Il primo Vermouth di Castello di Radda è un rosato in chiave toscana

Il primo Vermouth dell’azienda Agricola Castello di Radda, situata sulla collina che fronteggia a est il borgo di Radda in Chianti (SI), sotto il Castello di Volpaia, è un vero e proprio atto d’amore verso il territorio vitivinicolo toscano. La proprietà è stata acquisita nel 2003 dalla famiglia Beretta, attiva da sempre in Franciacorta mediante il brand “Lo Sparviere”, devo ammettere che mi ha colpito molto la scelta di produrre un Vermouth a base di vino Rosato Toscana IGT da uve 100% sangiovese, senza ombra di dubbio la cultivar autoctona più importante e rappresentativa di queste colline. La tradizione del vino aromatizzato in questa regione ha radici molto antiche; nonostante ciò, in Italia, il celebre vino fortificato non ha mai catturato completamente l’interesse dei consumatori, abituati perlopiù a consumarlo nei miscelati. Mi sovviene il classico cocktail Negroni: Vermouth rosso, Campari, Gin e fetta d’arancia, buonissimo per carità, ma a mio avviso il Vermouth ha una storia talmente affascinante che andrebbe approfondito molto di più, soprattutto degustato in purezza, perché tanti sono i sacrifici per produrlo. Il primo a parlarne in Toscana fu il medico e botanico Giovanni Cosimo Villifranchi che, nel 1773, pubblicò la ricetta del Wermuth nella sua opera Oenologia Toscana.
Castello di Radda crede fortemente nel potenziale dei propri vigneti, l’esposizione degli stessi ruota da sud-est a sud-ovest su terreni di medio impasto argilloso calcareo, con buona presenza di scheletro, particolarmente vocati per la coltivazione del sangiovese e del canaiolo. L’idea parte sempre dalla vigna, quasi mai dalla cantina; la volontà di esaltare un’ottima annata come la 2018, con un’interpretazione certamente fuori dagli schemi convenzionali che mostra per l’ennesima volta il potenziale e la grande versatilità dell’uva sangiovese. Questa nuova etichetta nasce da una grande sinergia, importantissima l’esperienza dei mastri distillatori della Distilleria Bordiga di Cuneo, gli attuali eredi della tradizione di Pietro Bordiga, personaggio iconico, che nel 1888 inventò la ricetta del Vermouth di Torino. Nell’ex capitale d’Italia, città austera quanto romantica, il prezioso vino fortificato veniva consumato con frequenza: dai famosi caffé di via Po’ e Piazza San Carlo, a tutti i salotti dell’alta società.
Il Vermouth rosato di Castello di Radda è ottenuto con il metodo tradizionale: al vino rosato viene aggiunto alcool di grano, acqua, zucchero raffinato e ben 36 aromi tra erbe aromatiche, officinali autoctone spontanee e spezie, tutte rigorosamente naturali. Troviamo sambuco, salvia, menta, finocchio selvatico, assenzio, santoreggia, melissa e angelica, ma anche cannella, pepe, chiodi di garofano, vaniglia, bacche di ginepro e zenzero, per finire con gli agrumi, limone e arancio. Proprio quest’ultimi, assieme alle bacche di ginepro, risultano ricchi d’oli essenziali e conferiscono al Vermouth la classica vena agrumata. Di contro le piante officinali, in primis salvia, sambuco, rosmarino, lavanda e ginepro (rigorosamente raccolte a mano), donano grande aromaticità, impreziosita dalle spezie sapientemente dosate.

Vermouth Rosato Castello di Radda
È giunto il momento di assaggiarlo. 18 % Vol., si palesa al calice in tutta la sua rosata vivacità, è la tonalità cerasuolo ad aver la meglio. Il respiro è spigliato, vivace, elegante, una moltitudine di erbe aromatiche hanno la meglio: ginepro, santoreggia, salvia, a cui si aggiungono freschi sentori agrumati e di sottobosco in parte riconducibili al vitigno (more di rovo, ribes, arancia rossa sanguinella, mandarino). È senza dubbio un quadro olfattivo invitante che acquisisce complessità dopo lenta ossigenazione, ad un temperatura di 14-16°, affiorano sentori di terra bagnata, humus, un dolce ricordo di vaniglia bourbon e liquirizia in caramella a chiudere. In bocca convince per spessore, sapidità e profondità gustativa, al contempo non si può non tener conto dell’agilità di beva; ciò è possibile grazie ad una piacevole nota ammandorlata, al ritorno agrumato, e ad una totale assenza di alcol percepito nonostante la gradazione.
L’ho degustato da solo è a mio avviso è perfetto così, ma, soprattutto nei periodi di caldo afoso, l’aggiunta di ghiaccio e di una scorzetta d’arancio con soda, magari per un aperitivo, renderanno la beva ancor più pericolosa. Originale l’accostamento su canapè salate, ancor più azzeccato con dolci al cucchiaio o cantucci toscani.
Andrea Li Calzi



