Olio di Roma IGP, ce n’era davvero bisogno?

Il 17 agosto 2021 è stata iscritta nel registro europeo delle denominazioni di origine protette e delle indicazioni di origine protette, la denominazione “Olio di Roma IGP”.
Già dal nome si può intuire lo scopo di questo nuovo prodotto, e fin qui non sarebbe poi così scandaloso, in fondo sfruttare un nome di fama internazionale è un’operazione piuttosto diffusa, basti pensare nel campo del vino alle Doc Venezia e Roma, solo per citare le più eclatanti.
Ma in questo caso è ancora più evidente l’intento commerciale, che punta alla risonanza della capitale già nel nome, mettendo in secondo piano la dicitura “olio extravergine di oliva”; non solo, nella produzione dell’Olio di Roma IGP sono coinvolti ben 336 comuni distribuiti fra le 5 province del Lazio, 107 nell’areale di Roma, 87 in quello di Frosinone, 60 per Viterbo, 55 nella provincia di Rieti e 27 in quella di Latina. Molti di questi comuni sono già coinvolti nella produzione di olio extravergine DOP, come il “Sabina”, il “Tuscia”, il “Canino” e il “Colline Pontine”. È evidente che il nome dell’olio è legato solo alla fama della capitale d’Italia e non al territorio da cui proviene, altrimenti sarebbe stato più corretto chiamarlo “Olio del Lazio”.
Perché allora inserire un nuovo olio, prodotto in gran parte negli stessi comuni, ma questa volta IGP per l’areale troppo vasto e le quantità previste decisamente superiori (oltre 10.000 tonnellate di olio all’anno)?
Scendendo nel dettaglio dell’Olio di Roma IGP, scopriamo che per la sua produzione è sufficiente che le varietà provenienti dal territorio previsto coprano almeno l’80% della massa. Per la restante parte possono provenire da qualunque altra parte d’Italia ammessa per la produzione di olio extravergine di oliva.
Sappiamo bene che, un simile disciplinare ci pone di fronte a seri problemi di controllo, come si fa a verificare in frantoio che l’80% delle uve lavorate provenga dal territorio laziale? E chi dovrebbe controllarlo?
E non finisce qui, se andiamo a vedere le varietà consentite, troviamo la “Caninese”, che ha già una propria DOP! Sono state inserite anche alcune varietà praticamente introvabili come “Marina”, “Salviana” e “Sirole”; gran parte delle varietà presenti sono le stesse usate per gli oli DOP regionali.
Colpisce che i Consorzi di zone rinomate come la Tuscia e la Sabina non si siano opposti a questo disciplinare, questa sovrapposizione, oltre a creare confusione d’immagine sul piano commerciale (all’estero come fanno a capire che il Sabina DOP, il Tuscia DOP, il “Canino” DOP, sono qualitativamente superiori all’Olio di Roma IGP?), potrebbe stimolare molti coltivatori a puntare su un olio che, almeno sulla carta, potrebbe dare vantaggi commerciali superiori, soprattutto nell’esportazione.
Come per il vino, anche nel campo dell’olio stiamo assistendo anno dopo anno a operazioni che invece di esaltare la vera qualità dei nostri prodotti, puntano esclusivamente ai numeri, alle quantità produttive, mettendo in secondo piano i tanti gioielli di cui l’Italia dovrebbe andare davvero fiera e difendere a spada tratta.
Il mercato va conquistato, non adulato.
Roberto Giuliani
Qui il disciplinare dell’Olio di Roma IGP




