Una terza via tra Montalcino e Scansano?

Sono tornato a Montalcino dopo un anno e proprio là dove pensavo che non si muovesse più nemmeno una boccia (visto il successo dell’eccellente Brunello grazie alla salvaguardia della sua verginità di sangiovese in purezza) ho trovato invece una gradita sorpresa da Stefano Cinelli Colombini e cioè due nuovi Igp Toscana accanto a quel Brusco dei Barbi che conosco bene e che mi piace assai fin dal 1978, di cui ho già scritto qualcosa l’anno scorso.
Si metta il cuore in pace chi ama il Brunello di Montalcino. Deve passarne di… vino sotto i ponti prima che io possa azzardarmi a scriverne! Non sono ancora stato folgorato sulla via di Damasco da questa creatura stupenda, ma che deve duellare ancora a lungo con i miei amori preferiti fra i grandi nebbioli per contendersi il mio calice preferito, anche se in luogo sono certi che succederà presto per via di un’imprevista, ma benvenuta, full immersion alla corte del mito ilcinese.
Il Brunello, infatti, è un mito nato nei ristoranti italiani all’estero prim’ancora che in patria ed ha ottenuto subito un successo mondiale perché non è il frutto di qualche genio dell’enologia, ma quello di un’intera comunità compatta ai piedi del suo castello. Un territorio unico, con dodici famiglie storiche e tanti produttori vicini di casa o confinanti che hanno creato la cultura del Brunello da “toscanacci” qual sono, cioè in quello strano rapporto di amore-odio, tra competizione e collaborazione, che è tutto un affare tra di loro e guai a metterci il naso.
A camminare per questo esteso paese disperso in borgate addormentate un po’ dovunque tra le strade polverose e con il pollame che razzola tra le botti, il tempo sembra davvero fermo e si può capire la mia sorpresa per quella vitalità che ho scoperto covare sotto la cenere. Che i Colombini facciano tradizione e innovazione da circa sette secoli non ci piove. Ma accanto ai loro straordinari vini fatti con sangiovese al 100% (il Brunello e il Rosso che portano il nome di Montalcino), per vinificare anche quel poco di altre uve di proprietà potevano ricorrere alle denominazioni Chianti e Sant’Antimo (ovvero questo fantasma) oppure all’etichetta del Brusco dei Barbi. Invece hanno preferito non snaturare la personalità del tradizionale Chianti di questa fattoria, che è rimasto uno dei pochi old style, fatto quindi con sole uve autoctone toscane, ma neanche quella del Brusco, che è un’invenzione studiata per anni dal nonno Giovanni e ormai affermata, perciò hanno creato apposta questi due nuovi vini per dare spazio alle uve di vigne IGP che fanno parte del patrimonio di ricerca di quest’autentica fucina d’eccellenza, composta da gente che non riesce a dormire sugli allori e che non si ferma alle glorie del sangiovese.
Altre uve, sì. Non è un mistero che in questo enorme territorio d’elezione ideale del sangiovese (addirittura 19 kmq più grande dell’intera isola d’Elba) poco più del 20% degli ettari a vite ospiti altri vitigni, ma sono quasi tutti concentrati in tre o quattro investimenti venuti da fuori e che pensavano di capovolgere il mondo. È vero che non tutte le parcelle di Montalcino sono vocate al sangiovese e in alcune risulta difficile ancora oggi coltivarlo bene, tanto che negli anni 60 e 70 del secolo scorso alcuni vignaioli avevano scelto di espiantarlo là dove dava, sì, un vino buono, ma mediocre rispetto all’eccellenza che contraddistingue il Brunello, perciò l’avevano sostituito con vitigni più governabili, piuttosto che cercare altri portainnesti e altri cloni in quei vivai che stavano cominciando finalmente una seria selezione clonale. A mischiare, però, non tutti ci sono andati con i piedi di piombo, come aveva sempre fatto invece Giovanni Colombini, anche perché prima del 1980 il disciplinare vigente autorizzava tranquillamente il taglio del sangiovese con il 10% di altri vini.
Prima di quel periodo, i vitigni provenienti dal bordolese erano già stati sperimentati con successo fin dal 1700 in tutta la Toscana, ma a Montalcino erano quasi assenti, come testimoniano i censimenti documentati, perché qui c’è un territorio particolare. Al massimo un po’ di canaiolo, colorino, trebbiano e perfino qualche ibrido simile al sangiovese, ma diverso e usato perciò come base per gli innesti contro la fillossera. Per cercare la perfezione si deve provare a cambiare, ma il Brunello di Montalcino moderno è una bandiera storica del sangiovese consolidata da almeno due secoli e non può diventare il terreno di esperimenti pur di farne un vino magari migliore, ma che non è più Brunello. E questa non è una posizione talebana, preconcetta, perché all’avanguardia con le ricerche e gli studi sono sempre stati notoriamente proprio i Colombini, tanto che già nel 1969 fa avevano prodotto un vino particolarissimo, ma completamente diverso da tutti i vini allora contemporanei e che non rientrava in nessuna tipologia. Fu il Gino nazionale a definire cosa fosse il Brusco e coniò una definizione che negli anni successivi divenne famosissima: non era DOC, non era un vino da tavola e allora… era un Super Tuscan, un super vino tipicamente toscano.
All’Aquilaia dei Barbi di Scansano, in Maremma, ci sono 0,7 ettari di Merlot fra i quasi 30 delle vigne curate da Stefano Mazzetti, sì, proprio quelle che a 250 metri d’altezza sono meglio arieggiate dalle brezze marine e perciò ancora capaci di resistere all’infuocato scirocco d’agosto che prima o poi riuscirà a dare l’estrema unzione a tutti gli altri vitigni d’oltralpe piantati in quel piccolo paradiso naturale.
Una parte delle uve di questa vigna finisce per sposarsi al sangiovese anche in un rosso di buon carattere fatto al meglio dell’uso antico, il Birbone Toscano Igp Toscana, con una percentuale che può essere del 10-12% o anche del 18-20%, a seconda del polso del saggio Maurizio Cecchini (il cantiniere “astronomo”) sull’andamento dell’annata nelle varie vigne di Montalcino ben curate da Riccardo Casangeli. Uomini in gamba, come il deus ex machina Fabrizio Andreucci e il suo braccio destro Akija Meta.
Le uve sono pigiadiraspate con una macerazione pre-fermentativa a freddo, che abbatte notevolmente la temperatura fino a 16 °C per ottenere una maggior estrazione di sostanze dalla buccia dell’uva, come polifenoli, tannini, che più rispecchiano gli aromi propri del Sangiovese di Montalcino, quindi fermentano per 16 giorni sulle vinacce alla temperatura controllata di 27-28 °C e il vino, dopo svinatura, sfecciatura e malolattica, matura per un anno in botti di rovere di capacità da 225 fino a 500 litri. Il colore è rosso rubino scuro come i piccoli frutti del suo aroma, tra cui le more e le amarene, che risaltano su note leggere di tabacco dolce e liquerizia con un tocco di spezie delicate. Da tutto pasto, con piatti a base di carne.
Birbone… come quel daino che prim’ancora dell’alba anticipa i galli con il suo potente verso fra i filari delle vigne e sveglia di soprassalto le borgate di Podernovi e Podernovone?
L’altro Igp Toscana è invece il Rosso dei Barbi. La produzione di Brunello di Montalcino è severamente limitata e garantita, perciò tutti gli esperimenti clonali, che sono sempre benvenuti, si devono fare al di fuori della denominazione, ma devono poter diventare vino e farsi bere, per riuscire a tastare il polso ai consumatori e per dare al Consorzio qualcosa di concreto su cui almeno riflettere. Non solo. Javier Carrau a Cracovia mi disse che suo nonno Juan Carrau Sust nel libro “El Arte Moderno de la Vinificación Perfecta” scriveva che “es necesario democratizar la ciencia enológica, y que todo bodeguero sea un artista en su oficio“. Proprio come sosteneva, nello stesso periodo storico, da questa parte dell’oceano, Giovanni Colombini.
Anche suo nipote Stefano ha voluto lasciare la propria zampata e mettere a dimora diversi nuovi cloni sperimentali di sangiovese in vigne a indicazione geografica tipica ma non iscritte fra le DOC e le DOCG, a Montalcino come a Scansano. Queste uve, danno appunto il Rosso dei Barbi, che fermenta in 10 giorni e si presenta come un vino rosso fresco e schietto, senz’alcun dubbio semplice e senza troppe pretese, ma buono e comunque accattivante sia per i picnic sia per la tavola quotidiana dei giorni feriali, senza far preoccupare il portafoglio, proprio come piace a me.
Il colore è rosso rubino luminoso e rispecchia l’aroma principale di ciliegie su un fondo di fiori che si apprezza maggiormente quando il vino è giovane ed è servito un po’ più fresco della temperatura ambiente.
Fattoria dei Barbi
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