Storia della cultura a tavola: Il simposio

Una storia della cultura della tavola pubblicata a tappe, un modo per ripensare il futuro, imparando dal passato.
Dalla storia si può imparare molto, soprattutto in termini di necessità, bisogni e piaceri dell’umanità, con alla base una grande certezza: tutte le crisi passano e proprio dai momenti più bui nascono le grandi rivoluzioni, anche gastronomiche.
Ogni periodo storico ha interpretato e catalizzato su di sé un certo modo di sedersi a tavola, di allestirla e di servire, lasciandoci degli indizi interessanti da raccogliere e da ricostruire.
Nei prossimi mesi affronteremo un breve viaggio della cultura a tavola a più tappe, dal simposio greco ai giorni nostri, un’occasione in più per riflettere su chi siamo stati e dove siamo arrivati, approfondendo alcuni tra gli aspetti più curiosi della convivialità e dell’ospitalità, così radicate nella nostra cultura mediterranea.
Dove tutto ebbe inizio
Riassumere il rito del simposio, senza banalizzare un tema così vasto, non è cosa semplice: bisognerebbe scrivere della differenza dei costumi nelle polis greche, come tra Atene e Sparta, e delle differenze tra periodo arcaico (dalle origini al 480 a.C.), classico (dal 480 al 323 a.C.) ed ellenistico (dal 300 al 146 d.C., anno in cui la Grecia passa sotto il dominio romano).
Attraverso il simposio, specchio dei costumi greci, si possono ottenere molte fonti d’informazioni sulla cultura, l’educazione, il carattere degli antichi abitanti della Grecia e del modo di vivere nel Mediterraneo di allora.
L’obiettivo di questo articolo è evidenziarne alcune caratteristiche, diciamo mediterranee, che costituiscono parte del nostro modo di stare a tavola.

Il valore di un rito collettivo
Il simposio rappresentava una riunione conviviale rigorosamente maschile, adulti e cittadini, con l’obiettivo di legare un gruppo di uomini appartenenti ad uno stesso livello sociale e rafforzare la loro coesione. Era un rito dagli importanti risvolti culturali, etici, politici, sociali e religiosi. Era vietato ai bambini e alle donne, a parte le etere (hetairai), una sorta di cortigiane, le danzatrici e le suonatrici di lyra e di aulòs, il tipico strumento a fiato.
Per la classe aristocratica greca era un momento di formazione alla quale si accedeva grazie alla conversazione, alla condivisione del vino e all’arte. Paideia (in greco antico: παιδεία, paidéia), ossia formazione o educazione, rappresentava il modello pedagogico in vigore ad Atene nel V secolo a.C.: si occupava non solo all’istruzione scolastica dei fanciulli, comprendente la cura del corpo e il suo rafforzamento, ma anche del loro sviluppo etico e spirituale al fine di renderli cittadini completi, una forma elevata di cultura in grado di guidare il loro inserimento armonico nella società. Lo spirito di cittadinanza e di appartenenza costituivano infatti un elemento fondamentale alla base dell’ordinamento politico-giuridico delle città greche: durante il simposio si allenavano tali valori e, in un certo senso, l’istruzione fungeva da salvaguardia, garantendo il divertimento senza sprofondare negli eccessi, senza cedere agli impulsi e all’ubriachezza.
Era poi un momento denso di sacralità e di simbolismi religiosi che mettevano in relazione gli uomini e gli dei, sugellato da un iniziale rito sacrificale e da una preghiera per investire il convivio di solennità religiosa e di invitare gli dei a partecipare ai momenti di festa, regalando prosperità alla comunità raccolta.
Il simposio era, infine, dedicato ai piaceri. Letizia (eufrosvne), grazia (chàris), serenità (esukìa) e piacere (hedonè) erano i principi alla base di un simposio riuscito e l’obiettivo da raggiungere ma era anche simbolo dell’ospitalità ellenica: gli stranieri e gli sconosciuti venivano ben accolti e potevano partecipare al simposio, un momento di conoscenza e di scambio.

L’organizzazione del banchetto
Per i greci, il pasto più importante della giornata era certamente quello serale: il banchetto era suddiviso in 3 momenti principali ben distinti tra loro e secondo un programma dalle regole ben definite soprattutto dopo il V sec a.C., per l’influenza delle abitudini provenienti dal mondo orientale che esercitava un enorme fascino sulla colta classe greca.
Il banchetto veniva allestito inizialmente nell’andrón (= appartamento degli uomini da andros=uomo).
La prima parte era il deipnon (il pasto vero e proprio, senza vino), la seconda era il simposio, ossia la sola consumazione del vino (sympinein = bere insieme) servito con dolci, frutta secca, miele, formaggio, mentre la fase finale, era quella più dedicata al divertimento.
Come prima cosa i commensali si toglievano le scarpe e si cambiavano veste, in segno di rispetto, prendevano posto sui klinai disposti a ferro di cavallo, detti poi triklinai perché ciascuno era per 3 persone. Questi si distendevano appoggiando il braccio sinistro, mangiando con la mano destra e il volto rivolto verso il centro in modo da essere facilmente serviti ma anche per poter seguire più facilmente la conversazione.
Al centro si svolgeva il servizio delle pietanze e successivamente del vino come anche gli spettacoli organizzati per l’intrattenimento degli ospiti.
Finito il deipnon, come simbolo di purificazione preparatoria al rito della condivisione del vino, venivano puliti i tavoli, le tazze e il pavimento, mentre i partecipanti al banchetto si lavavano le mani in tini profumati con unguenti e si addobbavano con corone di fiori, mirto, foglie di edera (sacra a Dioniso) e di alloro (sacro ad Apollo), simboli di iniziazione.

Venivano poi fatte le libagioni, ossia lo spargimento del vino in onore degli Dei. Giovani coppieri mescolavano il vino all’acqua in un grande vaso detto cratere o krater centrale: nell’antica Grecia il vino veniva sempre servito annacquato con acqua fredda o tiepida perché bere vino puro era ritenuto barbaro, degno di popoli incivili. Il liquido veniva poi versato (spéndein /leíbein) a terra; si diceva una preghiera e veniva consumato dai devoti vino puro (in una tazza o in un altro recipiente, anticamente nel rhyton, tipico vaso dalla testa di animale). La coppa si faceva girare da sinistra a destra, ordine che veniva rispettato anche per la conversazione e la declamazione di poesie e opere.
La libagione veniva accompagnata da inni e voti (synomosia) che rendevano il gruppo di commensali una comunità. Il brindisi (próposis) veniva spesso associato alla libagione, e coincideva con il mescolamento di un nuovo cratere. Molti documenti attestano questa pratica di bere vino, spesso puro, in onore di un ospite, subito dopo gli ultimi preparativi del deípnon e all’inizio del sympósion come gesto di amicizia che di rispetto.
In quest’atmosfera ricca di sacralità, si dava inizio alla festa.
Veniva quindi eletto il simposiarca, figura che aveva il compito di misurare la quantità di vino da bere per ogni convitato, decidere le proporzioni della miscela a seconda degli ospiti e delle pietanze, ed era il responsabile dell’intrattenimento degli ospiti.
Lo stato che gli ospiti dovevano raggiungere era infatti l’euphoria, non l’ubriachezza, così da godere della conversazione, della poesia e dei vari intrattenimenti e attività. La consumazione del vino prevedeva la capacità di rendere più sciolta la mente e cancellare i freni inibitori. Scopo ultimo del bere era il godimento che tra le persone moderate veniva raggiunto attraverso lunghe dissertazioni filosofiche, ma anche grazie alla partecipazione a giochi, danze, canti e, infine, e all’eros. Il simposio poteva durare parecchie ore e prolungarsi anche fino a tardi.

Il cratere con il vino, posto al centro della stanza, era il cuore di tutto il simposio, simbolo di uguaglianza, simmetria e di equilibrio. I servitori versavano il liquido dentro speciali brocche da vino, le oinochoe, e da queste in tazze per bere come l’elegante kylix, lo skyphos, la kotyle, o il kantharos, la tazza dagli alti manici ricorrente nelle raffigurazioni dei rituali al dio Dioniso. D’estate il vino veniva tenuto in freddo in un recipiente, detto lo psyktèr, a sua volta immerso nel ghiaccio.
Gli ospiti ascoltavano poesie liriche accompagnate dalla musica, composte al fine di essere lette proprio in quelle occasioni (come ad esempio, per citare i lirici più grandi, Alceo, Anacreonte, Teognide, Senofane) e potevano dedicarsi al momento centrale del loro incontro, la conversazione. Essa poteva vertere su vari argomenti: dalla politica, alle questioni personali dei presenti, alla storia affrontata in maniera corale, mai escludendo alcuni presenti.
Quest’ultima fase era alimentata dagli spettacoli di danza, esibizioni di acrobati, mangiafuoco e dei danzatori che, con le loro evoluzioni e con il mettere in mostra il loro corpo ben proporzionato, incutevano un piacere ed un desiderio a cui i Greci difficilmente rinunciavano.

Come occasione di svago, erano frequenti i giochi di destrezza di vario tipo (agoni) con ambiti premi messi in palio, come il gioco del kottabos, quando sia i convitati che le etère che tenevano loro compagnia, dovevano colpire un bersaglio (spesso si trattava di un piatto posto in equilibrio su di un’asta), lanciando, con un colpo di polso, il fondo di vino rimasto nella propria coppa. Molto comuni erano poi il gioco dei dadi, i giochi da tavolo ma anche indovinelli ed enigmi da risolvere con arguzie.
Parte finale del simposio era il komos, una specie di processione festosa che avveniva quando il vino aveva fatto il suo effetto: i danzatori, i suonatori e i partecipanti al banchetto uscivano per le strade della città in cortei allegri e rumorosi.
I riferimenti letterari per questo tema possono essere molti, tra questi citiamo: Plutarco (Cheronea, 46 d.C./48 d.C. – Delfi, 125 d.C./127 d.C.) Il simposio dei sette sapienti, e Ateneo di Naucrati (Naucrati, … – dopo il 192) con il testo I deipnosofisti, o I dotti a banchetto che si sofferma a descrivere i grandi banchetti dell’antichità. Vi è poi il libro Convivio. Storia e cultura dei piaceri della tavola dall’antichità al Medioevo del prof. Massimo Montanari e A cena con gli antichi della prof.ssa Eva Cantarella.
Alessia Cipolla


