno, quasi acerbo, di piccoli frutti come l’aronia e il sambuco nero.
Riesce a ricavare un reddito modesto, ma sufficiente alla famiglia, da una produzione totale di circa 30.000 bottiglie, anche se ne regala una caterva agli altri vitivinicoltori con cui collabora per averne pareri, suggerimenti, critiche. Vende molto poco e non nei negozi. So che l’inaccessibilità è uno dei più comuni sotterfugi delle strategie di marketing, ma nel suo caso, credetemi, non lo è. Si tratta di una sua scelta e non posso aggiungere altro. Provare per credere. Andarci.
La vinificazione di Imre Kaló infrange praticamente ogni regola possibile che si può trovare in un moderno libro di testo: alla figlia Julia, quand’era impegnata a studiare enologia, ha sempre detto che la prima cosa da imparare non è che cosa si deve fare, ma che cosa non si deve fare. Imre fermenta grappoli interi senza inoculare lieviti, utilizza solo il mosto fiore drenato dai tini e dalle vasche di fermentazione, li lascia riposare (sia bianchi sia rossi) sulle loro fecce normalmente da 3 a 4 anni. La maggior parte dei bianchi viene poi affinata in serbatoi, mentre i rossi maturano per molti anni ancora prima dell’imbottigliamento (normalmente da 3 a 7 anni, a volte anche 10 anni) in vecchie botti di quercia esclusivamente ungherese e potete stare certi che non ne butterà mai via una finché non comincia a perdere un po’ troppo.
Se descrivete questo tipo di vinificazione a dei produttori di vino, molti sarebbero in grado di dirvi esattamente quali dei vini di Imre dovrebbero mostrare degli spiacevoli sentori di aceto, madera, yogurt, per non parlare del carico di tannini duri e dell’acidità volatile. Questo può valere certamente per tanti altri vini, ma non per quelli che fa Imre. I suoi non sono vini che seducono il primo turista che raggiunge la cantina direttamente con gli autobus dei vacanzieri, anzi sono proprio lontani da quelli osannati nei salotti più scintillanti, non sono bombe di fruttato che ricordano le confetture della nonna, tipo i vini “pompati” del Nuovo Mondo.
Meritano una degustazione lunga in quanto si aprono lentamente, esigono tempo, riflessione, conversazione, ma Imre non sa parlare, purtroppo, nessuna lingua straniera (la figlia, quando c’è, l’ aiuta, altrimenti ci vuole l’interprete) ed è un peccato, perché farebbe veramente piacere comprendere in diretta le “paterne” parole che l’autore dedica ad ogni sua creatura.
Il Kékfrankos 2006 è un vino molto intenso, di un’annata che a Eger si è rivelata meravigliosa. Succoso, sa di amarena, kirsch, céklaleves (zuppa di barbabietola rossa) su un fondo di funghi porcini, bosco, muschio, felce. Aromi e sapori perfettamente combinati, ben concentrati. C’è tabacco, ibisco, piccoli frutti neri. Tenore alcoolico elevato come tutti i vini di questo autore, ma ben integrato con il resto della materia, che è notevole.
Equilibrato e carnoso, incanta sia per lo stile tipico di Eger, quello arrivato fin qui da generazioni di vignaioli magiari che l’hanno fatto eroicamente sopravvivere nonostante l’occupazione nazista e poi l’asservimento al Comecon russo, sia per la naturalezza che ha conservato meravigliosamente in continuità. Un vino straordinario. Si svilupperà ancora, anche se ha già perso la sottile dolcezza giovanile diventando asciutto e secco, con uno stile già solido. Un’ultima nota: se non ha cambiato di colpo le sue abitudini, è inutile mandargli e-mail (difficile che risponda) e per parlargli occorre conoscere la sua lingua. Bisogna proprio andarci. Ne vale la pena.
Mario Crosta
Imre Kaló
3300 Eger, Mátyás király út 57, Ungheria
tel. +36.36.324592
3411 Szomolya, Jókai út 2, Ungheria
tel. +30.456.2205
e-mail: kaloimre2@citromail.hu, cmsomogyi@gmail.com



