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Cibo e Cultura

Primi passi verso il gusto

Bimba e latteRisalendo a ritroso fino alla mia infanzia, una delle particolarità che maggiormente mi caratterizzava era il paio di stuzzicadenti che sorreggevano il mio corpo e l’energia rinnovabile che sempre avevo per lunghe corse nella campagna dei nonni… Infinite corse, salti in lungo da fare invidia ai ginnasti agonisti. Questa estrema vitalità era inversamente proporzionale al mio appetito, infatti mamma e papà i buoni sconto dell’Iper mercato li spendevano in quantità formato famiglia di pappa reale in fiale, snobbando la versione “junior”, troppo blanda per chi come me improvvisava anche moderne varianti di arrampicata sugli alberi sottocasa, pur di sfuggire a quell’imposizione. Poi cedetti…
Ogni mattina, prima di essere accompagnata a scuola da papà, mi scolavo rigorosamente in apnee da meno di tre secondi, una di quelle bottigliette minuscole, seguite dalla mia “colazione da leonessa”, sempre la stessa: latte bianco e tre biscotti contati masticati con una fatica da Ercole, il terzo era un traguardo ambito e le rare volte che non lasciavo l’ultimo briciolo da formica sulla tovaglia, papà esultava come se avesse fatto un goal l’Italia ai mondiali.

bambina rifiuta ciboI cibi per me erano uno strano mondo a parte, non so spiegare il senso di “allerta” che provavo ogni volta che il mio palato incontrava un boccone: ogni sapore poteva attaccarsi nella mia bocca come un chewingum ad una suola, e rimanerci per ore come un odore estraneo sulla mia maglietta, ogni sapore che non conoscevo poteva essere troppo tardi da sciacquare via nel momento in cui, assaggiato, non avesse incontrato i miei gusti… Era per me come un’invasione di campo.
In fondo, io, di gusti ne avevo pure, contati si e no sulle dita della mia mano sottile, ma che furono i miei primi slanci verso il piacere del “mangiare”, verso le storie che può raccontare un sapore mentre accarezza la lingua senza invadenza, facendoti innamorare inconsapevolmente del suo gusto e delle sue sfumature, guidandoti ad occhi chiusi come un sentiero familiare verso casa…

Miele e mandorleQuando a pranzo io, i nonni, la zia e papà sedevamo tutti assieme attorno alla grande tavola in legno rettangolare in tavernetta al fresco, ho cominciato a trovare divertente, dopo i miei scarsi bocconi di pasta al pomodoro, scendere con un balzo leggero dalla sedia in paglia, raggiungere quella dove il nonno sedeva intento a sorseggiare il suo riso bianco immerso nel Lambrusco e, silenziosa, con estrema complicità nei suoi confronti, adagiarmi “gambe su gambe” in braccio a lui…
Gambe simili, nodose, incastro perfetto e sintonizzarsi istantaneo del pensiero, mi rilassavo comodamente sulla sua pancia, schienale morbido e rassicurante…
Egli non faceva una piega, un rapporto simbiotico il nostro, simile scioglie simile e noi due navigavamo sulla stessa lunghezza d’onda, proprio come il riso sposava il vino in quello che si poteva interpretare come piatto insolito, ma dall’estremo potere nutriente e corroborante durante quelle lunghe estati…
Aspettavo assieme a lui che sorbisse l’ultimo cucchiaio e si asciugasse le labbra con un sospiro di soddisfazione: era in quel momento in cui si accorgeva che sedevo su di lui già da un po’, mi donava il sorriso di benvenuto e già sapevamo seppur senza mai dircelo di cosa avevamo bisogno…
L’aveva già preparato lì il barattolo, a fianco all’oliera sin da quando si era apparecchiata la tavola, ma io fingevo spesso di non vederlo, in modo che fosse più eccitante l’attesa del momento in cui l’avremmo aperto assieme:
due i cucchiaini, uno a testa, e la manciata di mandorle tostate nelle nostre mani erano come sassolini da far rimbalzare due, tre… cinque volte sulla calma piatta di quel lago di miele, che come resina dorata, lento ed avvolgente inghiottiva quelle pepite preziose in un’incantevole moviola, spirale di dolcezza fin giù, a fondo, dove noi due compagni di pesca ci divertivamo a recuperarle. Ne assaporavamo assieme ad occhi socchiusi l’impeccabile connubio, un duo di sapori talmente affine nella sua semplicità, da lasciare incredule le papille gustative su quei due cibi così poveri ma ricchi allo stesso tempo, in un’amalgama mai stonevole…
Il glucosio mi aveva vinta uno a zero, ipnotizzata e sedotta come un incantatore di serpenti!
Si sa, i dolci sono ruffiani (che dal dialetto modenese significa “di facile persuasione”), ma quelli furono solo l’inizio, l’input che guidò la mia curiosità giù dalle scale fino alla cucina dove la nonna preparava spesso i tortellini

Pane e salameContavo le mattonelle del pavimento in cotto saltellandole come nel gioco della settimana, giungendo al tagliere dove aveva appena steso il suo impasto col matterello, tanto olio di gomito e la fronte imperlata di sudore, che “sudèven àl s’ciàpi“, (espressione colorita che non necessita di traduzione).
Mi divertiva la visione di quei graziosi ombelichi giallo-uovo ordinati in fila come soldatini, sembravano piccole pance sazie pronte a scoppiare per rivelare la sapida verità del ripieno, custodi di questo sorprendente segreto. Io ho iniziato ad adorare come la nonna sapeva farmi sentire il giudice da cui dipendeva l’equilibrio delicato di quel capolavoro, chiedendomi :”Giulia com’ è di sale?” intingevo con aria d’importanza le dita in quella libidine miscelata nel tegame e mentre il macinato di carne si sbriciolava sciogliendosi in bocca (e io mi sentivo più valorosa dell’Uomo del Monte), lasciavo in silenzio una voluta suspence di alcuni secondi per movimentare il gioco a cui la nonna partecipava sempre con piacere, poi: “Mmmmm!… Non capisco bene se ne hai messo abbastanza… Posso sentirne ancora!?” e così diverse volte, fino a spazzarne via l’ultimo briciolo in una gara infinita, un dilettante gioco senza frontiere.
Tutt’ora porto nei pensieri miei più intimi e sereni queste scene, appese al cuore come talismani che schermano le mie giornate dalle influenze negative e dai malumori, sigilli che timbrano il mio vissuto come garanzia di ciò che sono io ora…
Io, cresciuta a pane e salame fatto in casa, con le gote sempre rosse e profumate di vento marzolino,
io che anche d’ inverno le braghe lasciavano scoperte ginocchia insensibili a qualsiasi calo termico,
io che i pomodori si coglievano nell’orto ancora caldi di sole e ci si affondavano polposi i pensieri in un morso succoso, seduta sull’erba del sentiero…
Io che, quando certe mattine il mezzogiorno non arrivava più, spezzavo la fame di crescita salando il fumo bollente delle patate gialle che le callose mani della nonna mi avevano pelato con premura…
Io…
che dedico questi ricordi a chi mi ha dato modo di averli vissuti e di riviverli tutt’ora, in deja vu che dipingono il mio presente adulto di un’infanzia pastello.

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