Bosco del Merlo: tra Veneto e Friuli una realtà in continua azione

Esistono territori di confine e realtà che godono di questa duplice derivazione sociale e culturale, il vino è una materia viva ed in continuo movimento. Le aziende che riescono a stare al passo coi tempi, senza perdere le proprie tradizioni, sono vincenti, attuali. Ciò che si cela dietro ad un buon calice di vino non può mai prescindere dalla storia di un popolo, l’amore e la passione delle famiglie, le stesse che per anni hanno tramandato il sapere alle generazioni future, frutto del duro lavoro di tutti i giorni. Una tra queste è certamente la famiglia Paladin, che nel 1962, a Motta di Livenza in terra trevigiana, avvia la propria attività di produzione vitivinicola.
Ai giorni nostri è proprietaria di quattro importanti realtà dislocate in diversi territori: Casa Paladin ad Annone Veneto (VE), Castello Bonomi in Franciacorta, Coccaglio (BS), realtà che produce nobili bollicine che ho avuto occasione di raccontare qualche mese fa, Premiata Fattoria di Castelvecchi in Chianti, Radda in Chianti (SI); infine l’azienda vitivinicola Bosco del Merlo. È proprio quest’ultima, non certo in termini d’importanza, ad essere protagonista del mio scritto.

Tenuta Bosco del Merlo sorge a cavallo tra Veneto e Friuli sulla via Postumia ad Annone Veneto, fra le province di Venezia e Pordenone. Qualche secolo fa questo territorio era ricoperto di foreste di rovere, i fratelli Paladin fondarono l’azienda nel 1977 e per quanto concerne il nome della stessa presero spunto proprio dal toponimo del luogo, riportato su vecchie carte topografiche. Una terra di confine che possiede tratti autentici, il brand identifica il profondo legame con una stupenda storia che risale addirittura alla centuriazione dell’antica Roma. Un luogo collegato ad altri centri importanti quali Oderzo e San Stino di Livenza, in cui il commercio è sempre stata alla base della vita di tutti i giorni, un’espressione del quotidiano.
Col passare dei secoli Bosco del Merlo ha sviluppato grandi capacità ed esperienze, riguardo la produzione ed il mercato, senza mai tralasciare l’anima familiare, che appare chiara nelle parole di Carlo e Roberto Paladin: “La tradizione oggi viene portata avanti con le nostre radici, quelle della nostra famiglia, della nostra terra e della nostra cultura. Ciò è il punto di partenza di ogni prodotto, declinato attraverso l’esaltazione del terroir, l’attenzione all’ambiente e al territorio; i valori vengono trasmessi di padre in figlio ed oggi siamo alla terza generazione“. Leggendo quest’importante massima, è fin troppo chiaro il legame autentico dei Paladin con la loro terra natia, la sostenibilità ambientale non può che essere un preciso dovere morale per l’azienda. Proprio per questo Bosco del Merlo abbraccia parametri molto severi: “Il 90% di un vino si fa in vigna, comprendendo, rispettando e valorizzando quello che la natura ci dona”. Questa tesi sta alla base del progetto di “Viticoltura Ragionata” sviluppato insieme al prof. Leonardo Valenti dell’Università Statale di Milano e al suo staff. Considerando l’impegno profuso da questo gruppo di professionisti, è doveroso da parte mia riportare integralmente il “manifesto” del progetto: “Al centro c’è la vigna come ecosistema da gestire in modo attento e razionale, al fine di salvaguardare la biodiversità del territorio, garantire una produttività qualitativa e tutelare la salute del consumatore e dell’ambiente.” Molto interessante lo studio che l’azienda sta compiendo sulla ricerca di nuove fonti e risorse idriche, soprattutto su come risparmiarle.

Inoltre ha aderito con slancio a “Life Vitisom”, una particolare tecnologia italiana all’avanguardia, innovativa e sperimentale, che consente di migliorare la qualità dei suoli nei vigneti: maggior struttura, materia organica, contenuto, biodiversità, concreti i risultati ottenuti sulla qualità delle viti ed uve. Bosco del Merlo e Castello Bonomi sono partner di progetto, assieme ad altre realtà quali: Consorzio Italbiotec, Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università di Milano e l’Università degli Studi di Padova. Stessa filosofia in cantina, costante l’impegno riguardo la riduzione dei solfiti aggiunti, l’obiettivo è di attestarsi ad un tasso inferiore al 50% rispetto ai limiti di legge, e fino ad ora è stato ampiamente conseguito. L’azienda inoltre è stata segnalata dall’Osservatorio Fipe e dall’indagine VEGANok 2020 per i propri prodotti cruelty free.
Ciò che mi ha ulteriormente colpito, prendendo atto con immenso piacere che sempre più realtà stanno andando in questa direzione, è l’attenzione verso le risorse umane, vero e proprio patrimonio per l’azienda al pari dei vigneti, dell’esperienza acquisita nel corso degli anni e delle tradizioni del luogo. Nel 2020 Bosco del Merlo ha avviato, con la già partner Università Statale di Milano, una ricerca sul benessere dei propri dipendenti, cui seguiranno nel corso dell’anno iniziative collegate al valore della persona. L’aspetto sociale e ambientale, temi sempre più importanti ed attuali, costituiscono il valore aggiunto; sono 4 le “V” che stanno alla base di questo progetto: “Vino, Vite, Verde, Vita!”. Un vero e proprio circolo virtuoso, fortemente voluto dal consiglio d’amministrazione, in grado di sviluppare sinergie con realtà del sociale, tra cui quella costante con la LILT-Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori Treviso, con cui l’azienda collabora assiduamente organizzando eventi di beneficienza destinati alla raccolta di fondi annuali. Inoltre vi è l’esperienza con diverse università in Veneto e Lombardia, con enti no-profit e aziende italiane che condividono una visione affine in termini di ricerca e formazione.
Circa i vigneti dai quali si producono i vini Bosco del Merlo, è bene asserire che gli stessi sono situati ai confini tra Veneto e Friuli: regioni italiane d’immensa tradizione enoica, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Inutile ricordare quanto la prima sia celebre in tutto il mondo per la produzione di uno tra i vini più richiesti dai mercati internazionali, l’Amarone della Valpolicella, ma non solo; la seconda, è tra le più stimate in Europa per la grande tradizione e produzione bianchista. Una terra fortunata e particolarmente vocata, che gode al contempo delle brezze marine e dell’influsso delle Prealpi Carniche. Ciò assicura buone escursioni termiche e un microclima meraviglioso, dunque alta concentrazione di aromi nell’uva e vini profumati altamente caratterizzati.
Da non dimenticare l’influsso occasionale della bora di Trieste, il famoso vento fresco e asciutto d’origine siberiana che coccola e rinvigorisce le viti portando il bel tempo. La matrice del terreno è caratterizzata dal “caranto”, mix argilloso-calcareo d’origine fluvio-glaciale particolarmente stratificato. Un attento lavoro di zonazione, voluto fortemente dell’azienda e dallo staff enologico capitanato da Paolo Bertuzzo, ha inoltre consentito d’identificare i vigneti ideali per i vitigni più vocati.
Ritrovandomi molto con l’azienda circa la filosofia della valorizzazione delle risorse umane, è giusto rendere merito all’impegno del Dott. Bertuzzo, segnalato tra i più quotati winemaker del 2020 dal magazine britannico “The Drinks Business”, nel volume “The Master Winemaker 100”.
È giunta l’ora di assaggiare alcune delle etichette facenti parte della gamma aziendale. Bosco del Merlo presenta alcuni dei suoi vini più rappresentativi, sarà un’ottima occasione per raccontare il territorio attraverso i suoi frutti, ciò che la natura ha da offrire in queste stupende colline, e ciò che l’uomo riesce a tradurre attraverso un calice di vino.

Vino Spumante Brut Rosé Bosco del Merlo
In Italia i vini rosati non hanno mai conquistato il cuore dei consumatori, forse di qualche appassionato, francamente non ho mai capito bene la ragione, è un mistero; nel resto del mondo sono richiestissimi, a cominciare dai cugini d’Oltralpe. La freschezza di un bianco, la vinosità di un rosso e la morbidezza gustativa in grado di accompagnare con successo molti piatti della nostra cucina. Il mondo dei vini rosati va sempre sostenuto, in tutto e per tutto, sono anni che conduco questa battaglia personale, non son l’unico per fortuna.
Non basta, a tutto ciò aggiungiamo quella tipologia d’etichette come il Vino Spumante Brut Rosé Bosco del Merlo, prodotte secondo metodo Charmat, che, per ovvie ragioni, uniscono alle caratteristiche citate, la “croccantezza” della bollicina, in questo caso la duttilità nell’abbinamento gastronomico risulta impareggiabile.
Questo vino nasce da un assemblaggio di uve pinot nero e glera. La vendemmia è precoce, questo aiuta a conservare la freschezza del vino e degli aromi, pressatura soffice, si utilizza solo il mosto fiore. La fermentazione avviene ad una temperatura di 15°C per esaltare le note fruttate. Prodotto secondo metodo Charmat, vengono effettuati frequenti bâtonnage, il vino riposa in bottiglia per qualche mese prima della messa in commercio.
11,5 % Vol., zuccheri pari a 8,5 gr/l, acidità 6, PH 3,20. Rosa tenue, riflessi pesca-rame, tonalità calda, la bollicina risulta estremamente fine, sviluppa cordoncini fitti e regolari, conseguenza diretta di un’ottima presa di spuma. Impatto olfattivo di media intensità, fresco, spigliato: fragolina di bosco, muschio bianco, ribes rosso, pera Kaiser, chiude su cipria ed acqua di rose, naso molto elegante. Il sorso è armonioso, bilanciato egregiamente tra dolcezza e freschezza, caratteristiche intrinseche del frutto che risulta coerente al naso. Media intensità e persistenza, chiude pulito, fresco, arioso. Su un piatto di salvia e zucchine trombetta, fritte in pastella, non smetteresti mai di berlo.

Friuli Sauvignon Turranio 2019
Questo fazzoletto di terra è davvero fortunato: “Duca delle Grazie”, un solo vigneto di 6,27 ettari, e di circa vent’anni d’età, in Lison di Portogruaro (VE). Il “Turranio” è un omaggio a Ruffino Turranio di Concordia Sagittaria, monaco, storico e teologo cristiano (345 circa- 411 d.C.), responsabile di un importante insediamento d’origine romana prossimo ai vigneti. Da uve sauvignon blanc in purezza vendemmiate separatamente, è il frutto di un accurato studio di selezione: diversi cloni del medesimo vitigno, epoche diverse, tutto ciò allo scopo di raggiungere l’agognato equilibrio a 360 °.
I profili dei vini derivanti dalle diverse vendemmie, effettuate nelle ore notturne, sono differenti fra loro, ognuno possiede una propria identità, sommandosi però sono in grado di crearne una ancor più caratteristica e definitiva. Le prime avranno il compito di dare freschezza e mineralità, le altre struttura e corpo. La fermentazione del mosto avviene a basse temperature, il vino riposa per 3 mesi in vasche d’ acciaio sulle fecce fini, lo scopo è esaltare al massimo le caratteristiche del varietale, oltre a dare struttura, corpo ed eleganza al vino. Qualche mese d’affinamento in bottiglia prima della vendita.
La 2019 è ritenuta un’ottima annata in zona, uve sane e perfette. Resa 100 q/Ha, 13 % Vol., zuccheri 6 gr/l., acidità 6,8, PH 3,18. Veste un paglierino limpido, chiaro, vivace, riflessi caldi che in controluce ammiccano all’oro bianco; si muove lento nel bicchiere mostrando corpo e struttura. Intensità olfattiva spiccata ma in nessun modo sfacciata, spesso accade con vini prodotti da uve semi aromatiche quali sauvignon blanc, dove alcuni inconfondibili profumi tendono a prevalere, nascondendo parte dell’eleganza del vino stesso. In questo caso è diverso, prevalgono profumi freschi, stimolanti: kiwi, pesca bianca e melone di Cantalupo, ma anche bosso, erba appena falciata, effluvi evidenti di calcare e una particolarissima nota di peperoncino fresco; con lenta ossigenazione, ad una temperatura di 14 gradi frutta in macedonia.
Sorso ricco, sontuoso, opportunamente acido, la freschezza spinge tanto quando la sapidità, quest’ultima comunque in netto vantaggio. Alcol ben amalgamato alla materia, chiude lungo, coerente, il retronasale richiama quella particolare nota avvertita durante la fase olfattiva che sa di spezia piccante. Personalmente abbinato a un piatto di chicken tikka masala, comunemente noto come pollo al curry, sa il fatto suo.

Lison Pramaggiore Refosco dal Peduncolo Rosso Roggio dei Roveri Riserva 2016
Il refosco è un vitigno autoctono friulano che, assieme allo schioppettino, rappresenta l’essenza dei vini rossi prodotti in questa stupenda regione. È caratterizzato da un’epoca di maturazione piuttosto tardiva e, nel caso del “Roggio dei Roveri” chiamato così per via dell’antico bosco planiziale che ricopriva le terre circostanti, deriva dai vigneti più vecchi dell’azienda. Nel corso degli anni, gli stessi, si sono perfettamente adattati al territorio, caratterizzato da un perfetto microclima con favorevoli escursioni termiche, e dal “caranto”, mix argilloso-calcareo d’origine fluvio-glaciale particolarmente stratificato.
Costante l’impegno in vigna, queste le parole dello staff enologico: “Ogni anno vengono eseguite numerose operazioni in verde, allo scopo di migliorare l’irraggiamento solare dei grappoli perché raggiungano la maturità ricercata.” L’annata 2106, ormai universalmente riconosciuta a cinque stelle, è stata tale anche in queste colline: durante l’estate il caldo è risultato costante, mai eccessivo, temperature massime che hanno raramente superato i 30° C.
Tutto ciò ha favorito sia i vini bianchi che i rossi. Le uve, derivano da un vigneto di 3 ettari, e di circa vent’anni d’età, denominato “Bosco” sito in Lison di Portogruaro (VE), vendemmiate a mano e selezionate attraverso una cernita qualitativa. Sono vinificate con una macerazione sulle bucce che varia dai 25 ai 30 giorni per consentire la miglior estrazione di colore e tannini. Il vino matura poi in carati di rovere per 12 mesi e successivamente in botti più grandi per 6 mesi. 100 % refosco, resa 60 q/Ha, 14 % Vol., zuccheri 0 gr/l, acidità 5,7, PH 3,72.
Rubino vivace, squillante, profondo ed impenetrabile, riflessi porpora. Mostra consistenza ed archetti fitti e regolari. Naso intenso, penetrante, ma l’impatto essendo molto gradevole non disturba affatto, anzi: mirtillo, mora matura, geranio appassito, si fanno largo piccanti note di spezie orientali, una traccia minerale di grafite ben presto addolcita dalla liquirizia in caramella e dal caucciù.
Con lenta ossigenazione note terrose, prevalentemente boschive, che ricordano una passeggiata d’autunno tra questi stupendi sentieri. In bocca l’attacco è morbido, sostenuto da buona freschezza e un notevole ritorno salino, tannino ancora più che scalpitante, ma dolce, ben fatto.
Sorso lunghissimo, non un gigante in intensità, ma ciò che rimane in bocca è tale per oltre un minuto, ed appaga stimolando la salivazione; il retronasale rimanda ai frutti neri e alla spezia percepita al naso. Lo azzarderei su uno spezzatino di cinghiale marinato nello stesso vino, cotto a fiamma lenta per un paio d’ore con funghi di carne e pioppini.
Andrea Li Calzi




