Merengo Egri Bikav

Ho conosciuto György Lőrincz a Eger in Ungheria durante la Bormustra del Ferragosto 2003 allo stand della St. Andrea Szőlőbirtok és Pincészet, dove si alternava con Attila Kovács e András Bozó. La vera miniera d’oro di questa cantina, che vinifica le uve di una quarantina di ettari in vari vigneti intorno ad Eger (Boldogságos, Ferenchegy, Ferenchegy “koves”, Hangács, Kovászó, Kis-Eged, Magyalos, Paptag, Pipis e Nagy-Eged), sta però nei suoi bianchi.
Fra questi spicca il Napbor, una cuvée molto fine e piuttosto potente che, per mantenere il suo stile, cambia di anno in anno la composizione fra le migliori uve raccolte da diversi vitigni (tra cui Hárslevelű, Chardonnay, Pinot Blanc, Olaszrizling, Leányka, Szürkebarát e altri), ma anche il percorso di vinificazione (a volte solo acciaio, altre volte acciaio e botte, non sempre nelle stesse percentuali) e i tempi di maturazione, oltre che i residui zuccherini.
A catturare però l’attenzione degli enoappassionati erano, allora come sempre, i rossi e a tutti era piaciuto il Merengő Egri Bikavér Superior, consigliatomi perfino da un enologo e produttore del calibro di Lajos Gál. A me era piaciuto di più il Cabernet Franc che allora si otteneva in purezza da un vitigno sempre difficile da vinificare in qualsiasi parte del mondo, ma che in queste mani capaci riusciva a essere di una piacevolezza davvero incredibile.
Anche questo vino, come il migliore fra i bianchi, è una cuvée molto fine e piuttosto potente che può cambiare notevolmente di anno in anno, a partire dalla composizione fra le migliori uve raccolte in azienda da diversi vitigni (tra cui Kékfrankos, Cabernet Franc, Menoir, Pinot Noir, Merlot, Cabernet Sauvignon e altri), ma anche nei tempi di maturazione in legno e nei suoi appena palpabili residui zuccherini.
Questa scelta di comporre ogni anno una cuvée che non privilegia un rapporto fisso negli assemblaggi è tutta un programma, già da quei giorni di allora, quando György Lőrincz insisteva in tutte le sedi possibili per un’enologia che privilegiasse il territorio ed il suo stile senza dipendere troppo dalle bizze di una o più annate e dai caratteri di uno o più vitigni. Si capisce che era stato a far pratica in Borgogna, vero? E si capisce anche perché nel 1999 è stato nominato viticoltore di Eger di quell’anno, nel 2006 è stato votato come l’enologo più popolare, nel 2008 è stato scelto da 500 enologi ungheresi come il migliore fra loro e poi nominato enologo di Eger dell’anno, infine nel 2009 nominato viticoltore dell’anno di tutta l’Ungheria.
In effetti, Gyorgy è impegnatissimo sia in vigna sia in cantina. L’ultimo suo gioiello, la vigna sul monte Eged che domina Eger (dove l’indimenticabile Tibor Gál voleva costruire la nuova casa in una terrazza naturale tra le piante di rovere sulle pietre vulcaniche di cui una è sempre nel mio borsellino), circa 8 ettari di pendenze e densità d’impianti da capogiro, lo assorbe forse più ancora degli esperimenti di coltivazione ecologica e delle ricerche biodinamiche. Il suo problema è sempre quello: «come si fa ad estrarre “la natura circostante”, l’essenza del territorio dalla terra e dalle vigne che la formano per metterla nel vino?».
E in un mondo del vino stravolto dalle luci della ribalta e da una claque sempre crescente di autoreferenziati col nasino all’insù, il nostro Gyorgy continua a mantenere un profilo basso, una grande umiltà e attrae le altre persone con un’etica del buon lavoro che sa d’altri tempi, con schiettezza e senza pretese, scombinando spesso le carte in tavola. Quando gli ho chiesto qual è il migliore dei suoi vini, ha sorriso e ha risposto con calma: «è quello che devo ancora fare»…
Si potrebbe anche accusare questa cantina di aver ecceduto con le nuove etichette durante la ricerca di una sua strada in questa direzione, ma credo che questo sia piuttosto effetto dello sforzo di non disperdere nel frattempo la qualità, infatti tutti i vini ne hanno invece mantenuto il livello. Bisognerebbe piuttosto lodare Gyorgy per la concisione, l’eleganza e il fascino discreto delle bottiglie che escono dalle sue mani, che non sono mai esplosive o strafatte. Ma per farle si devono prestare molte cure al vino, dalla pianta all’uva fino al calice.
Questo vino del 2006 che già in diverse occasioni ha attirato la mia attenzione è vibrante, sì, ma soprattutto armonioso e piacevole tanto che si può dire che fa le fusa in bocca, a differenza di molti altri della stessa zona. Intanto c’è da dire che il bouquet si apre gradualmente e nel calice libera con calma dei veri e propri vasi di Pandora ricolmi di aromi e di gusti, ma senza buttarli fuori tutti insieme. Degustarlo è una goduria, si va dal bosco dopo la pioggia con le sue radure e i suoi cespugli profumati fino ad intensità piacevoli di fruttato, con prugne selvatiche, amarene, more di rovo, il tutto in una bella fodera minerale, con terra grassa, umida e tannini ben calibrati. La botte è stata usata con molta saggezza e il finale infatti è intrigante, piacevole, lungo.
Si evolverà ancora nel tempo. Riesco a capire però anche gli impazienti di assaggiarlo. Non fate l’errore di sprecarlo sul gulash: non va matto per cipolla e peperone come si potrebbe pensare, anche in Ungheria c’è di meglio, perfino certe trippe e gli immancabili spiedini d’interiora. Nel suo Paese predilige carni rosse e scure, selvaggina di pelo e di piuma, ma in salse nobili, anche con i funghi. Da noi strizzerebbe l’occhiolino all’agnello, al capretto, all’ossobuco, agli stinchi, alle fiorentine (quelle bovine sicuramente… ma anche quelle a due gambe in autoreggenti e minigonna, provare per credere!).
Mario Crosta
St. Andrea Szőlőbirtok és Pincészet
Ady Endre u. 88
3394 Egerszalók, Ungheria
Tel/Fax: +36.36.474018
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