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Impressioni “autochtone” bolzanine

Autochtona 2013 - Fiera di Bolzano

È lunedì 21 ottobre, siamo in pieno autunno, ma fa ancora decisamente caldo; tanto da girare solo in maglia, niente giubbotto, sciarpa e berretto. Dettaglio che risulterà decisamente molto pratico per me che sto per entrare nel quartiere fieristico di Bolzano per la fiera del vino autoctono italiano, Autochtona.
L’area ad essa dedicata è veramente circoscritta, un po’ troppo circoscritta. Tant’è che muoversi tra i banchetti, uno attaccato all’altro, dei 59 produttori presenti, con un bicchiere in una mano, con i depliant nell’altra e la borsa a tracolla, che immancabilmente tutti urtano, diventa un tantino scomodo; non aver l’ingombro del cappotto diventa quindi essenziale.
Ogni vignaiolo ha a disposizione un metro di spazio utile per presentare i propri prodotti, che definirei vere opere d’arte. Questo metro di spazio diventa quindi vitale, ricco, originale, stimolante.

La mia curiosità infatti è altamente incrementata da nomi di vitigni, molti dei quali a me sconosciuti e altri sentiti nominare ma mai avuto il piacere di gustarne il vino da essi ottenuto. Altri ancora noti, perché propri d’un territorio, ma trattati dai produttori, presenti a questa manifestazione, in maniera tale da dar vita a vini non banali, forzati o studiati a tavolino, ma vini nuovi.
No anzi, scusate, non sono affatto nuovi; raccolgono ed esprimono invece la loro vera natura, quella più radicata, del vitigno nato e cresciuto in quello specifico luogo. Il vitigno e la sua casa, che è stata prima dei nonni, bisnonni, trisavoli.
Un po’ come una persona che avrà ricordi , esperienze e conoscenze tramandate di generazione in generazione: invidiabile. L’Ortrugo di Marco Terzoni ( Piacenza) ne è un esempio; grazie all’innovazione della crioestrazione aromatica, da lui brevettata, emergono la potenzialità di questo vitigno, le sue vere caratteristiche che, forse per timidezza, non si esprimono spontaneamente.

Fabrizio Gallino e il suo libro sulla Valle d'AostaCosì, senza seguire un programma o una scaletta ben definita, passo da una cantina all’altra; come se indossassi gli stivali dalle sette leghe. Un passo e sono in Valle d’Aosta, in alto a più di mille metri d’altezza, guidata sapientemente da Fabrizio Gallino, in mezzo a filari di Prié Blanc, il vitigno che dà origine al mineralissimo, quasi roccioso Blanc de Morgeux et de la Salle.
Faccio un giro su me stessa per incontrare gli altri vini valdostani, Cornalin, Petit rouge, Fumin… ahh l’aria pulita di montagna si sente qui nel calice, insieme ai profumi dei piccoli frutti, di erbe (percepisco netto anche il tè… giuro), di spezie… che pace. Mi piace e rimango lì, col naso nel calice immaginando di essere sulla riva della Dora Baltea.
Una voce mi desta da questo sogno; mi chiama: Arianna! Mi giro e basta un passo per trovarmi nella mia terra natia, l’Emilia Romagna, faccia a faccia col mio amico Giorgio Erioli, vignaiolo poeta di Bazzano (BO). Mi parla di poesia, di colori, di emozioni che condivido con lui sorseggiando il suo Pignoletto, di carattere e complesso come il suo creatore.
Poi, come se stesse svelandomi un segreto, mi dice, indicandomi due ragazzi poco più in là: “vedi quei due ragazzi, sono fratello e sorella, custodi e promotori di un vitigno ormai quasi del tutto dimenticato, è il Tundè…vallo ad assaggiare, merita!” Così vado e la ragazza, Silvia Sbarzaglia dell’Azienda Agricola Sbarzaglia, gentilmente inizia a spiegare la storia di questo vitigno, originariamente nato per volontà del signor Primo Tondini, Tundè in dialetto ravennate appunto (→qui per saperne di più). Lo assaggio e dò decisamente ragione a Giorgio; questo vino merita veramente. Se gli verrà dato il giusto spazio, la Romagna non verrà solo ricordata per il Sangiovese.
Così continuo a divertirmi a saltellare da una regione all’altra; forti questi stivali, funzionano alla perfezione. “Schioppettino” in Friuli , “Ripasso” in Veneto, “Pugnitello” in Toscana. Sto per togliermi gli stivali, è giunto il momento del rientro, ma non prima di conoscere personalmente Chiara, Alice e CeciliaChiara Barioffi, di cui ho letto negli articoli di Roberto Giuliani con tanto favore. Confermo tutte le belle parole di Roberto, sia quelle rivolte a Chiara come persona, che quelle ai vini. Ma Chiara non è sola, divide il famoso metro con altre due belle signore: Alice, di Tenuta Casteani nel cuore della Maremma e Cecilia, dell’Azienda Grifalco. Alice mi presenta la sua linea di vini senza solfiti aggiunti, chiamata Spirito Libero, ed io, dopo l’assaggio, mi sento veramente libera, libera perché non sento quei legami invisibili che portano a cercare nei vini i soliti profumi, le stesse percezioni che fanno scaturire sempre le stesse emozioni; qui è diverso, ci sono confini nuovi da valicare oltre ai quali si apre un mondo ricco, vario, multicolore.
Cecilia invece mi apre la porta di casa sua, che si trova nel Vulture, dove, come lei stessa scrive, ha ritrovato nell’aglianico l’uva, il territorio, se stessa e il vino. Questo Aglianico ha in sé la storia di quella terra; emozionante. Tre donne, tre amiche, ognuna con la propria storia, le proprie idee, la propria terra. Sono determinate, ma, devo dirlo, con quella spinta decisa, sicura e nello stesso tempo rassicurante, propria del mondo femminile; queste sono le donne che amo e stimo, brave!
Saluto Bolzano soddisfatta con la promessa non tanto di tornare lì il prossimo anno, ma di andare a trovare direttamente in cantina le persone che oggi ho conosciuto e poter toccare con mano la loro terra, tanto generosa e tanto amata.

Arianna Fugazza

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