Brewski porta i tropici nelle birre, Artisan ci mette l’isola felice

Alla serata che Artisan ha dedicato a Brewski, complice il concerto di un paio di giorni prima, ho pensato ai Radiohead di Everything is in the right place: loro si svegliavano succhiando un limone (Yesterday I woke up sucking a lemon) io a fine serata mi sono addormentata con la stessa sensazione, ma con mango, ananas, passion fruit, lime, lamponi, pompelmo.
Anche nel mio caso ogni cosa era al posto giusto.
L’Artisan è uno dei locali in cui più mi piace bere: quartiere San Lorenzo, 2 sale, bel bancone con 12 spine e 1 a pompa, taplist varia e mai scontata, disponibilità ed educazione – mai scontata anche questa – da parte di tutti i ragazzi del posto.
Emanuele e Giuseppe, i giovanissimi gestori del pub, hanno aperto qui circa 3 anni fa e in poco tempo hanno saputo guadagnarsi rispetto e simpatia nell’ambiente, uno di quei casi in cui tutto nasce prima per passione (più che evidente nel tono a manetta di Emanuele ogni volta che si parla del settore). I nomi proposti vanno dal birrificio superlocale a pochi km da Roma (Eastside, con cui hanno un forte legame, Vento Forte, Rebel’s, Ritual, Jungle Juice, Hilltop), fin oltreoceano, con un particolare interesse per il Nord Europa, e tutta quella “new wave” e non solo, del momento (Nogne, Haandbryggeriet, Lervig, Pohjala, Brekeriet). Anche perchè l’alternanza tra la produzione italiana, come sottolineano mai predominante, con un’ampia controparte estera, offre maggiore versatilità come anche un continuo stimolante confronto.
Ovviamente non è facile: pur essendo i bevitori locali inseriti nella scena romana, fortunata e piuttosto formata, il quartiere vive principalmente in seconda serata, quando è già più difficile gestire ad esempio una bassa fermentazione come la Franconia e la Germania in generale, da loro molto amata, ma di certo non la primissima scelta per chi in quel momento sta cercando qualcosa di più forte. Nella selezione della taplist predominano i gusti personali di entrambi, sempre piuttosto allineati, così come sull’equilibrio di stili offerti, tale da garantire costantemente la possibilità di provare, accanto a nomi noti e tradizionali, anche qualcosa di nuovo o diverso. E la scelta paga: mi raccontano di immensa soddisfazione nel vedere formarsi gradualmente, appassionandosi al movimento artigianale, chi inizialmente si affacciava con una Peroni o poco più nel personale background, tra cui molti giovanissimi, fascia a volte tenuta in minore considerazione dagli addetti ai lavori.

Da qualche tempo organizzano belle serate monotematiche dedicate ai birrifici e ai rispettivi birrai (Vento Forte, Eastside, Freigeist Warpigs, Kees), L’ultima è stata appunto con il birrificio svedese di Helsingborg. Brewski ha circa la stessa età dell’Artisan, è un birrificio giovane ma prolifico e determinato: con non poche birre già all’attivo, si è inserito di diritto nel filone juicy ipa (o New England Ipa) che da un po’ di tempo fa parecchia gola ai consumatori, rappresentandone probabilmente, al momento, il maggiore esponente europeo. Le caratteristiche ricorrenti: l’aspetto succoso, torbido, quasi cremoso, l’utilizzo spinto della frutta, tanto che a volte si sente parlare anche di Fruit Ipa, una generosa e aromatica luppolatura al servizio di sentori tropicali. È chiara la passione che il birraio e fondatore Marcus Hjalmarsson insieme a Fredrik Fölster suo collaboratore, ha per la West Coast americana, e il debole per le juicy, con l’aggiunta, nella quasi totalità dei casi, di frutta. La motivazione iniziale, come ha spesso dichiarato, sta nell’approccio poco stimolante avuto con i luppoli locali, di per sé ritenuti poco interessanti. Da lì, in poco tempo i Tropici: ogni uscita è caratterizzata da uno o più frutti, in una continua ricerca degli abbinamenti più azzeccati.

Perché se è innegabile che ci sia impegno, è anche vero che le loro birre siano divertenti, proprio come le inconfondibili etichette: all’Artisan, passo dalla Pango 5,9 %, superclassico del birrificio, Ipa con frutto della passione, mango e ananas, alla Mango Hallon Feber 5,5%, session Ipa leggera ed estiva, con mango e lampone, in cui mi stupisce proprio la persistenza di quest’ultimo avvisabile già al naso. Mango Feber 8%, altro classico, double ipa per cui vale più che mai il nomen omen, Three Fourteen 5,9% una delle più apprezzate nel corso della serata, e non solo da me, juicy in cui l’immancabile e luppolatissimo sapore tropicale lascia spazio in poco all’ananas e al citrico. Amara ma non troppo, come le altre soprattutto nel finale, in favore di maggiore dolcezza e morbidezza.
La pils di casa, Brewskival 4,7% non l’ho assaggiata, mea culpa…ma sarebbe stato come entrare nella cappelliera di Carmen Miranda (ogni associazione alla frutta è puramente casuale. Ovvio) per poi chiederle di prestarmi non so, un berretto da baseball. Al contrario mi incuriosiva molto la berliner weisse, che pensavo di lasciare per ultima, quando invece, un inaspettato quanto utile consiglio mi suggerisce di “sfruttarla” come citrico e astringente interludio, utile a passare con disinvoltura da un frutto all’altro nei diversi p-assaggi. E il citrico della 50 States of Freedom 3,9% ha svolto egregiamente la propria funzione. La soffiata mi è arriva da Mariana Schneider, altro componente del team Brewski, al momento in Italia, impegnata nel tour di serate del birrificio. Lei è incontenibile, simpatica e matta il giusto, con estrema dolcezza e disponibilità fuga ogni mio dubbio, esordendo proprio dall’unico che sa farmi provare il brivido caldo e il palpito animale: il totale abbandono del lattosio finora utilizzato per alcune birre, come la Barbarian e la Conan. Il metodo non è così raro, soprattutto in certi stili, in cui si vuole ottenere maggiore avvolgenza e sensazione di morbidezza, oltre ad un aspetto piuttosto torbido. Solo il giorno dopo mi rendo conto di aver perso anche la Snouthjuice 12%, imperial stout, di cui mi narrano di predominanza del cioccolato e a seguire gli immancabili caffè, malto, vaniglia e caramello.

Mariana mi conferma la linea generale: birre mai troppo forti, quindi maggiore bevibilità, e accostamenti di ingredienti spesso insoliti, per sorprendere anche chi la birra non la beve abitualmente, e che al contrario di un appassionato mai si aspetterebbe tali sapori. E i primi curiosi sono proprio loro, quando nei vari tentativi – Mariana mi parla del sour mash delle loro berliner – si stupiscono ogni volta dell’interazione tra gli elementi dolci e quelli più acidi della frutta. Dalla stessa curiosità, e dalla voglia di crescere, nascono le numerose collaborazioni con altri birrifici. Quella che ricordo con maggiore affetto, e anche un po’ di turbamento, è la cotta con Vento Forte: data la mia passione per il birrificio di Bracciano, attendevo con un certo interesse. Ma quando è uscita la Green Latte 5,7%, ho desunto che non fosse esattamente la birra adatta a me…se non altro ho molto apprezzato il nome rivelatore. Ovviamente amano collaborare con amici e “colleghi”, perché è sempre un buon momento per imparare e confrontarsi. E sperimentare, trattandosi spesso di uscite uniche e raramente replicabili. Le prossime in programma sono con 7venth Sun Brewery (Florida) e Collective Arts (Canada).
In chiusura, mentre osservo i ragazzi dell’Artisan dare anima e corpo a tutti, e sempre con sorrisi inalterabili e sinceramente affabili (sì, si stanno divertendo anche loro), chiedo a Mariana che idea si sia fatta della scena italiana. In poche parole, è stata travolta dalla nostra passione in tutto (mi dice che facciamo tutto all’ennesima potenza, dall’amore…all’odio). Al momento rappresentiamo il più grande importatore, il Paese che acquista maggior volume dopo la Svezia (mi parla di monopolio), con una domanda sorprendentemente elevata.
Questo non può che essere apprezzato, soprattutto per un Paese per cui la gastronomia costituisce una parte tanto importante della cultura, e in cui di certo non manca né varietà di birre nazionali, né ottimo vino, sottolinea. Non ha idea di come possiamo trovare tanto entusiasmo e resistenza per tutto quello che ogni giorno ruota intorno al settore, a iniziare dalla fitta serie di eventi.
Ci penso su. Forza per passare di locale in locale a bere quelle che spesso sono ottime birre, scherzando con facce amiche, e se capita imparando qualcosa di nuovo? Io un’idea ce l’avrei. Ma preferisco accertarmene: credo che stasera uscirò. Iniziando dall’Artisan. Ovvio.

