Paltrinieri, dal 1926 l’impegno di una storica famiglia di Sorbara

Lo ammetto, poche volte in vita mia ho enologicamente toppato come col Lambrusco. Ne è passato di vino sotto i ponti per arrivare a capire quanto questo vitigno autoctono dell’Emilia Romagna, dotato di una versatilità straordinaria, sia in grado di appassionare gli amanti del buon bere e tutti coloro che cercano in un bicchiere di vino la piacevolezza e il fascino di una storia antica. Per arrivare a questa consapevolezza è necessario scrollarsi di dosso molti dei luoghi comuni che ancor oggi purtroppo aleggiano attorno a certe categorie di vini, ma la colpa non è soltanto di chi mette in giro certe voci o di chi ha effettivamente nei decenni prodotto vini per così dire dozzinali, ma anche e soprattutto di chi prende per oro colato queste dicerie e ha poca voglia di approfondire.

I più esperti sanno che una delle aree più vocate dell’intera regione è situata nella provincia di Modena, più precisamente a Sorbara comune che dà il nome alla Doc e anche alla varietà di lambrusco. Per dovere di cronaca quelle presenti nel registro nazionale sono ben tredici: di Alessandria, a foglia frastagliata (anche noto come enantio), barghi, benetti, del pellegrino, Sorbara, grasparossa, maestri, marani, montericcio, oliva, salamino, viadanese. Insomma ce n’è per tutti i gusti, tuttavia ritengo che l’estrema versatilità ed eleganza del Sorbara non abbia rivali, soprattutto nella zona storica denominata “Il Cristo”; poi per carità il gusto personale, soprattutto in questo caso, è determinante. È proprio in questo stupendo fazzoletto di terra emiliano, costeggiato dai due fiumi Secchia e Panaro che ha sede l’azienda Paltrinieri, dal 1926 una delle famiglie storiche del territorio, indubbiamente la passione che caratterizza il loro lavoro è palpabile e l’amore per il Sorbara totale, più passa il tempo più Alberto e Barbara, gli attuali proprietari, lo dimostrano.

Tornando al territorio, la vicinanza dei suddetti corsi d’acqua rende estremamente fertile questo piccolo e storico lembo emiliano della provincia di Modena. “Il Cristo” è una vera e propria terra di passaggio nota dapprima che lo stesso borgo di Sorbara vedesse i natali, tutto ciò lo si evince dai mappali, “carta canta”. Per le sue attitudini era particolarmente indicata per la classica sosta dei viandanti a cavallo o per i carrettieri, inoltre, la celebre trattoria con l’edicola votiva del Cristo era un buon ristoro dove rifocillarsi e dove far riposare i cavalli prima di proseguire il viaggio, che un tempo durava anche giorni. In ricordo di quel luogo tanto caro a Mario Soldati, che coi suoi cineoperatori oltre sessant’anni fa girava un grande capolavoro intitolato “Viaggio nella valle del Po”, i terreni che circondano questo cru hanno acquisito il suo nome. Da lì a pochi metri il Panaro e il Secchia proseguono il corso svanendo nella nebbia, un’atmosfera che in alcune stagioni dell’anno diviene quasi onirica.

I più appassionati di cinema ricorderanno certamente “Amarcord”, del maestro Federico Fellini, e soprattutto la scena in cui il nonno di Titta, il protagonista del film, smarrito tra i viottoli della sua stessa casa padronale, è avvolto da una coltre fitta e impenetrabile. Una terra fertile, buona, ottimale, una culla che ha coccolato e fatto nascere l’uva lambrusco, che in questo territorio prende il nome di Sorbara. Il suolo è caratterizzato da terreni a medio impasto, piuttosto sciolti e particolarmente limosi, la vite in queste condizioni cresce vigorosa e soprattutto è in grado di esaltare le componenti saline e acide. Nei secoli i suoli sabbiosi e di natura golenale, tipici di questa zona, sono stati i veri responsabili di una produzione vitivinicola caratterizzata da alcuni aspetti ben precisi: grande acidità, spinta mineralità, asciuttezza e un’impronta salina di notevole spessore.
È proprio in quest’area vitivinicola che l’azienda Paltrinieri, da ben tre generazioni, insegue un sogno: allevare il lambrusco e far sì che attraverso il vino si possa arrivare nel migliore dei modi alle persone, raccontando una storia fatta d’amore, sacrificio e traguardi raggiunti grazie al rispetto della natura e del territorio circostante. La vigna viene allevata secondo pratiche agronomiche rispettose dell’ambiente, lotta integrata, si interviene il meno possibile e quando lo si fa l’intervento è mirato, e lo scopo è solo quello di tutelare lo sviluppo e la sostenibilità della pianta.

La Cantina sita in “Cristo”, frazione di Sorbara del comune di Bomporto (MO), è datata 1926, il suo pioniere, Achille Paltrinieri, fu uno stimato farmacista e chimico. Fece costruire la casa di proprietà e il pezzo più antico della cantina dove già allora veniva prodotto vino Lambrusco, in azienda sono presenti delle etichette che lo ricordano. Gianfranco, figlio di Achille, ampliò la realtà vitivinicola che tuttora è a carattere esclusivamente familiare; l’impegno e la costante dedizione riservata al proprio lavoro gli permise di ingrandire il suo business: vennero costruiti nuovi capannoni e trasformata in vigneto tutta la terra di proprietà. Le generazioni si susseguono e al giorno d’oggi, a portare avanti l’azienda e soprattutto la tradizione familiare, sono Alberto, figlio di Gianfranco, e sua moglie Barbara. Una storia d’amore nata tra i banchi di scuola, quelli dell’Università, nella splendida città di Bologna. Alberto già ai quei tempi era un ragazzo molto determinato e con la testa sulle spalle, studiava agraria e in lui balenava già l’idea di prendere in mano le redini dell’azienda un giorno. Barbara, appassionata di filosofia, custodiva il proverbiale sogno nel cassetto: insegnare, formare, stare a contatto con i ragazzi.

“La soddisfazione e la passione per il nostro lavoro derivano dalla cura che tutto sia ben fatto. Abbiamo all’orizzonte una promessa dentro il cuore, che va oltre noi stessi, che sfida il tempo. Come un abbeveratoio scolpito nella pietra”. Con questa frase, Alberto e Barbara, a distanza di qualche anno dai banchi di scuola, raccontano il proprio mestiere, la passione che li spinge giorno dopo giorno ad allevare il Sorbara al massimo delle loro possibilità, consapevoli di avere dalla loro un terreno che può tranquillamente definirsi culla del lambrusco. Tutto ciò è possibile grazie all’esperienza e alla cura del dettaglio, talvolta ai limiti del maniacale, ma sempre pronti ad accettare consigli, rivedere gli schemi, senza mai tradire la tradizione. La loro è una storia fatta di coraggio e ambizione; negli anni in cui andavano Lambruschi caldi, morbidi, abboccati ai limiti del “corposo”, i nostri protagonisti studiavano il modo di proporre l’esatto opposto, ovvero l’essenza stessa del Sorbara: freschezza, eleganza, agilità, succo e profondità di beva con un finale sapido ed appagante, interminabile in alcune delle loro etichette che più avanti vedremo. Il periodo era quello degli inizi del nuovo millennio e la sfida è stata vinta, portata a casa, tanto da puntare poi alla quasi totalità delle etichette prodotte con il vitigno principe di queste colline, che nel “Cristo” trova la massima espressività. 15 ettari e una produzione che oscilla tra le 80 e 100 mila bottiglie. Otto etichette prodotte, più una grappa, ovvero un distillato delle vinacce di Lambrusco di Sorbara ovviamente. Ne vedremo ben sei, dunque direi che il caso di mettersi comodi.

Lambrusco dell’Emilia IGT Solco semisecco frizzante
La prima annata risale al 2012, ormai in Casa Paltrinieri è rimasto l’unico prodotto, assieme al “Bianco” e al “Piria” ad essere prodotto senza l’utilizzo di uve Sorbara in purezza. Nello specifico il “Solco” è lambrusco salamino 100%, da vigneti al “Cristo”, come del resto tutti i vini che seguiranno, questo vitigno è presente in vigna per un terzo e serve come impollinatore per il Sorbara in quanto pianta sterile. Resa pari a 180 q/ha, macerazione, fermentazione alcolica e rifermentazione con metodo Martinotti.
11% Vol., mostra un manto porpora ai limiti del violaceo, piuttosto impenetrabile ed intenso. Bollicine fini e regolari stuzzicano anche il naso tant’è l’intensità olfattiva, anche dopo alcuni secondi dalla mescita, un respiro caratterizzato da frutti dolci e maturi: visciole, mirtillo e mora selvatica, il floreale è intenso e ricorda il geranio e la rosa rossa. Bolla carezzevole, voluminosa, l’acidità è in primo piano, ma dopo la deglutizione una sensazione abboccata e leggermente tannica rende il sorso piacevole e adatto a svariati abbinamenti, soprattutto affettati misti e piatti speziati della cucina indiana a base di verdure, quest’ultimo l’ho provato personalmente.

Lambrusco di Sorbara Piria secco frizzante
Come già anticipato il “Piria” è una delle poche etichette a non essere prodotta con Sorbara in purezza, in questo caso è presente al 70%, a saldo 30% di salamino. Prodotto per la prima volta nel 1996, resa pari a 140 q/ha, macerazione, fermentazione alcolica e rifermentazione con metodo Martinotti. 11 % Vol., la tonalità comincia ad assumere i toni tipici del Sorbara: rubino tenue, riflessi fortemente rosati che richiamano i petali del fiore che tinge la sfumatura, il perlage risulta estremamente fine e regolare, le bollicine sono copiose e persistono a distanza di minuti.
Un naso fragrante di fragola e mela renetta, melone di Cantalupo, con ossigenazione un ricordo flebile di cipria e mush mellow. In bocca è freschissimo e la coerenza dei toni fruttati è imbarazzante: un succo di mela vivacizzato da guizzi sapidi e tuonante acidità. Goloso e di beva compulsiva, abbinato ad una pizza Margherita è un gran bel bere.

Lambrusco di Sorbara Sant’Agata secco frizzante
Sant’Agata è la patrona del comune alla quale la famiglia Paltrinieri ha dedicato il primo Sorbara in purezza, correva l’anno 1998. Iniziamo dunque la sequenza di vini prodotti con utilizzo del 100% del suddetto vitigno allevato in vigneti storici (15 ettari) al “Cristo”; è l’uva che ha fatto innamorare Alberto e Barbara Paltrinieri e che giorno dopo giorno rappresenta una sfida da inseguire e da vincere. Resa pari a 140 q/ha, macerazione, fermentazione alcolica e rifermentazione con metodo Martinotti.
11% Vol., rubino chiaro vivace, tenue, in controluce il perlage amplifica la luminosità e la trasparenza. Un soffio floreale di violetta è protagonista, la spezia dolce lo accompagna e sa di pepe rosa, ben presto frutti croccanti di bosco, ribes rosso in primo piano e con lenta ossigenazione fragolina; a chiudere cipria e un ricordo di sabbia bagnata. Bolla verticale ma al contempo carezzevole, riempie il palato rilasciando un aroma dolce che ben presto cede il passo a tutta la freschezza dei frutti descritti, croccanti e acidi. Sorso lungo e appagante caratterizzato da una lunga scia sapida, tutto ciò mi ha permesso di contrastare alla perfezione un salmone in crosta con contorno di patate novelle arrosto.

Lambrusco di Sorbara Cru Leclisse secco frizzante
La prima vendemmia risale al 2007, in zona un’annata eccezionale, tanto da ricordare una sorta di eclisse appunto, un elemento capace di metter in ombra tutto il resto delle cose. 100 % Sorbara, resa per ettaro pari a 120 q., vinificazione: mosto fiore, senza macerazione, fermentazione alcolica e rifermentazione di almeno 3 mesi con metodo Martinotti.
11% Vol., tonalità chiara, luminosa, buona trasparenza: tra il rosso rubino ed il rosa chiaretto, sull’unghia evidenzia riflessi ramati, le bollicine hanno grana fine e risultano copiose anche a diversi minuti dalla mescita. Il naso è fine, elegante, in pieno stato di grazia: violetta e rosa s’alternano a frutti di bosco quali fragolina e lampone, ben presto un dolce ricordo di mandarino e mela renetta diviene protagonista, flebile l’accento vanigliato con leggero aumento della temperatura. Bevibilità spinta ai massimi per via di una freschezza intrinseca che mostra tutta l’acidità del frutto e del terreno; sorso tutt’altro che banale, caratterizzato da un’impronta salina notevole per la categoria. Abbinato al più classico dei taglieri di salumi emiliani è un atto dovuto.

Lambrusco di Sorbara Spumante Brut Riserva
Versione spumantizzata prodotta per la prima volta nel 2013 da Paltrinieri, rappresenta l’ennesima conferma di quanto il Sorbara possa essere estremamente versatile come vitigno. Resa per ettaro pari a 120 q., mosto fiore vinificato in bianco, pigiatura soffice, fermentazione alcolica e rifermentazione a spumante con metodo Martinotti, sosta sui lieviti per 12 mesi. 12% Vol., caratterizzato già alla vista da una tonalità elegante, vivace, rosa tenue con sfumature salmone/buccia di cipolla, perlage minuto e regolare.
Il naso è spiazzante, sicuramente ancora giovane, in questa fase è caratterizzato da incursioni “verdi” che ricordano erbe aromatiche, piccoli fiori di montagna, kiwi, rabarbaro, ribes bianco e pompelmo; chiude una traccia minerale di sabbia bagnata che anticipa un ricordo salmastro, soprattutto l’odore inebriante del mare che sbatte contro gli scogli. Il palato è tesissimo, non concede un millimetro a chi è in cerca di ruffianeria, acidità ancora piuttosto nervosa, la sapidità qui è davvero tanta e riempie il palato; non del tutto armonioso per via di un leggero ritorno erbaceo un po’ troppo protagonista, a mio avviso è solo questione di tempo il vino deve ancora assestarsi, qualche mese in più non potrà che giovare all’insieme. L’ho personalmente abbinato a dei gamberi scottati in padella, adagiati su una brunoise di avocado.

Lambrusco di Sorbara Radice, rifermentato in bottiglia, secco frizzante
“Radice” è un termine inequivocabile: Alberto e Barbara vogliono omaggiare la tradizione e la storicità di una terra grandiosa attraverso un metodo davvero antico di fare vino, il cosiddetto “ancestrale”. Resa pari a 120 q. per ettaro, si ottiene il mosto fiore grazie a una pigiatura soffice, senza macerazione, fermentazione alcolica e rifermentazione naturale in bottiglia su lieviti autoctoni, affinamento in bottiglia, l’unico imbottigliamento avviene ad inizi marzo. “Ti rimane sulle labbra”, con poche parole chiare ed esaustive Alberto descrive forse il suo vino più importante ed estremo nell’accezione nobile del termine.
Il Sorbara, soprattutto in questo caso, è libero di esprimersi ai massimi livelli e di restituire tutte quelle infinite potenzialità originariamente trasmesse dal “Cristo”, un vigneto in grado di leggere e interpretare questo vitigno al pari del grande Vittorio Gassman a teatro con la Divina Commedia. 11% Vol., tonalità chiara, vivace, irradia il calice: rosa tenue con riflessi arancio salmone, il perlage è molto fine e persistente, leggermente torbido per la presenza del residuo di rifermentazione, il cosiddetto “fondo”.
Il respiro è quanto di più spigliato la mia mente ricordi, pennellate floreali di rosa selvatica accompagnano l’agrume e i toni acidi dei frutti di bosco (protagonisti indiscussi), dunque: pompelmo rosa, arancia rossa sanguinella su lampone e un ricordo di humus ad impreziosire il bouquet, che chiude i battenti su effluvi minerali di rara eleganza per la categoria. Un vino che a mio avviso richiama un abbinamento su tutti, ovvero un altro grande omaggio alla tradizione, elemento che contraddistingue la famiglia Paltrinieri: Cotechino Modena IGP accompagnato da un gustoso purè di patate, provare per credere.
Andrea Li Calzi




